Aborto, alziamo la guardia: il Piemonte vuole negare la RU486 nei consultori

Iniziativa shock in Piemonte: l'assessore Marrone chiede di togliere la possibilità di ricevere la RU486 nei consultori e nei day hospital. Il tutto a pochi giorni dall'approvazione di nuove Linee di indirizzo in tema di aborto farmacologico. La libera scelta femminile è di nuovo sotto attacco.

Ancora una volta il diritto all’aborto è sotto tiro nel nostro Paese. Sono passati solo pochi giorni dall’introduzione delle nuove Linee di indirizzo in materia di aborto farmacologico, contenute nella circolare pubblicata sul sito del Ministero della Salute, che già l’interruzione di gravidanza tramite somministrazione della RU486 è di nuovo in discussione in Piemonte.

Già fortemente in ritardo rispetto agli altri Paesi europei, solo con le nuove Linee volute dal Ministro Speranza l’Italia, aggiornando le precedenti indicazioni in materia del 24 giugno 2010, ha esteso la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico fino a 63 giorni – ovvero 9 settimane, rispetto alle 7 precedenti – e introdotto il regime ambulatoriale per l’intervento, da effettuare presso strutture pubbliche adeguatamente attrezzate, o nei consultori, oppure in regime di day hospital.

Aborto farmacologico, perché è ora di togliere l'obbligo di ricovero

Ma il Piemonte sembra decisamente remare contro le nuove normative, tanto da aver predisposto linee guida che potrebbero essere approvate a breve, con cui si andrebbe a dare lo stop alla somministrazione della Ru486 nei consultori e nei regimi di day hospital alla fine dell’emergenza Covid.

L’iniziativa è dell’assessore regionale di Fratelli d’Italia Maurizio Marrone, che ad agosto aveva attivato l’avvocatura regionale contro il governo, giudicando necessario il ripristino del ricovero ospedaliero di tre giorni per la donna intenzionata a interrompere la gravidanza.

La proposta di Marrone ha destato preoccupazione anche nel ministro degli Affari Regionali Francesco Boccia, che ha chiesto lumi al presidente della Regione Alberto Cirio, il quale avrebbe spiegato che si tratta di un’iniziativa che verrà portata in maggioranza per “una valutazione da parte di tutti, essendo un tema che tocca le sensibilità individuali”.

Subito dopo la regione Piemonte ha diramato una nota in cui si legge che, attualmente, la Sanità piemontese

non ha preso alcuna decisione. L’assessore regionale agli Affari legali sta verificando con l’Avvocatura regionale eventuali profili di illegittimità del provvedimento del Ministero della Salute rispetto alle disposizioni della Legge 194, in quanto sarebbero emerse delle criticità. L’argomento non è ancora approdato al tavolo della Giunta regionale, né è stato oggetto di valutazioni etiche da parte dell’assessore regionale alla Sanità del Piemonte, Luigi Icardi, che attende di conoscere il quadro completo degli approfondimenti legali in corso.

L’indignazione per la proposta di Marrone, nel frattempo, monta inevitabilmente: Monica Iviglia, responsabile politiche di genere della segreteria regionale della Cgil, parla di “ennesimo attacco frontale ai diritti delle donne e, più in generale, alla conquista di diritti civili faticosamente acquisiti negli anni”; Patrizia De Grazia, coordinatrice dell’associazione radicale Adelaide Aglietta, e Silvja Manzi, direzione nazionale Radicali Italiani, hanno ricordato che “Le donne piemontesi non hanno bisogno della tutela di Marrone e sono in grado di decidere da sole per la propria salute. La questione clinica non può che rimanere nelle mani degli specialisti sulla base della letteratura scientifica e delle linee guida internazionali, a cominciare da quelle dell’Oms”.

Ancora una volta, dunque, è un uomo a mettere in discussione quello che, a tutti gli effetti, è un diritto della donna di decidere per il proprio corpo; mentre era stata una donna, la presidente della regione Umbria, Donatella Tesei, in piena pandemia, a sospendere il regime ambulatoriale per l’aborto farmacologico, ripristinando il ricovero di tre giorni, con tutti i rischi del caso legati alla grave situazione di collasso in cui versavano in quel momento gli ospedali di tutta Italia.

Giù le mani dall'aborto farmacologico: il grave affronto della regione Umbria

Non sembra quindi essere una questione di genere, anche se è sempre piuttosto sorprendente sentire uomini pontificare sui modi migliori per interrompere una gravidanza – un po’ come quando il deputato D’Uva cercò di spiegare la ragionevolezza dell’avere l’Iva sugli assorbenti al 22% -, ma evidentemente proprio di mentalità. Non si capisce perché uniformarsi agli altri Paesi europei, dove l’aborto farmacologico non è solo un diritto civilmente tutelato, ma il cui ricorso avviene da tempo in regime ambulatoriale e nel limite massimo delle 9 settimane, sia tanto difficile, e ancora oggi, a 42 anni di distanza dall’approvazione della 194, la legittimità della libera scelta rispetto al corpo femminile – che non significa necessariamente essere d’accordo, ma solo tutelare tale libertà – sia continuamente minacciata da rigurgiti conservatori.

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