Malika Chalhy è una ragazza di 22 anni, residente a Castelfiorentino in provincia di Firenze, ripudiata dalla famiglia e cacciata di casa a inizio gennaio perché lesbica. La giovane il 4 gennaio scorso ha scritto una lettera ai genitori in cui dichiarava loro di essersi innamorata di una ragazza.

Purtroppo la reazione dei familiari è stata molto violenta: Malika ha ricevuto 20 messaggi vocali su whatsapp con insulti e minacce da parte della madre, come la stessa giovane dichiara in un video di FanPage. Queste alcune delle frasi rivolte alla ragazza: “Ti auguro il cancro”; “Ti strappo il cuore dal petto se ti incontro per strada”; “Non ti avvicinare a Castelfiorentino perché ti ammazziamo“; “Preferiamo 50 anni di carcere, ma vederti morta”.

Malika viene così cacciata di casa: non ha neanche la possibilità di recuperare effetti personali e vestiti, come dichiara lei stessa nei video sopracitato:

Sono rimasta senza nulla, senza un tetto. Hanno cambiato la serratura. Poi l’8 gennaio ho provato a rifarmi viva tramite i carabinieri, presentandomi sotto casa e chiedendo gentilmente a mia mamma se poteva almeno ridarmi i vestiti e mia mamma, rivolgendosi ai due agenti, ha detto: “Io non conosco questa persona, non so cosa voglia da me”. E lì, per la seconda volta in 3 giorni ho sentito il mondo sprofondare.

Omofobia, chi ha paura degli omosessuali (e perché?)

Il 19 gennaio Malike decide di sporgere denuncia, spaventata dalle continue minacce di morte ricevute dai familiari, soprattutto dal fratello.

In una situazione come questa, di certo, non aiuta l’assenza di leggi che tutelino le vittime di omotransfobia. Proprio nei giorni scorsi, il Senato ha bloccato il ddl Zan, passato invece alla Camera lo scorso novembre, che propone modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale per favorire l’entrata in vigore di misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità.

Perché si deve parlare di omobitransfobia

Come dichiarato da La Stampa, la procura di Firenze ha aperto un’indagine: il pubblico ministero Giovanni Solinas, sulla base della denuncia effettuata dalla giovane, ha delegato gli accertamenti ai carabinieri della compagnia di Empoli, che si starebbero concentrando proprio sulle minacce rivolte a Malika dalla madre.

La risposta della madre

La madre, intervistata da La Nazione Empoli, così si è espressa in merito alla vicenda:

Non ho buttato fuori di casa nessuno. Non sono d’accordo con le sue scelte. Quello che è stato riportato nel video pubblicato su Fanpage è soltanto l’ultimo dei 19 messaggi vocali che le ho mandato. Era uno sfogo. Mi rendo conto di aver detto parole forti, una reazioni di pancia dopo aver letto la lettera che mi ha fatto ritrovare.

La donna, infatti, ha dichiarato di essersi mostrata comprensiva con la figlia, proponendole di tornare a casa per parlarne, ma di non avere ricevuto risposta dalla figlia:

Ho visto che ha sentito i messaggi, ma non ha più risposto. Nessuno le ha detto di andarsene. Qualche giorno dopo si è presentata con alcuni suoi amici perché voleva riprendere le sue cose. Hanno tentato anche di sfondare la porta, facendo spaventare anche i vicini di casa. Siamo una famiglia seria, per bene e adesso ci troviamo con questo macigno addosso.

Una versione molto diversa da quella riportata da Malika. La donna, infine, aggiunge:

Nessuno può obbligarmi ad accettare questa cosa. Mia figlia ha chiuso con me. Per me è morta.

La raccolti fondi su Go Fund Me

Vista la difficile situazione, la cugina di Malika, Yasmine Atil, ha creato una campagna per raccogliere fondi su Go Fund Me, per permettere alla giovane di ricostruirsi un futuro.

Questo quello che scrive Yasmine:

Come potrete immaginare le spese sostenute da Malika in questi due mesi sono state cospicue, a partire dai vestiti che le mancavano, all’avvocato e psicologo che in questo periodo la stanno aiutando, ed è per questo che diamo il modo a chi legge la sua storia di aiutarla attraverso questa piattaforma. Ringraziamo chiunque, anche con un piccolo gesto, aiuterà Malika a riprendersi in mano la sua vita.

La raccolta ha già quasi triplicato l’obiettivo di 10.000 euro, sfiorando i 30.ooo euro, grazie anche all’intervento di celebri personalità del mondo social, scese in campo per sostenere Malika.

Il sostegno di Fedez ed Elodie

È stato Fedez il primo ad esprimere solidarietà alla giovane. Così il rapper si è espresso in una story dal suo profilo Instagram:

Mi avete inviato in tanti la terribile e assurda storia di Malika. Non posso immaginare cosa significhi sentirsi dire certe parole da voltastomaco da parte di un genitore che ti ha messo al mondo. I vari Pillon, associazioni cattolico-estremiste, antiabortisti ci tengono sempre a ricordarci che amare una persona dello stesso sesso sia contronatura e quindi non meritevole di pari diritti rispetto alle persone da loro considerate “normali”. Io credo invece che quello che ho appena visto sia contronatura, il rifiuto di una figlia da parte di una mamma attaccata ad uno stigma sociale che purtroppo è ancora vivo perché estremamente attuale nella nostra società cosiddetta “civile” e ancor più triste costantemente alimentato. Spero che i vari Pillon, Senatori e rappresentanti dello Stato vedano la storia di Malika. La mia coscienza mi impone di aiutare questa ragazza anche solo per ricordarle che il mondo non è tutto così, che là fuori non è tutto una merda. Un abbraccio Malika.

Anche Elodie, sempre più sensibile a tematiche di stampo sociale, ha voluto mettere la sua visibilità al servizio di questa causa. Lo ha fatto condividendo in una story la raccolta fondi promossa dalla cugina per permettere alla giovane di rifarsi una vita autonomamente.

Nel frattempo, Malika dal suo profilo Instagram esorta tutti a non diffondere altro odio, ma far sentire la propria voce in nome della parità dei diritti.

Non mi interessa minimamente che vengano rivolti insulti ai miei “genitori”. Credetemi ci sto male per ciò. Ho denunciato alle forze dell’ordine e poi alla stampa per difendermi dall’odio. Qualsiasi risposta che contenga odio non è solo fuori luogo, ma anche controproducente! Chiunque mi voglia aiutare in questa battaglia, sostenere la mia causa della parità dei diritti, condivida ogni articolo contenente questo tema, contribuisca all’arricchimento del dibattito. MA NON CONTRIBUISCA A DIFFONDERE ODIO.

Questo è quello che Malika si augura, come dichiarava nel video in apertura:

 Spero che più si va avanti di questi tempi e più diventi una cosa normale perché è normale. […] Spero di essere anche una speranza per le persone che mi vedranno e che non hanno il coraggio di ammetterlo a se stessi e alle persone che vicine chi sono realmente perché non c’è cosa più brutta di non ammetterlo in primis a se stessi e poi di vergognarsi per non ammetterlo alle altre persone. Non c’è niente di sbagliato.

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