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Le parole contano e gli insulti si pagano (con i soldi e il carcere)

Piovono le prime condanne per chi insulta qualcuno sui social. Ed era l'ora, perché le parole hanno un peso (soprattutto se si è una figura istituzionale).

Nell’era dei social network e della comunicazione frammentata in 300 caratteri, emoticon e hashtag non è raro trovarsi coinvolti, come diretti interessati o semplici spettatori, in vere e proprie risse virtuali, soprattutto quando si entra nel merito di argomenti che, generalmente, hanno a che fare con questioni politiche o di attualità.

Ora, posto che sia lecito domandarsi quanto sia effettivamente opportuno disquisire di politica interna o internazionale, di religione, di ideologie nello spazio ristretto di un social media, c’è da dire che molti di coloro che si buttano a capofitto nella mischia del dibattito via Web non si limitano ad esporre un ragionamento con toni pacati, ma molto spesso – e volentieri – trascendono con le parole, usando termini offensivi nei confronti degli “oppositori” di turno. Come se l’insulto, perché virtuale, fosse meno grave che se fatto di persona.

Forse, però, qualcuno adesso avrà capito, a sue spese, che le cose non stanno esattamente così, e che un’offesa, semmai, può solo aggravare la propria portata se fatta utilizzando uno strumento pubblico come Facebook o Twitter, rischiando, in alcuni casi, addirittura di incorrere nel reato di diffamazione. Perché proprio per gli insulti social stanno – finalmente – arrivando le prime condanne.

A saggiare per primi sulla propria testa gli effetti della scure che si è giustamente abbattuta su epiteti sessisti e razzisti sono stati il sindaco leghista Matteo Camiciottoli e il senatore (ed ex ministro della Semplificazione Normativa) Roberto Calderoli; il primo dovrà pagare 20 mila euro di multa all’ex Presidente della Camera, Laura Boldrini, a cui ha augurato uno stupro via Facebook. Il secondo ha invece ricevuto una condanna a un anno e sei mesi in primo grado per aver equiparato l’ex ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge a un orango.

La stessa Kyenge si è dichiarata soddisfatta per la condanna che ha colpito il senatore leghista. “Il razzismo la paga cara” le lapidarie parole con cui l’europarlamentare ha accolto la decisione. Mentre Laura Boldrini ha usato proprio la sua pagina social per commentare la condanna di Camiciottoli (che, tuttavia, continua a difendersi parlando di “attacco politico” e non di invito allo stupro):

Quel messaggio mi ferì moltissimo, dedico questa sentenza a mia figlia.

Il sindaco di Pontinvrea ha ricevuto la sanzione pecuniaria per decisione del giudice Emilio Fois, con la sospensione condizionale subordinata al pagamento del risarcimento dei danni entro un mese, contro gli otto mesi di reclusione chiesti inizialmente dal pubblico ministero, per la frase del settembre 2017 in cui suggeriva di far scontare i domiciliari degli stupratori di Rimini a casa dell’allora Presidente della Camera, post accompagnato dal commento “Magari le mettono il sorriso”.

La Boldrini, del resto, non è nuova a finire nel mirino degli haters virtuali, che molto spesso sono colleghi politici, dato che nel 2016 anche il vicepremier Matteo Salvini si è rivolto a lei definendola “una bambola gonfiabile”.

Il fatto, però, è che se certe frasi, certi epiteti, sono osceni se detti fra persone “comuni”, peggiorano di gran lunga il proprio significato se a dirli sono proprio esponenti delle istituzioni; non si tratta di difendere una fede o un colore politico piuttosto che un altro, perché le offese razziste, sessiste, omofobe, sono orribili da qualunque parte provengano, ma di ristabilire il giusto peso delle cose, chiarendo definitivamente che l’insulto sui social è grave quanto, se non più, di quello detto a voce, essendo quest’ultimo spesso gridato di getto e senza ragionamento, a differenza di quello scritto in un post o in un commento, che non raramente è frutto di una lucida razionalizzazione del tutto e certamente molto più pensato. C’è di più: queste condanne sono assolutamente giuste proprio perché speriamo possano aiutare gli autori a comprendere che “fare politica” significa anche avere cura della propria figura a livello pubblico, e non scadere in squallide diatribe da bar.

Insomma, le parole hanno un peso e, a quanto pare, anche un prezzo. Salato.

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