Il co-amministratore delegato di Zalando, Rubin Ritter, ha annunciato che dal 2021 si dimetterà dal suo incarico, due anni prima della scadenza del contratto, per dedicarsi alla famiglia e dare priorità alla carriera della moglie. Una notizia accolta con un grande entusiasmo, e ancora un po’ di stupore, segno che i tempi non sono purtroppo ancora del tutto cambiati.

Il manager 38enne, incaricato della supervisione della strategia e delle comunicazioni, ha contribuito a trasformare la start-up, nata nel 2008 e con sede a Berlino, nel principale rivenditore di moda online in Europa, che oggi conta 35 milioni di clienti attivi in 17 paesi e che nel 2019 ha chiuso l’anno con un netto di quasi 100 milioni di euro. Questa la dichiarazione di Ritter circa le motivazioni della sua scelta:

Sento che è tempo di dare alla mia vita una nuova direzione. Voglio dedicare più tempo alla mia famiglia in crescita. Mia moglie e io abbiamo convenuto che per i prossimi anni le sue ambizioni professionali debbano avere la priorità.

Un gesto che è stato salutato in tutto il mondo come rivoluzionario e degno di plauso, che però ci mette di fronte a un’agrodolce riflessione: se la scelta di un uomo di farsi da parte a vantaggio della partner e dedicarsi alla famiglia fa ancora così rumore, è evidente che siamo ben lontani dal considerarlo la norma. Senza dubbio, degli esempi di questo tipo, con una risonanza mediatica così importante, possono contribuire a diffondere una nuova sensibilità culturale, necessaria per mettere in atto un vero cambiamento sociale, ma potremo dire di essere sulla strada giusta solo quando non vedremo più queste notizie sulle prime pagine dei giornali.

Del resto, in questo senso i dati fotografano una realtà decisamente allarmante: secondo un’indagine dell’Ispettorato nazionale del Lavoro del giugno 2020, in un anno sono oltre 37mila le neo-mamme lavoratrici che hanno presentato le dimissioni e questo, principalmente, per la difficoltà di conciliare gli impegni lavorativi con la vita familiare. Una situazione che subirà senza dubbio un peggioramento per via delle difficoltà provocate dalla pandemia di Covid-19.

Ma c’è di più: in ben 7 casi su 10, in situazioni di difficoltà, sono le donne a lasciare il lavoro. Su più di 51mila episodi censiti, tra dimissioni e risoluzioni consensuali, una percentuale altissima, pari al 73%, ha visto infatti la madre lasciare l’impiego, con un aumento, del 4,6%, rispetto all’anno precedente. Nel 66% dei casi, la decisione coincide con l’arrivo del primo figlio e in 21mila casi, come certifica l’ispettorato del Lavoro, la motivazione delle dimissioni viene certificata come “esigenze di cura della prole”.

Gap salariale: quanto prendiamo in meno degli uomini

Una situazione che ha spinto la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, a esprimersi in modo chiaro riguardo la necessità e all’urgenza di misure rivolte alle neo-mamme e alle donne lavoratrici ancora troppo penalizzate. La Catalfo ha infatti dichiarato che le linee d’intervento prevedono una seria azione di contrastato al part-time involontario, che penalizza principalmente le donne, e l’introduzione di una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni.

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