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Non è una tragedia. Ma cronaca di una morte annunciata, cui dire basta

La morte di Marco, ucciso a 11 anni dall'incendio appiccato dal padre, separato dalla moglie, non è una tragedia, ma la cronaca di una morte annunciata.

Cronaca di una morte annunciata è un capolavoro, grottesco e costruito in maniera ammirevole, dal genio di Gabriel Garcia Marquez.

Ma oggi, ha il volto e il sorriso di Marco, undici anni appena, ucciso dall’odio e dal livore che il padre covava verso la sua mamma.

Nel gergo bellico le chiamano con il – poco apprezzabile, a dire la verità – termine di “vittime collaterali”: quelle che non c’entrano direttamente con il conflitto che si sta combattendo, che spesso non ne conoscono neppure le ragioni, ma che, per qualche assurdo e infausto disegno del destino, di Dio o di chi vi pare, si trovano lì. Per caso, senza nessuna colpa.

Così è capitato a Marco, ucciso nell’incendio che ha avviluppato la casa dove viveva con la mamma e i due fratelli, quella casa dove non c’era più spazio per papà, separatosi dalla moglie, la mano che ha appiccato il fuoco. Anzi, a quella casa, Gianfranco Zani, nemmeno poteva avvicinarsi.

A stabilirlo non una decisione arbitraria della donna, ma un’ordinanza del gip di Mantova che, solo quattro giorni prima della tragedia, aveva decretato che lui dovesse stare lontano da quella abitazione, per ripetuti maltrattamenti.

Marco, quindi, non si trovava neanche nel posto sbagliato al momento sbagliato; era fra le mura domestiche, quel luogo che dovrebbe proteggere, tutelare e mettere al riparo, e che per lui, invece, si è trasformato in una trappola mortale il cui innesco è stato dato proprio dall’uomo che l’ha messo al mondo.

La “vittima collaterale” degli strascichi di rancore e delle velleità di vendetta di Gianfranco, che proprio non poteva sopportare l’idea di non far più parte di quel quadro familiare, che non voleva accettare la decisione della moglie di dividere le loro strade.

È successo tutto a Sabbioneta, comune a una manciata di chilometri da Mantova, una perla italiana dichiarata patrimonio UNESCO che il 21 novembre si è trasformata in un girone dantesco fatto di fuoco e fumo. La mamma di Marco, originaria dell’Est Europa, separata da Zani, era uscita di casa per accompagnare il figlio diciassettenne all’oratorio, lasciando a casa gli altri due, di 4 anni, e Marco appunto, undici anni, che dormiva nella sua camera.

L’ex, appostatosi forse da tempo davanti alla casa per monitorare tutti i movimenti della moglie, ha approfittato della sua assenza per entrare in casa e appiccare il fuoco agli arredi del piano superiore. Sapeva che in casa c’erano gli altri figli? Non è dato sapersi.

Poco prima delle 17 la moglie, sulla strada di rientro, incontra proprio il furgoncino di Zani che si allontana dalla casa verso cui ha ricevuto quattro giorni prima un’ordinanza di allontanamento, anzi lui la sperona prima di darsi alla fuga. Ma lei ha un presentimento, accelera per raggiungere l’abitazione e, quando vi arriva, tutti i timori sono confermati. La casa sta bruciando.

La donna mette in salvo il bimbo piccolo, ma non riesce a a raggiungere la stanza da letto al piano superiore, quella dove si è sviluppato l’incendio, e dove dormiva Marco; non le è restato che dare l’allarme, ma quando i medici del 118 e i vigili del Fuoco di Mantova sono arrivati hanno estratto il bambino già in arresto cardiaco. Il piccolo è morto all’ospedale Oglio Po di Casalmaggiore. Zani, invece, è stato intercettato poco dopo da un pattuglia della Polstrada di Casalmaggiore, che lo ha fermato.

Questi i fatti, esposti molto brevemente perché, al di là della cronaca, quel che spinge a riflettere è il fatto che non si possa parlare dell’ennesima “tragedia”; perché che l’epilogo sarebbe potuto essere terribile, forse un po’ era doveroso sospettarlo. E perché nella fine atroce del piccolo Marco, martire di una guerra che non si combatte in trincea né sotto i colpi dei mortai, ma nelle case dove dovrebbe sempre vigere l’amore e il rispetto, nelle strade che si fanno teatro delle vendette della gelosia o delle turbe mentali di uomini inadatti, accecati, furiosi, con ogni mezzo e ogni strumento, non c’è nulla di accidentale, di fortuito.

È, invece, la cronaca di una morte annunciata: perché molti dei femminicidi, o delle morti in ambito familiare che non risparmiano neppure i figli, arrivano a seguito di denunce, di ingiunzioni restrittive, di divieti di avvicinarsi alla casa familiare, spesso e volentieri non rispettati. Come se bastasse dire a un criminale di non fare il criminale.

Da dove ripartire allora? Da un ribaltamento totale della giustizia, da un inasprimento non solo delle pene, ma soprattutto dei controlli a priori, in modo da evitare che tutte le “tragedie” diventino “morti annunciate”. Da un monitoraggio maggiore e più attento dei sorvegliati sottoposti alle misure restrittive, da un ascolto più presente delle denunce… Non possiamo, e neanche vogliamo, sostituirci al sistema giudiziario né alle forze dell’ordine elencando quelle che, sulla carta, sembrano tutti ottimi modi per arginare il problema. Sulla carta. Perché poi, a conti fatti, la realtà è un’altra.

La realtà di oggi è che Marco è la “vittima collaterale” di una morte annunciata. E, a una manciata di giorni dal 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, questo fatto ci sbatte in faccia, pesante come un macigno, che le donne, a tutti gli effetti, non sono le sole vittime della violenza a loro carico.

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