Il divieto di plastica in Messico aiuta l'ambiente ma toglie libertà alle donne

Città del Messico ha vietato l'utilizzo degli assorbenti monouso, una decisione presa in ottica ambientalista che mette però a grave rischio la libertà delle donne e la loro dignità.

Dall’inizio dell’anno, Città del Messico ha messo al bando la plastica monouso, un provvedimento che muove verso una precisa politica ecosostenibile con l’obiettivo di ridurre l’impatto della plastica sull’ambiente. Lodevole nell’intento, il provvedimento presenta però gravi conseguenze sulla vita e le libertà delle donne.

Insieme a posate, cannucce, capsule di caffè e palloncini ci sono anche altri prodotti di plastica usa e getta considerati ora illegali: gli assorbenti interni con applicatori di plastica.

Sappiamo bene quanto l’impatto ambientale della plastica sia significativo – si pensi ad esempio che ogni anno la popolazione messicana produce 6.000 tonnellate di rifiuti di plastica – ma il provvedimento, andando a colpire un bene primario come gli assorbenti per il ciclo mestruale, mostra in modo evidente come non sia stata presa in considerazione la prospettiva di genere, con una decisione che mette a rischio la salute, la libertà e la dignità delle donne.

Il governo ha ribadito che le donne possono affidarsi a valide opzioni sostenibili durante il ciclo mestruale, tra cui la coppetta mestruale e assorbenti organici o con applicatori di cartone, ma la questione è ben più complessa: si tratta di prodotti tutt’altro che economici e di non facile reperibilità nei negozi del Messico. Molte donne, infatti, sono costrette ad acquistarli online, ma non possiamo trascurare un dato essenziale: stiamo parlando di un Paese in cui il 56% della popolazione non ha un conto in banca.

Il problema maggiore è l’elevato costo di questi prodotti. Anche in questo caso, non possiamo non considerare il contesto. Il 40% della popolazione messicana vive sotto la soglia di povertà, situazione ora maggiormente aggravata dalla pandemia in corso, e quelli che sono a tutti gli effetti dei beni primari diventano costosi beni di lusso a cui un altissimo numero di donne rischia di non avere accesso.

Il guadagno medio di un lavoratore in Messico va dai 2,40 ai 6 dollari – all’incirca tra 1,50 e 5 euro – per non parlare poi del fatto che le donne guadagnano in media il 20% in meno degli uomini. Un pacchetto di assorbenti usa e getta – ora illegali – contenente poco meno di 40 assorbenti, costa 319 pesos, che corrisponde circa a 13 euro, i prodotti sostenibili viaggiano invece su cifre decisamente poco affrontabili dalla popolazione media del Paese: le coppette mestruali hanno un prezzo che si aggira intorno ai 560 pesos – 25 euro circa – e un pacchetto di 10 assorbenti riutilizzabili costa 809 pesos – 32 euro circa.

Ciò sta a significare che una lavoratrice media che guadagna il minimo salariale (2,40 pesos al giorno) deve lavorare più di 18 giorni per potersi permettere una confezione da 10 di assorbenti riutilizzabili. E questo, spendendo oltretutto la totalità del suo stipendio. Inoltre va ricordato che la coppetta mestruale non è adatta a tutte le donne.

Non dobbiamo poi dimenticare che i prodotti per l’igiene, sebbene siano dei beni di prima necessità, sono sottoposti a un alto livello di tassazione. Il Messico ha una tassa del 16% sui prodotti per il ciclo – argomento che conosciamo purtroppo molto bene, visto che nel nostro Paese arriva fino al 22%.

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Le implicazioni e le conseguenze di quello che potrebbe sembrare in prima analisi un provvedimento efficace e progressista sono però molte e rischiose. Le donne che non possono permettersi di acquistare i prodotti per il ciclo mestruale sono escluse dalla vita sociale: non possono prendere parte alle lezioni a scuola né possono andare al lavoro, e questo ha ulteriori ripercussioni sulla disparità tra i generi, accentuando un divario che diventa sempre più incolmabile e che si traduce in mancanza di possibilità, di avanzamenti di carriera e di opportunità future per le donne. Ancora una volta sono la libertà, l’indipendenza e la dignità femminile ad essere trascurate e sottomesse.

L’attivista per le mestruazioni Sally Santiago ha dichiarato in proposito a Reuters:

Una misura che potrebbe sembrare molto progressista e dai fini nobili a sostegno dell’impegno ambientalista finisce però per trascurare i bisogni delle donne.

Quello che è un diritto femminile che riguarda beni di prima necessità, considerabili a tutti gli effetti al pari di un farmaco o di un dispositivo per la salute, viene ancora calpestato e limitato e con esso, la condizione della donna, la cui libertà passa anche, e prima di tutto, attraverso il diritto alla sua salute fisica e il rispetto della sua persona. L’impegno verso politiche ecosostenibili, un passo fondamentale per tutelare la salute del pianeta, non può trascurare la questione di genere ma deve diventare con essa un punto essenziale per costruire una società migliore, equa e sostenibile che tracci nuovi importanti diritti e non ne cancelli altri, conquistati nel tempo e diventati essenziali.

 

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