Scoperti i corpi di 215 bambini: l'orrore delle scuole per indigeni canadesi

Orrore in Canada. È stata scoperta una fossa comune con i cadaveri di 215 bambini indigeni, costretti a frequentare le Indiani Residential Schools per "civilizzarsi".

È una scoperta agghiacciante quella fatta pochi giorni fa a Kamloops, una cittadina canadese a circa 354 chilometri a nord-est di Vancouver. Una scoperta che ha confermato una terribile verità sospettata già da anni dalla comunità dei nativi della British Columbia meridionale, in particolare dai membri della minoranza etnica Tk’emlúps te Secwépemc, ma che ovviamente chiunque sperava fosse solo un’ipotesi tremenda, ma inverosimile. Invece, nei pressi di quella che un tempo la Kamloops Indian Residential School, uno degli istituti facenti parti del sistema delle Indian residential schools, sono stati rinvenuti i resti di 215 bambini, le cui cause di morte sono ancora sconosciute.

Le Indian residential schools erano una rete di scuole fondate dal governo e amministrate dalle Chiese cattoliche che prelevavano i figli delle comunità indigene dal loro ambiente per costringerli ad apprendere la cultura bianca, dominante, e assimilarli a essa. La Kamloops, una delle più grandi del Paese, iniziò la propria attività verso la fine del XIX secolo, gestita dalla Chiesa cattolica, prima di passare sotto il controllo governativo negli anni ’60 e poi chiudere definitivamente un decennio più tardi, nel 1978.

Sembra che la scuola ospitasse fino a 500 bambini, mentre in tutto il Canada furono più di 150 mila i bimbi allontanati dalle famiglie allo scopo di essere “rieducati”; la violenza e gli abusi sessuali non erano rari all’interno di questi istituti, i bambini erano costretti a convertirsi al cristianesimo e non potevano più parlare la propria lingua nativa.

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Secondo alcune stime, come riporta questo articolo, potrebbero essere morti circa 6000 bambini indigeni.

Per individuare i corpi dei poveri bambini sepolti sotto la vecchia scuola sono stati utilizzati dispositivi radar capaci di penetrare nel terreno, e i ricercatori non escludono che allargare ulteriormente il raggio d’azione potrebbe portare a scoprire altri cadaveri;

Rosanne Casimir, capo della Tk’emlups te Secwepemc First Nation, ha spiegato che molto probabilmente le morti di questi bambini non sono mai state documentate, anche se un archivista del museo locale sta cercando di capire se esistano documenti o registrazioni. Come detto, i sospetti sulla Kamloops sono tutt’altro che recenti: è di più di cinque anni fa, ad esempio, l’istituzione di una Commissione per la verità e la riconciliazioni, che ha parlato per prima dei maltrattamenti terribili inflitti ai bambini indigeni al fine di convertirli alla cultura dei colonialisti giunti nel Paese.

Il rapporto redatto dalla Commissione conteneva dettagli sulle morti di almeno 51 bambini nella scuola nel periodo di tempo compreso tra il 1915 e il 1963, spiegando anche che le scarsissime condizioni igieniche dell’istituto avrebbero fatto ammalare tantissimi bambini di morbillo, tubercolosi o influenza.

Per svolgere la propria indagine la Commissione ha trascorso sei anni raccogliendo prove, attraverso i colloqui con 7000 ex studenti; due anni dopo la pubblicazione del rapporto, i legislatori canadesi hanno chiesto le scuse formali a Papa Francesco per il ruolo della Chiesa cattolica negli abusi ai danni dei bambini indigeni, e per le morti, che all’epoca erano ancora solo presunte. Al momento, la Chiesa ha fermamente rifiutato di scusarsi formalmente per gli abusi avvenuti all’interno delle scuole residenziali di sua competenza in Canada, e anche il Pontefice ha rispedito al mittente le richieste di scuse arrivate dal primo ministro Justin Trudeau.

I bambini mandati negli istituti erano spesso vittime di aggressione sessuali e fisiche da parte di insegnanti e amministratori, soffrivano di malnutrizione ed erano sottoposti a una durissima disciplina, con punizioni corporali frequenti che erano “giustificate” dal fatto di dover “civilizzare i bambini selvaggi”. Come detto, questi istituti spesso lamentavano gravissime carenze igieniche e sanitarie, ma nonostante ciò le politiche federali che legavano i finanziamenti ai numeri di iscrizione hanno spesso condotto all’iscrizione anche di bambini malati, che diffondevano agli altri le malattie o ne morivano, aggravandosi all’interno della scuola. Fino agli anni ’50, inoltre, le scuole residenziali erano gravemente sottofinanziate, tanto da dover fare affidamento sul lavoro dei bambini, presentato come formazione per attività artigianali, che molto spesso era durissimo.

I bambini, proprio come accaduto a moltissimi nei lager con il dottor Mengele, furono inoltre sottoposti a veri e propri esperimenti nutrizionali, venendo affamati per fornire un campione di controllo agli scienziati del governo. Benché negli anni si sia posta l’attenzione diverse volte sui maltrattamenti subiti dai bambini indigeni, sia da funzionari governativi che dai sopravvissuti che chiedevano risarcimenti per gli abusi subiti, è solo nel 1967 che condizioni e impatti sociali delle scuole residenziali vennero seriamente prese in considerazione, con la pubblicazione di The Lonely Death of Chanie Wenjack, di Ian Adams, nel padiglione Maclean’s and the Indians of Canada a Expo 67.

Da lì le indagini si sono fatte sempre più approfondite, mettendo in luce verità terribili, soprattutto negli anni ’90, quando, anche grazie alle memorie di alcuni ex studenti, si è parlato davvero, per la prima volta, degli abusi fisici, psicologici e sessuali da parte dei membri del personale scolastico e degli studenti più grandi. Tra gli ex studenti a farsi avanti c’era Phil Fontaine, oggi politico di spicco del Canada, allora Gran Capo dell’Assemblea dei capi di Manitoba , che nell’ottobre 1990 discusse pubblicamente degli abusi che lui e altri subirono mentre frequentavano la Fort Alexander Indian Residential School.

I genitori e le famiglie dei bambini spesso si accampavano fuori dalle scuole per avere l’opportunità di stare loro vicino, ma le visite erano strettamente controllate dai funzionari della scuola, in maniera similare a quelle previste nel sistema carcerario; non è comunque raro che in alcuni casi venisse del tutto negato l’accesso a mamme e papà, mentre in altre circostanze è stato imposto l’obbligo, ai genitori, di parlare esclusivamente in inglese con i figli durante il colloquio.

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