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I numeri e le forme del maschicidio: quando la donna diventa il "demone del focolare"

Cosa accade quando la donna smette di essere l'angelo del focolare per trasformarsi in demone? Di maschicidio si parla ancora troppo poco, ma la realtà è concreta, e parla di uomini vessati, psicologicamente e fisicamente, da donne violente che approfittano della loro paura di perdere i figli, di essere isolati o derisi dalla società. Perché il maltrattamento ha mille forme e volti, anche quello della donna che ami.
Fonte: web

Parlare di femminicidio, di abusi compiuti sulle donne, sia fuori che dentro all’ambito familiare, sembra diventata una triste e insana abitudine della nostra società, perché tanti sono i casi di cronaca, gli episodi, le denunce, che impongono questa drammatica tematica all’attenzione dell’attualità, ancora di più, purtroppo, le realtà che restano sommerse, taciute, sepolte sotto chili di vergogna e di eccesso di pudore. Eppure esiste anche un’altra realtà: quella degli uomini che subiscono violenza dalle donne.

No, non ci sono solo “angeli del focolare”, non solo vittime: le donne sanno essere anche carnefici, gli uomini i martiri su cui tanta violenza si riversa, sia essa con una parola ingiuriosa laddove non si tratti di uno schiaffo, o di un calcio. Non è un grado inferiore di violenza, non si tratta di una situazione meno grave di fronte alla quale alzare le spalle e voltarsi perché “tanto, capiterà giusto a uno su mille”. Che, in ogni caso, sarebbe già “troppo”.

Abbiamo intervistato William Pezzulo, sfregiato con l’acido dall’ex fidanzata, ma come lui, nel mondo, ci sono tantissimi uomini che hanno subito vessazioni, abusi, molestie. Il più delle volte senza denunciare, per orgoglio, per la paura di non essere presi sul serio (“Picchiato da una donna? Ma dai, veramente?”), ma a volte… solo per paura.

Ignorare questo fenomeno o sminuirlo sarebbe estremamente irrispettoso nei confronti di ogni vittima, ma, per assurdo, rafforzerebbe anche la logica maschilista per cui solo la donna, più debole, merita di essere considerata “chi subisce”, perché meno forte, meno credibile nei panni del “demone del focolare”.

Ma allora perché la cronaca parla così poco del fenomeno della violenza femminile sugli uomini? È assodato che le donne delinquano meno degli uomini, che compiano generalmente reati meno gravi, che siano assenti nelle denunce per reati gravi ma raggiungano, di contro, un 32,4% di denunce per ingiuria, ad esempio. Gli uomini sono inoltre restii a denunciare, per il timore di vedere “lesa” la propria dignità. Infine, il numero dei maschicidi, inteso come omicidi di uomini compiuti da donne, risulta inferiore rispetto a quello delle donne uccise da ex compagni, mariti, figli e così via (si parla dell’8,4% di atti che possono mettere a rischio l’incolumità personale e portare al decesso). Ma questo non rende il problema meno importante. Tanto che una ricerca effettuata nel 2012 dall’Università di Siena, riportata anche da Il Giornale, ha riscontrato che, solo nel 2011, sarebbero stati oltre 5 milioni gli uomini vittime di violenza femminile.

Per quanto sia una realtà ancora socialmente poco accettata e conosciuta, e quindi anche i centri di ascolto antiviolenza fatichino a decollare, per aiutare gli uomini vittime di soprusi è nata, nel 2013, Ankyra, un’associazione che si occupa proprio di fornire supporto a mariti, fidanzati, ex compagni, padri che subiscono vessazioni e violenze di ogni genere. Perché, come ha spiegato a la 27esima ora la presidente (sì, una donna!), la neurologa Veronica Cardin, “La violenza domestica ormai è un problema così ampio e complesso che la distinzione per sesso non è più sufficiente per capire, è superata“.

Proprio un documento pubblicato da Ankyra riesce a dare forme e numeri a un problema ancora sottovalutato a livello mondiale, ma per cui si sta cercando di fare qualcosa. Cerchiamo anzitutto di capire, pur sommariamente, come si manifesta la violenza femminile nei confronti degli uomini.

