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"In caso di mia morte...": la storia di Stefania, e quella lettera di una persona che sapeva che il suo uomo l'avrebbe uccisa

Stefania Formicola è l'ennesima vittima della violenza di un marito incapace di amare, e di accettare la fine di una relazione. Adesso, dopo la sua morte, spunta un'agghiacciante lettera scritta quando lei aveva appena 25 anni: un testamento in cui chiede che il figlio venga affidato ai suoi genitori. È la testimonianza, terribile, di una persona che già sapeva quale sarebbe stato il suo destino.
Fonte: Web
Fonte: Web

“Aveva paura, ma non si rivolgeva alle forze dell’ordine perché sapeva come sarebbe finita se lo avesse fatto”

Parla così Adriana Esposito, la mamma di Stefania, uccisa a 28 anni dall’ennesimo marito violento, geloso, uno di quelli di cui si sente parlare da un po’ di tempo troppo, davvero troppo spesso. Incapace di vivere un amore sereno, di accettare la fine del rapporto, di rinunciare a quella che per lui rappresentava non la sua compagna di vita ma una sua “proprietà”.

Un amore malato, basato non sul rispetto reciproco, sulla complicità e sulla fiducia ma solo e soltanto sulle minacce, sulle botte, approfittando della paura di lei, della vergogna, forse, di dover denunciare che il suo carnefice era proprio l’uomo che aveva sposato.

Si erano conosciuti attraverso un sito Internet, come spesso accade, Stefania Formicola e Carmine d’Aponte, 33 anni, già padre di una bambina avuta da una precedente relazione, si erano innamorati e avevano deciso di sposarsi; ma subito dopo il sì erano cominciati i primi problemi, nonostante la nascita di un bambino: lui, stuccatore di professione, non riusciva che a guadagnare qualcosa con dei lavoretti in nero, e neppure con il bar aperto apposta per lui dal suocero, il papà di Stefania, era mai riuscito a far decollare la situazione economica della famiglia. La precarietà finanziaria, unita ad una gelosia ossessiva, avevano gradualmente fatto aumentare i litigi, che via via si erano fatti sempre più gravi, fino a diventare veri e propri maltrattamenti fisici: lui la picchiava, la insultava, poi si metteva in ginocchio e chiedeva perdono; nemmeno la nascita di un secondo figlio aveva migliorato i rapporti fra di loro, e l’ansia di Stefania continuava a crescere, ma sempre in silenzio. Un copione già sentito troppe volte, un uomo che sembra amarti ma che poi si rivela un mostro, ed accorgersene all’inizio purtroppo non sempre è facile.

Così Stefania subiva in silenzio, non si rivolgeva alle forze dell’ordine né si confidava con i genitori, fino ad un paio di settimane fa, quando, presentandosi alla porta di mamma e papà, aveva detto di non poter più sopportare quella situazione, di volersi separare da Carmine: “Mi picchia e mi ha anche puntato una pistola in faccia” l’atroce confessione della giovane mamma. Dopo aver sentito quelle parole papà Luigi si era subito recato dai carabinieri per raccontare l’accaduto, pur senza formalizzare una denuncia, e li aveva chiamati anche una seconda volta per farlo portare via, quando si era presentato a casa loro chiedendo scusa per ciò che aveva fatto.

Purtroppo niente di tutto ciò è valso per salvare la vita di Stefania, uccisa perché aveva finalmente deciso di troncare quella relazione che le aveva procurato così tanto dolore, facendo già partire le pratiche per la separazione consensuale, affidate all’avvocato Titti Beccamanzi. Ma c’è un particolare ulteriormente agghiacciante che si aggiunge  a questa già orrenda storia, l’ennesima, di femminicidio annunciato. Su un foglio a quadretti, scritto con la calligrafia della povera Stefania, spuntano poche righe, una sorta di testamento, datato 28 aprile 2013, quando lei aveva appena 25 anni e aveva dato alla luce da poco il suo primo figlio:

“Alla mia morte, qualunque ne sia la causa, mio figlio deve essere affidato a mia madre e mio padre e in caso di loro morte a mia sorella Fabiana”

Sembrano le parole di chi già sa di essere condannata a morte, e il solo pensiero che la povera Stefania sapesse quale destino la aspettasse fanno davvero rabbrividire, oltre che suscitare un naturale moto di indignazione: come non essere riusciti ad evitare una tragedia annunciata, come aver potuto permettere che l’ennesimo uomo violento spezzasse la vita di una giovane mamma perché incapace di rassegnarsi ad un rifiuto?

Stefania dentro di sé sapeva, e non voleva che suo figlio, poi raggiunto dal fratellino, finisse proprio nelle mani di chi l’avrebbe uccisa, aveva chiesto che fosse adottato dai genitori.

Adesso, nella casa di San Marcellino, Adriana e Luigi piangono la loro bambina, stretti nel cordoglio dei parenti e di un paese intero. E sperano, ovviamente, di ricevere almeno un po’ di giustizia, che possa ridare a Stefania la pace che evidentemente non ha avuto in vita.
Lui si prendeva gioco della legge – dice Adriana, straziata– diceva che la legge non gli avrebbe fatto niente. Non deve uscire di galera“.

Sarebbero davvero tante, troppe, le domande, gli interrogativi da farsi, e purtroppo rimarrebbero quasi tutte senza risposta: com’è possibile che l’amore si trasformi in violenza, in desiderio di possessione? Come si può davvero pensare di tenere una donna legata a sé con le botte e le minacce? Ma soprattutto, forse si dovrebbe davvero smettere assolutamente di pensare che una donna che subisce senza dire nulla “se lo meriti”, perché molto spesso la paura, il vivere continuamente nel terrore, o il pensare di poter perdere la vita, i figli, come è successo alla povera Stefania, sono così forti da impedire di denunciare tutto, ed è proprio su questo che puntano gli uomini violenti. Una donna che subisce violenza è sempre e comunque una vittima, mai una colpevole.

C’è una cosa da dire, però: un uomo che è violento non vi ama e, più di tutto, non cambierà. Mai.