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Se il datore di lavoro che molesta la badante non commette reato

La sentenza shock della Cassazione ci ragguaglia del fatto che si può molestare la badante da noi assunta, purché non le rivolgiamo minacce.

Basta stare attenti a non minacciare apertamente la nostra badante, per evitare un’accusa di molestie sessuali. E poco importa se le molestie ci sono state davvero: è questo ciò che emerge da una recente sentenza della Corte di Cassazione, che si è espressa sul caso di una badante di origini rumene. La donna, classe 1979, è stata assunta per assistere una signora non autosufficiente, ma ha subito pressanti richieste di tipo sessuale dal genero della persona accudita – che è anche il datore di lavoro della badante, di ben 37 anni più grande di lei.

Come riporta anche Il Post, la signora rumena ha sporto denuncia, parlando di molestie sessuali e minacce di licenziamento. In primo grado, l’uomo è stato accusato di tentata violenza sessuale, ma la sentenza è stata ribaltata dalla Corte d’Appello. Per questo motivo la badante ha deciso di ricorrere in Cassazione, senza però ottenere giustizia. I giudici hanno infatti stabilito che, in assenza di prove certe riguardanti le minacce, il comportamento del datore di lavoro è solamente “moralmente deprecabile”, ma non penalmente rilevante.

Sono state le registrazioni effettuate di nascosto dalla badante durante alcuni degli approcci dell’uomo a spingere la Cassazione nel pronunciarsi in questo modo. I motivi non possono che lasciarci con l’amaro in bocca: il datore di lavoro non può essere condannato, perché ha chiesto gentilmente alla signora di offrirsi sessualmente a lui, addirittura proponendosi di ricompensarla in denaro qualora avesse accettato.

Dagli audio portati in tribunale si evince infatti che l’uomo abbia utilizzato termini quali “per piacere” e “per favore”, indice di un atteggiamento tutt’altro che minaccioso. Inoltre dai colloqui non sono emerse vere e proprie minacce di licenziamento, sebbene il datore di lavoro abbia in seguito cacciato la signora da casa propria. La Cassazione ha escluso che “siffatte sollecitazioni abbiano superato il limite, moralmente certo deprecabile ma penalmente irrilevante della grottesca e inurbana, ma si ribadisce, penalmente non sanzionabile, richiesta di amori ancillari”.

Non sono risultate dunque evidenti le supposte minacce di licenziamento, perché nelle registrazioni non si evince alcun timore della signora nei confronti del suo datore di lavoro. Anzi, pare che la badante abbia utilizzato una colorita espressione per rifiutare le avances del signore, tale da essere sufficiente per escludere che essa fosse soggiogata con violenza dall’uomo. Non sono invece state considerate le espressioni del datore di lavoro quali “chi sta a casa mia deve fare quello che dico io”.

Tutto ciò sarebbe già sufficientemente scioccante, se non fosse che situazioni di questo tipo si ripetono fin troppo spesso, nella nostra realtà. Acli colf ha tentato di portare a galla il vero numero di molestie sessuali subite dalle collaboratrici domestiche, impegno difficile perché nella maggior parte dei casi queste donne rinunciano a denunciare i loro aguzzini. Lo studio ha rivelato che, in un campione di quasi 900 colf, il 14,2% ha dichiarato di aver subito violenze sessuali.

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