Una premessa

È con il termine Battered Husband Syndrome che, nel 1978, la sociologa Suzanne Steinmetz indicava la casistica degli uomini oggetti di vessazioni di diversa natura, sia psicologiche, economiche o fisiche, da parte di una donna, solitamente la compagna. Nel caso della donna violenta, infatti, molte ricerche sulla vittimizzazione maschile riscontrano che la violenza psicologica ricorra più frequentemente rispetto alla fisica, e risulti più duratura. Fra queste sono segnalate anche le false denunce di abuso nei confronti dei figli, mirate ad averne la custodia esclusiva o prevalente in caso di separazioni particolarmente conflittuali, le false denunce di stalking fatte allo stesso scopo e la cosiddetta alienazione parentale, ovvero l’atteggiamento della madre teso a mettere in cattiva luce l’ex coniuge agli occhi del figlio. Una ricerca statunitense condotta da Hines nel 2007, citata dallo studio di Ankyra, spiega che la minaccia di “portarsi via i bambini” è stata usata nel 67,3% dei casi di maltrattamento contro i partner. I figli, naturalmente, finiscono per essere strumentalizzati al fine di ferire o punire il partner.

Proprio le donne che agiscono in maniera simile sarebbero affette da determinate patologie o sintomi, come le due di seguito descritte.

La sindrome di Medea

Come riporta Ankyra, le donne che tentano di estromettere il padre dalla vita del figlio, con l’intento di prendere il possesso totale dei propri figli, ha spesso una spiegazione psicopatologica, poiché in questo caso molte riescono ad arrivare all’omicidio del partner, proprio al fine di prendere il controllo sui figli in maniera esclusiva.

La sindrome di Munchausen per procura

Fonte. web

Se la sindrome di Munchausen porta chi ne è affetto a fingersi malato per guadagnarsi l’empatia e le attenzioni di chi lo circonda, nella SMP si cerca di ottenere il medesimo effetto agendo sul figlio: si tratta infatti di una forma di maltrattamento per “eccesso di cura”, resa possibile solo se culturalmente si ha una preparazione scientifica e medica piuttosto elevata; i genitori, o inventando sintomi e segni che i propri figli non hanno, o procurando sintomi e disturbi, ad esempio attraverso la somministrazione di sostanze dannose, li espongono a una serie di accertamenti, esami, interventi che finiscono per danneggiarli o, nei casi più tragici, con l’ucciderli.

Come spiega Meadow in una ricerca del 1977, “La conseguente malattia del bambino tende a ripristinare le relazioni coniugali a spese del figlio“.  Secondo gli studiosi la SMP sarebbe tipica delle madri, che tuttavia non vengono classificate come affette da qualche patologia psichiatrica, ma semmai dal Disturbo di Personalità. È in questo modo che le donne richiamano l’attenzione su di sé, tramite il figlio “malato”, al fine di crearsi il personaggio, sostiene Meadow, di madre che si è donata completamente ai figli, costruendo una propria immagine sulle loro presunte patologie. “Il genitore sta cercando di ottenere qualcosa attraverso il figlio. Quel qualcosa spesso sono attenzioni“.

Come si è arrivati a scoprire un mondo, quelle delle violenze maschili, su cui ancora le informazioni raccolte sono scarse e, spesso e per motivi diversi, lacunose? Ad oggi nel nostro paese è praticamente nulla la quantità di ricerche condotte per evidenziare i dati della violenza femminile sugli uomini, mentre esiste un’approfondita letteratura scientifica a tal proposito, ad esempio, negli USA, in India, in Canada nel Regno Unito. Tuttavia, l’Università di Siene, nel 2012, ha provato a entrare a fondo nel problema.

