Nella provincia di Savona, molte donne sostennero in modo deciso l’azione dei partigiani durante la Seconda Guerra Mondiale, anche senza impugnare armi ma occupandosi dell’approvvigionamento di cibo, abiti e farmaci per i soldati. E purtroppo, alcune di loro furono brutalmente sopraffatte dalla crudeltà del regime nazifascista.

Tra queste figure di grande coraggio spicca Clelia Corradini, una partigiana responsabile del Gruppo di Difesa delle Donne. Militante attiva nella lotta di resistenza, Clelia operava fianco a fianco con il suo figlio sulle montagne. Fin dai primi giorni, aveva manifestato il suo netto dissenso nei confronti della guerra, posizione radicata nella sua provenienza da una famiglia antifascista e proletaria.

Clelia si trovò nella condizione di essere una giovane vedova con tre bambini: Sergio, di 11 anni, Lucio, di 7 anni, ed Elda, di 5 anni. Nella sua determinazione a trovare lavoro, affrontò le intimidazioni dei fascisti correndo enormi rischi. Espresse il suo dissenso in vari modi, arrivando addirittura a protestare aggrappandosi disperatamente alle sbarre della finestra del Municipio, nonostante subisse ripetuti colpi alle mani da parte del maresciallo dei Carabinieri.

A causa delle sue posizioni contrarie alla guerra, Clelia venne segnalata per attività sovversiva all’inizio degli anni Quaranta e successivamente minacciata di essere confinata per un anno. Tuttavia, la sua determinazione non vacillò mai. Dopo l’8 settembre 1943, Clelia Corradini fu coinvolta nell’attività dei Gruppi di Difesa della Donna. Nel territorio di Vado Ligure, per diversi mesi, Clelia Corradini entrò in contatto con le donne più fidate e coordinò la raccolta di fondi per i partigiani.

Durante la fase di raccolta di finanziamenti, Clelia venne scoperta. Una anziana signora, impossibilitata a consegnare direttamente i fondi a Clelia, li affidò inavvertitamente a una vicina che purtroppo si rivelò essere anche un’informatrice della polizia. La donna andò subito a denunciarla alla polizia che dopo poco tempo la arrestò.

Trasferita al Comando di Quiliano venne torturata a lungo dai poliziotti fascisti, che cercavano di strapparle i nomi delle sue compagne e dei suoi compagni. Ma lei non proferì parola. Il 23 agosto fu condannata a morte “per incitamento alla diserzione”. Il mattino successivo, quattro volte i fucili furono puntati contro di lei. Anche in quel momento terribile Clelia non perse il suo coraggio e la sua dignità. Urlò senza paura ai soldati: “Ma voi non ce l’avete una madre?”.

Tre volte i soldati rifiutarono di sparare, fino a quando, alla quarta, l’ufficiale dei San Marco, per porre fine alla situazione, scaricò una raffica di mitra. Le ultime parole di Clelia furono per il figlio: “Sergio, vendicami”. Il giovane, ispirato dal coraggio materno, continuò a lottare senza sosta tra le montagne come partigiano fino alla Liberazione.

Commovente la lettera che Clelia scrisse a Sergio durante il periodo di detenzione, che però gli fu consegnata solo dopo la sua morte:

“Mio caro S.(ergio)
scrivo male perché appoggio la carta sulle ginocchia dal rifugio dove per ora è la nostra dimora. Ma spero sia forse per pochi giorni e poi sono certa tornerà quella pace di cui abbiamo bisogno.
Sono certa che verrà presto il giorno che ti rivedrò per non più lasciarci e dopo tante sofferenze godere un meritato sollievo.
Abbiamo passato dei momenti tristi, ma spero siano gli ultimi.
Mi chiedi lo zaino, ma non l’ho trovato. La casa è tutta sotto sopra, ti mando la blusa soltanto.
Ti bacio a nome di tutti, ti ricordano con tanto affetto.
Saluta il biondo da parte di sua mamma se questi è con te.

Ti bacio affettuosamente

Mamma tua”

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