Carola Rackete agì per stato di necessità, e quindi non deve andare a processo.

Lo ha stabilito la Gip di Agrigento Alessandra Vella, accogliendo la richiesta della Procura di Agrigento di archiviare l’inchiesta sulla comandante della Sea Watch 3, facente capo all’omonima ONG, che il 29 giugno 2019 era stata arrestata per resistenza o violenza contro una nave da guerra dopo aver speronato una motovedetta della Guardia di Finanza, eludendo il divieto previsto nel “Decreto sicurezza bis” promulgato dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per entrare nel porto di Lampedusa e portare in salvo i 42 migranti a bordo della nave, ferma da oltre due settimane al largo delle coste italiane.

Inizialmente era stato proprio il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, ad arrestare l’attivista tedesca, ma la Gip aveva deciso di non convalidare l’arresto, trovando appoggio anche nella Corte di Cassazione, che nel gennaio 2020 ha respinto il ricorso presentato dalla Procura. In seguito alla decisione della Cassazione Patronaggio aveva quindi deciso di chiedere l’archiviazione dell’indagine, sostenendo che Rackete avesse agito per necessità, non potendo garantire oltre la sicurezza dei migranti presenti a bordo della Sea Watch 3, “Pur avendo qualche perplessità sul bilanciamento dei beni giuridici in gioco”, disse all’epoca.

Rackete, si legge nelle motivazioni della decisione presa da Vella, come riporta Adkronos, aveva il “dovere di salvare delle vite” e “ha adempiuto al dovere di soccorso in mare”. Per usare le parole della Gip, ha

posto in essere le condotte contestate in presenza di scriminante dell’adempimento del dovere di soccorso in mare di profughi, come derivante, anche, dagli obblighi di diritto internazionale e consuetudinario più ampiamente ricostruiti con i provvedimenti sopra richiamati.

Allo stesso tempo, la motovedetta della GdF speronata dalla comandante non è da considerarsi nave da guerra, così come disposto dall’articolo 1.100 del Codice della Navigazione, che prevede appunto il reato di “Resistenza o violenza contro nave da guerra”.

Con l’archiviazione dell’inchiesta su Carola Rackete il gip di Agrigento ha riconosciuto il dovere di salvare vite umane. La Procura all’esito dell’inchiesta ha svolto ulteriori indagini e ha valutato che effettivamente la causa dell’adempimento del dovere va rilevata e debba esserci. C’erano diverse avvisaglie che arrivavano anche dalla Corte di Cassazione. Ricordo ai tempi le disposizioni dell’ex ministro Salvini e rilevo oggi, a distanza di due anni, che Carola Rackete aveva agito per salvare vite umane in adempimento di un dovere. Questo è stato sostenuto dall’inizio.

Così il legale di Carola Rackete, Salvatore Tesoriero; anche la portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi, esulta per la decisione della Gip.

Possiamo considerare ufficialmente chiusa la vicenda che ha visto Carola indagata per essere entrata in un dichiarato stato di necessità nel porto di Lampedusa nel giugno del 2019. È una conclusione logica e necessaria di una vicenda rispetto alla quale la Corte di Cassazione, responsabile per l’interpretazione dei diritti nel nostro Paese, si era già espressa sottolineando due importantissimi principi. Quello per cui soccorrere chiunque si trovi in pericolo in mare costituisce l’adempimento di un dovere e pertanto non può essere criminalizzato e il principio per cui la nave e che presta soccorso non può essere considerata un porto sicuro e il soccorso stesso si può considerare concluso solo nel momento in cui le persone giungono in un porto in salvo.

Pochi giorni fa, invece, la pm milanese Giancarla Serafini aveva dichiarato non ravvisabile il reato di istigazione a delinquere contestato a Matteo Salvini proprio in seguito alla denuncia di Carola Rackete; nelle parole “sbruffoncella”, “fuorilegge” e “delinquente”, ha spiegato la pm, non si riscontrano profili di istigazione a delinquere ma solo diffamazione, accusa per cui l’ex ministro dovrà andare a giudizio per citazione diretta, anche se non si conosce ancora la data del processo.

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