La ricerca dell’Università di Siena

Fonte: youtube

L’università toscana ha condotto uno studio, utilizzando il modello di questionario proposto dall’ISTAT nel 2006, cui sono stati sottoposti volontari maggiorenni in una fascia di età compresa tra i 18 e i 70 anni, per un totale di 1058 partecipanti, strutturato in domande riguardanti la violenza fisica, sessuale, psicologica, economica e gli atti persecutori. I risultati hanno acclarato come la percentuale maggiore del campione abbia dichiarato di aver ricevuto una minaccia di violenza, o una sua manifestazione con graffi, morsi o capelli strappati (63,1% e 60,5%). Poco più del 50% ha dichiarato di essersi visto lanciare addosso oggetti, più della metà ha detto di aver subito calci e pugno. L’8,4% dichiara di essere stato vittima di atti violenti che avrebbero potuto portare al decesso, come soffocamento, avvelenamento, ustioni.

Secondo gli intervistati, un quarto delle violenze femminili sarebbe stata perpetrata con l’utilizzo di armi improprie e proprie. Nella voce “altre forme di violenza” dell’indagine sono menzionati tentativi di folgorazione con la corrente elettrica (15,7%), investimenti con l’auto, mani schiacciate nelle porte, spinte dalle scale.

Un’ulteriore fattispecie riguarda poi le violenze psicologiche, come le critiche per un lavoro poco remunerato (50.8%), le denigrazioni per la qualità di vita modesta consentita alla partner (50,2%), i paragoni con persone che hanno guadagni migliori (38,2%) o il rifiuto di partecipare economicamente alla gestione familiare (48,2%); spiccano anche le critiche per i difetti fisici (29,3%). Molte donne minacciano il suicidio o di compiere atti di autolesionismo (32,4%), soprattutto in seguito a una separazione, come molto frequente è la strumentalizzazione dei figli: si hanno quindi la minaccia di chiedere la separazione, togliere casa e risorse, ridurre in rovina (68,4%),  di portare via i bambini (58,2%) e di ostacolare i contatti con loro (59,4%) o di interromperli del tutto (43,8%).

Per quanto riguarda la violenza sessuale, la percezione di averla subita è inferiore rispetto alla consapevolezza di averne subita una fisica o psicologica. La più alta percentuale (49% circa) riguarda infatti il rapporto intimo avviato ma poi interrotto da parte della partner per motivi incomprensibili. Entra invece in gioco l’ego maschile quando si tratta di stabilire la percentuale di frasi umilianti, di disprezzo e derisione (30,5%) o i paragoni irridenti (20%). Si ha poi un’ulteriore fattispecie, che riguarda la paternità imposta con l’inganno, che comprende principalmente casi in cui la gravidanza non è frutto di un rapporto consolidato, e la donna mette in atto strategie ingannevoli, ad esempio fingendo di prendere degli anticoncezionali, per poi chiedere all’uomo di “assumersi le proprie responsabilità”. Questo fatto, frutto di una scelta unilaterale oltre che ingannevole, è vissuta come una grave forma di violenza e prevaricazione.

Le ricerche sulla violenza indiretta

Fonte: web

Altre ricerche, come quella condotta da Strauss nel 2008, riportata da Ankyra, hanno mostrato come le donne sembrino prediligere un’aggressività di tipo indiretto o relazionale, che può declinare in una “violenza nascosta” allo scopo di stabilire il controllo sul partner. Non bisogna cadere nel facile stereotipo dell’uomo più aggressivo e della donna simbolo di emotività, gentilezza, sensibilità che spesso si traducono in remissività o situazione di dipendenza dall’uomo. Queste convinzioni, sostiene la ricerca, sono legate ad aspettative sociali che mirano a esaminare le differenze tra i due sessi, non le loro similitudini o le modalità attraverso cui si esprime il medesimo stato. Ad esempio, le ricerche sui gruppi di bambini mostrano che i maschi preadolescenti esprimono la loro aggressività con spinte, strattoni, colpi o sguardi fissi e corrucciati, mentre le bambine fanno riferimento a una forma di aggressività indiretta, quella che può esprimersi a livello verbale per mezzo di pettegolezzi, diffusione di voci false o con il rivelare un segreto al fine di fare del male e di danneggiare le relazioni interpersonali della persona coinvolta. Le donne sembrano maggiormente propense ad adottare un’aggressività di tipo indiretto, inducendo, ad esempio, all’isolamento sociale, mentre gli uomini dimostrano maggiore inclinazione nei confronti della violenza fisica.

