La scelta della figlia di Melania Rea di prendere il cognome della madre uccisa

La figlia di Melania Rea, uccisa nel 2011 dal marito, cambierà il cognome e prenderà quello della madre.

Il 25 novembre 2020, proprio nella Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, un alto giudice del Tribunale dei minori di Napoli ha accolto la richiesta della figlia di Melania Rea, vittima di femminicidio per mano del marito, di cambiare cognome.

Vittoria, oggi undicenne e affidata ai nonni materni, all’epoca del delitto della mamma, avvenuto il 18 aprile 2011 aveva solo 18 mesi. Salvatore Parolisi, marito di Melania, l’ha brutalmente uccisa con 35 coltellate, lasciandola agonizzante nel bosco di Ripe di Civitella, in provincia di Teramo, probabilmente mentre la figlia, di soli 11 mesi, si trovava sul seggiolone dell’auto accanto al quale si consumava l’atroce delitto.

Femminicidio: i numeri degli uomini che uccidono le donne

Parolisi, condannato all’ergastolo in primo grado, a trent’anni in appello e venti in Cassazione – dopo la caduta dell’aggravante della crudeltà – avevo già perso la patria potestà nel 2017. L’ex Caporal Maggiore di Frattamaggiore attualmente si trova nel carcere civile di Bollate, dove è stato trasferito nel 2016, dopo essere stato espulso dall’Esercito.

Come dichiara lo zio della bimba, Michele, fratello di Melania, è stato un desiderio di Vittoria quello di non essere più legata al cognome Parolisi:

Quello di cambiare cognome è un desiderio di Vittoria che ora si è avverato. Un cognome che non sentiva più suo anche a scuola quando le insegnanti facevano l’appello. Non era giusto che fosse la piccola Vittoria a portarne il peso.

Un riconoscimento importante per la piccola Vittoria, per la sua libertà e vita futura, oltre che un gesto di forte impatto, ufficializzato in un giorno simbolo contro la violenza perpetrata ai danni delle donne, una piaga del nostro Paese, come attestano i troppi fatti di cronaca, soprattutto in questo periodo di restrizioni e isolamento che ha relegato molte donne nella prigione domestica a contatto con i loro aguzzini.

I numeri dei femminicidi del resto parlano chiaro e sono più che mai allarmanti: ogni giorno raccontano di una tragica realtà contro la quale ancora oggi non vi sono le giuste e necessarie tutele giuridiche a sostegno delle donne vittime di abusi, molte delle quali spesso esposte a un ulteriore rischio per la scelta coraggiosa di denunciare.

 

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