Come nascono le parolacce? La serie Netflix che racconta la loro storia

Come nascono le parolacce e perché le usiamo? Una docu-serie Netflix ci aiuta a fare chiarezza: ecco perché guardare Storia delle parolacce con Nicolas Cage.

Avete mai desiderato di conoscere la storia delle parolacce? Se questo è un vostro desiderio, sarà preso esaudito, perché è in arrivo una serie Netflix su questi termini che, volenti o nolenti, fanno parte indissolubilmente delle nostre vite. Il conduttore di questa serie, Nicolas Cage, nei suoi film per esigenze di copione, ha pronunciato moltissime parolacce. Basti pensare a The Weather Man, in cui usa apostrofare il nuovo compagno della sua ex moglie «caz*o di gomma». Molti termini che solitamente vengono definiti turpiloquio infatti ineriscono con la sfera sessuale. Tuttavia non riguardano solo quella.

Parolacce, la serie Netflix

Storia delle parolacce (History of Swear Words nel titolo originale) approda su Netflix il 5 gennaio 2021. Lo show è una sorta di docu-serie con 6 puntate da 20 minuti ciascuna per quanto riguarda la prima stagione, presentate dall’attore Nicolas Cage. Il quale, nonostante le sue origini italiane, tratterà la storia delle parolacce anglofone, come viene suggerito dal trailer che lo vede a illustrare (letteralmente) il termine «pussy», che indica metaforicamente l’organo sessuale femminile o, fuor di metafora, una gatta.

Sono tanti gli ospiti previsti per questa prima stagione, per lo più storici, linguisti ed esperti di cultura pop, tra cui Joel Kim Booster, DeRay Davis, Open Mike Eagle, Nikki Glaser, Patti Harrison, London Hughes, Jim Jefferies, Zainab Johnson, Nick Offerman, Sarah Silverman, Baron Vaughn e Isiah Whitlock Jr.

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Storia delle parolacce, nascita ed evoluzione

Quando nascono, dove e come nascono le parolacce? E come mai ciò che è una parolaccia in Italia è simile a una parolaccia del Regno Unito in base al significato e alla metafora sottesa? Andando a scavare nel passato, si può ben immaginare come le parolacce (o turpiloquio) si siano originate nel linguaggio gergale. Ma le cose stanno solo in parte in questo modo.

L’etimologia di un termine è una cosa affascinante, ma le parolacce non hanno a che fare solo con essa, ma anche con una figura retorica, la metafora. La parolaccia infatti talvolta si riferisce a qualcosa in forma diretta, altre volte in forma metaforica. Facciamo un esempio pratico: il pene può essere chiamato «caz*zo» o anche «uccello». O in tanti altri modi (55, per la precisione), come Giuseppe Gioacchino Belli ci ha insegnato nella poesia Er padre de li Santi.

La verità è che le parolacce potrebbero essere antiche quanto le lingue parlate: ne esiste un trattato anonimo che risale alla seconda metà del XIII secolo, come riporta il volume I sette vizi capitali – Storia dei peccati nel Medioevo. C’è un capitolo di questo libro dedicato alla «lingua indisciplinata», che riguarda l’alimentazione e la parola.

Il cibo e il vino – vi si legge – ingurgitati in misura eccessiva scatenano un uragano di parole scomposte, che a sua volta provoca ulteriori libagioni, proprio come il vento e il mare si gonfiano a vicenda durante la tempesta; nel corso del pasto «la lingua, già scivolosa per natura perché collocata in un luogo umido, ma resa ancor più umida dal cibo e dal vino, diventa sempre più lubrica nelle parole, fino a provocare il disastro più completo». A questo punto non c’è limite alle parole sconvenienti: adulazioni, maldicenze, chiacchiere inutili, componenti abituali delle conversazioni a tavola, si trasformano gradualmente in scurrilità e oscenità, contumelie e risse e perfino in maledizioni e bestemmie; insomma, tutto il variopinto mondo delle “parole cattive” oltrepassa la soglia della bocca e dilaga liberamente.

Sicuramente il Medioevo è il momento in cui perfino la lingua letteraria iniziò ad accogliere delle metafore scurrili. Dante Alighieri scrisse il sonetto Chi udisse tossir la malfatata, che apre la tenzone con Forese Donati (datata tra il 1293 e il 1296), in cui utilizza delle parolacce, o meglio quelle che per lui erano parolacce riferite all’organo sessuale femminile, designato nella poesia come «copertoio cortonese» o «nido». Certo niente a che fare con quelle che considereremmo oscenità oggi. Nel Rinascimento, il turpiloquio fu anche più evidente in letteratura italiana, come testimonia uno dei Sonetti lussuriosi di Pietro Aretino, che sono datati 1526. E in cui troviamo delle parolacce che ben conosciamo oggi (non è insolito, dato che la lingua italiana venne codificata, per la prima volta ufficialmente, nel 1525).

Qui il Marignan non v’hà madrigaletti,
Ma vi son cazzi senza discrizone,
E v’è la potta e ’l cul, che li ri pone,
Appunto come in scatole confetti.
Vi sono genti fottenti e fottute,
E di potte e di cazzi notomie,
E nei culi molt’anime perdute.
Qui vi si fotte in più leggiadre vie,
Ch’in alcun loco si sian mai vedute
In frà le puttanesche gerarchie;
In fin sono pazzie
A farsi schifo di si buon bocconi,
E chi non fotte in cul, dio gli el perdoni.

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