Daniela Fumagalli, la lettera ai gemelli uccisi dal padre Roba da Donne

Ci sono cose che madri e padri non dovrebbero mai fare e guardare le bare dei propri figli è una di queste. La più inconcepibile di tutte. Al funerale di Elena e Diego dello scorso 4 luglio 2020 Daniela Fumagalli ha dovuto fare l’impossibile: salutare i suoi bambini per sempre.

I gemelli di Gessate sono morti senza sapere perché in una notte di fine giugno, strangolati nel loro letto dopo cena, come ha definito l’autopsia. Li ha uccisi il padre, Mario Bresso, che poi si è buttato da un ponte. Non prima però di aver avvisato con un sms la mamma dei bambini Daniela, che aveva deciso di separarsi, che non avrebbe più rivisto i suoi figli.

La lettera di “mamma Dani” ai suoi figli che è stata letta ad alta voce da una sua amica in chiesa e poi pubblicata da Quotidiano.net, è molto difficile da digerire, ma importantissima da leggere. La riportiamo integralmente.

Ciao nanetti,
vi chiamo come vi ho sempre chiamato anche se ormai eravate alti quasi quanto me. Non riesco ancora a realizzare che non potrò più rivedervi, abbracciarvi, sentire la vostra voce o il suono delle vostre risate, ma soprattutto quell’intercalare “mamma” che sentivo nominare miliardi di volte al giorno e che ora non sentirò mai più.

La felicità è una scelta e voi avevate scelto di vivere sereni e felici nella vostra breve vita, con due caratteri molto differenti, entrambi accomunati dal sorriso, da quello sguardo attento e dalla voglia di vivere e affrontare il mondo. Elena un vulcano, portava allegria in ogni luogo, Diego riflessivo e osservatore. Inutile dilungarmi oltre nel descrivervi ai vostri amici, non era sbagliato essere diversi: eravate due individui separati e sarebbe stato grave sforzarsi di essere uguali. Sono stata fortunata a essere la vostra mamma. In questi dodici anni ci siamo accompagnati, coccolati, abbracciati, baciati, fatto tanto solletico, giocato, discusso, fatto sport diversi, studiato, viaggiato e mille altre cose. Non importa se ho dormito poco e ho corso.

Quando vi vedevo sorridere, senza che ve ne accorgeste, o mi dicevate di amarmi, per me era la felicità, e sono le piccole cose che rendono felici. Non sono sicuramente stata una mamma perfetta come voi non siete stati figli perfetti. Ma sono stata me stessa come voi siete stati voi stessi. Voi perdutamente e profondamente innamorati della vita, io profondamente e perdutamente innamorata di voi. Ho sempre cercato però di lasciarvi i vostri spazi, per fare, sperimentare e sbagliare. Liberi di scegliere perché non è con la forza o con l’imposizione che potevo trattenervi: il mio ruolo era di stare al vostro fianco, pronta a rialzarvi o consolarvi in caso di bisogno, oppure a gioire con voi. Voi non avevate scelto di essere i miei figli, ma io avevo scelto di essere mamma: il destino ha deciso di regalarmi voi, e sono stata una mamma privilegiata.

So che da ora in poi sarete al mio fianco come io lo sono stata per voi. Il vostro sorriso mi porterà allegria e mi terrà compagnia nei momenti di paura e mi riscalderà il cuore: ho cercato di insegnarvi di trovare sempre il meglio negli altri, di mettere etica e passione in ogni vostro impegno, scuola o sport che fosse, di ridere spesso e con gusto e di rispettare gli altri. Stavate imparando a farlo bene e se seguendo questi consigli avete contribuito a un mondo un pochino migliore, credo di aver fatto un buon lavoro. Per me sarebbe un successo sapere che chi vi ha conosciuto quando vi penserà, sorriderà. Ed è per questo che chiedo a tutti di ricordarvi sorridenti e non nelle lacrime. Elena e Diego avrebbero preferito così.

Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci abbracci, quando le cose non vanno bene, anzi, soprattutto quando è così. In questo ultimo saluto vi abbraccio e vi dico che andrà tutto bene, nonostante il male che vi è stato inferto. Questa mostruosa esperienza mi sta insegnando che non importa quanto forti possiamo essere, tutti prima o poi abbiamo bisogno di un abbraccio. Nella mia vita ho scoperto che un sorriso ha il potere di cambiare il mondo e che se vuoi qualcosa devi alzarti, impegnarti e affrontarlo. Soprattutto sto imparando che nella vita non bisogna essere perfetti, ma felici. E bisogna accettare l’aiuto degli amici. E noi tre di amici ne avevamo tanti. Purtroppo la vita è questa: niente è facile, ma nulla è impossibile. E per questo finché saprò ancora emozionarmi sentendo il vostro nome, Elena e Diego, saprò che questa enorme violenza e ingiustizia non ha vinto. Mi mancherete tantissimo.

La vostra mamma Dani

La lettera di Daniela Fumagalli ai figli è un inno all’amore. Al supporto degli amici e al potere del sorriso. Alle piccole cose che rendono felici. Al dolore che si trasforma in ricordo. Non subito, non si può. Un domani imprecisato, se il tempo sarà clemente con questa donna. O forse mai.

Sono parole che non vanno giù anche perché a pronunciarle è una madre che oltre ad aver perso i figli, si è anche vista addebitare dal loro assassino la colpa di questo gesto folle. Mario Bresso non aveva accettato l’idea di separarsi dalla moglie e in diversi messaggi prima dell’omicidio, come riporta l’AGI, le aveva detto di “aver rovinato la famiglia”.

La stampa ha fatto il resto, creando un pregiudizio. Non nei confronti delle vittime, ma del carnefice.

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La cronaca, nel riportare questo episodio, ha più di una volta usato titoli che empatizzavano con Mario Bresso. I titoli dei principali quotidiani italiani hanno definito l’omicidio, nei giorni successivi al ritrovamento dei corpi di Elena e Diego, il frutto del “dramma dei papà separati”. Siamo concordi nel dire che quello dei padri separati può davvero rivelarsi un dramma, ma non è questo il caso.

La morte dei gemelli Elena e Diego non è la conseguenza di una separazione difficile. Non è la storia di un padre perfetto che amava i suoi bambini, impazzito (sottotesto della cronaca che ha trattato il caso: “giustamente”) dal dolore perché la sua vita si stava sgretolando a causa della moglie.

A questo filone si appoggiano altri articoli e messaggi, legati alle ultime mail di Mario Bresso alla moglie in cui la accusava di aver rovinato l’armonia familiare. Ricostruire queste informazioni e mettendole insieme spesso equivale a dare responsabilità di gesti folli (e forse premeditati: saranno gli inquirenti a dirlo) alle persone sbagliate. A empatizzare col mostro anziché condannarlo.

L’associazione contro la violenza sulle donne @Nonunadimeno su Twitter ha segnalato questo caso di informazione tossica in cui il carnefice diventa vittima a causa di dettami patriarcali duri a morire (“l’uomo ha il diritto di gestire la vita della donna”), spesso inconsci e abusati. Lo ha fatto mettendo in bella mostra i titoli sensazionalistici ed emozionali dei giorni successivi all’omicidio. Costruendo una narrazione che getta ombre su una della vittime di questa storia, la madre che deve piangere, sola, sulla tomba dei suoi due figli.

Secondo una ricerca dell’Istat, il 54% delle donne uccise in Italia nel 2018 è stata colpita a morte da un ex partner. Che forse avevano deciso di lasciare, come aveva fatto Daniela Fumagalli.

Come queste donne vittime di femminicidio, anche lei aveva ogni diritto di separarsi dal marito. E non è responsabile della morte dei suoi figli, causati da un impeto di rabbia, solo perché aveva esercitato un diritto fondamentale di ogni rapporto di coppia, ovvero quello di chiamarsi fuori qualsiasi fossero le sue motivazioni.

Nelle sue parole ai figli morti si legge tra le righe la forza disumana di una donna che, ancora oggi, si definisce fortunata per avergli potuto fare da mamma. E che non condanna e non impreca, semplicemente ricorda.

Ed è questa la narrazione che dobbiamo portare avanti per Elena e Diego, morti in una notte di giugno senza sapere perché.

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