Gli studi sulla violenza domestica

Fonte: web

L’Intimate Partner Violence, IPV, comprende una serie di comportamenti aggressivi e coercitivi, che includono danni fisici, abusi psicologici, violenza sessuale, isolamento sociale, stalking, intimidazione e minacce, perpetrati dall’aggressore, sottolinea una ricerca guidata da Kimberg e ripresa su Ankyra, al fine di assumere il controllo sull’altro. Come abbiamo detto, le ricerche italiane sul fenomeno della violenza subita dagli uomini sono pressoché nulle, ma un’indagine dell’Osservatorio Nazionale sulla Violenza Domestica del 2006, riferita alla sola provincia di Verona, che ha analizzato il fenomeno della violenza domestica in un determinato arco cronologico, ha rilevato che il numero di vittime che consideravano gli episodi di violenza domestica in un determinato arco temporale, riguardava al 64,8% le donne, al 33,9% gli uomini; nel 30% dei casi si era trattato di “violenza reciproca”, ossia in cui entrambi erano responsabili.

Un aspetto rilevante è che gli uomini difficilmente si percepiscono come vittime di IPV, perciò non denunciano e non chiedono aiuto, rimanendo nella relazione violenta per diversi motivi, fra i quali il timore di perdere una serie di diritti che il rimanere nella coppia assicura loro, in primis, ovviamente, per ciò che riguarda i figli: la paura di venire allontanati da loro è una delle più forti, ed è una delle minacce più frequenti mosse dalle donne.

Gli uomini vittime di stalking: cosa dicono le ricerche

Fonte. web

In Italia la problematica dello stalking viene ancora vista prevalentemente “in rosa”, e, come sostengono alcuni studiosi, la condotta dello stalker è considerata più grave quando l’autore è maschio, tanto che la ricerca sulla vittimizzazione maschile è piuttosto carente, forse anche perché gli uomini tendono a considerare questo tipo di molestia “fastidiosa” più che “pericolosa”. Inoltre, anche qualora fosse percepita la reale portata del problema, difficilmente gli uomini denuncerebbero, per paura di essere denigrati o non creduti. Una differenza sostanziale, però, esiste: lo stalking maschile ha come oggetto solo le donne, quello femminile può riguardare indistintamente uomini e donne, e non esiste alcuna prova che le misure di stalking messe in atto dalle donne siano meno dannose o pericolose di quelle effettuate dagli uomini.

Bullismo e mobbing: è solo al femminile?

Fonte: web

Gli studi sul bullismo tendono a sottolineare che maschi e femmine sono ugualmente coinvolti, ma, mentre le prepotenze maschili si esplicano in atti fisici (spinte, sputi, schiaffi), le prepotenze femminili sono basate sull’esclusione e l’isolamento sociale. Anche qua, però, sussiste una differenza rilevante: a parti invertite rispetto allo stalking, i bulli maschi rivolgono le loro vessazioni a maschi e femmine, le ragazzine solo verso altre ragazzine.

A proposito del mobbing, invece, una ricerca condotta dall’European Agency for Safety and Health at Work nel 2003 ha riportato che le donne sono vittime di intimidazioni e di mobbing più spesso degli uomini, eppure molte ricerche in ambito psicologico non hanno rilevato una maggiore esposizione delle donne rispetto ai colleghi uomini. Altri studi (UNISON) mostrano poi come gli uomini siano, nella gran parte dei casi, i perpetratori di azioni mobbizzanti, forse perché occupano posizioni dirigenziali più delle donne, e ciò potrebbe agevolare le azioni di mobbing. Ma non si può non evidenziare, sottolinea Ankyra, come molto dipenda dalla percezione di sentirsi vittima e, ancora una volta, dall’atteggiamento recalcitrante maschile di considerarsi tale. In generale, le ricerche condotte negli ultimi anni  parlano soprattutto di rapporto up-down nei luoghi di lavoro e di esercizio della leadership, visione secondo cui sia uomini che  donne possono essere mobber, oppure mobbed.