Grillo, la difesa del figlio difende la cultura stessa dello stupro

Beppe Grillo si lascia andare a uno sfogo durissimo per difendere il figlio, accusato di stupro. Ma lo fa con basi sbagliate, puntando il dito sulla ragazza che avrebbe denunciato la violenza "solo 8 giorni dopo". Non c'è un tempo per denunciare un'aggressione sessuale.

Da qualche tempo Beppe Grillo non compariva in video sui social; lo ha fatto il 19 aprile per tornare a parlare della brutta storia che coinvolge il figlio Ciro e tre amici, Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria, accusati di aver stuprato una ragazza nel 2019, nella villa che il leader del Movimento 5 Stelle ha in Sardegna, a Tempio Pausania.

Mio figlio è su tutti i giornali come uno stupratore seriale insieme ad altri tre ragazzi – dice Grillo – Io voglio chiedere, voglio chiedervi, voglio chiedere veramente, voglio una spiegazione perché un gruppo di stupratori seriali, compreso mio figlio, non sono stati arrestati? Perché non li avete arrestati? La legge dice che gli stupratori vengono presi e vengono messi in galera e interrogati in galera o ai domiciliari. Sono lasciati liberi per due anni, perché? Perché non li avete arrestati subito? Ce li avrei portati io in galera, a calci nel culo. Perché? Perché vi siete resi conto che non è vero niente che c’è stato lo stupro, non c’entrano niente. Perché una persona che viene stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf, e dopo otto giorni fa una denuncia, vi è sembrato strano. È strano.

E poi non c’è un avvocato o sono io, il padre, che parlo e difendo mio figlio, c’è il video! C’è un video, c’è tutto il video, passaggio per passaggio, e si vede che c’è la consensualità, il gruppo che ride, che sono ragazzi di 19 anni che si stanno divertendo, che sono in mutande, e saltellano col pisello così perché sono quattro coglioni, non quattro stupratori, e io sono stufo che son due anni! E se dovete arrestare mio figlio che non ha fatto niente, allora arrestate anche me, perché ci vado io in galera!

È uno sfogo durissimo, quello dell’ex comico genovese, lo sfogo di un padre che crede alla parola del figlio e lo difende, parlando anche di un video, ritrovato nel cellulare di uno degli indagati ed effettivamente adesso in mano agli inquirenti, che secondo l’accusa fornirebbe una prova evidente della violenza di gruppo, mentre per la difesa sarebbe la dimostrazione che si è trattato di un rapporto consensuale; la storia è certamente intricata, e spetterà naturalmente alla magistratura fare luce sul caso, per cui sembra verosimile venga chiesto il rinvio a giudizio per tutti gli indagati.

C’è però un dettaglio, nella vicenda così come ricostruita da Grillo, su cui occorre forse fermarsi a riflettere, ed è l’idea di poter basare una difesa sulle tempistiche con cui è stato denunciato lo stupro.

Non è certo la prima volta che sentiamo qualcuno sostenere che, se si è vittime di una violenza sessuale, lo si debba dire subito, come se ci fosse una “data di scadenza” dopo la quale la propria testimonianza perde di valore o di credibilità. È su una tesi del genere, dopo tutto, che, in tempi recenti, si è basata tutta la retorica dei detrattori di Asia Argento all’epoca della sua denuncia contro Harvey Weinstein, quella che è stata alla base dello scoppio del Me Too, tanto per fare un esempio piuttosto noto.

Nello stesso periodo storico ricordiamo anche le identiche accuse a Christine Blasey Ford, la cui “colpa” è stata di aver denunciato solo 36 anni dopo la tentata aggressione sessuale del giudice Brett Kavanaugh, tanto che più d’uno sostenne che quella dichiarazione fosse stata fatta ad hoc per tentare di boicottarne la ri-elezione alla Corte Suprema (comunque avvenuta, seppur risicata).

Christine Blasey Ford: le donne vittima di violenza sono vittime non deboli

Qualcuno la chiama “la fallacia del mondo giusto”, e riguarda proprio la tendenza, tutta umana, a incolpare le vittime spesso in maniera inconsapevole; tutto lo stesso impianto dei vari “Se ti vesti così/ Se bevi / Se vai in giro da sola / Se fai ‘quella che ammicca’”, del resto, si basa proprio su questo concetto, che altri chiamano vittimizzazione secondaria, o victim blaming.

Nel caso di Grillo di vittimizzazione secondaria parla, ad esempio, Antonella Veltri, presidente di D.i.Re-Donne in Rete contro la Violenza:

Con il suo video sbraitante in difesa del figlio Ciro, Beppe Grillo mostra in tutta la sua evidenza il funzionamento della vittimizzazione secondaria: le donne non sono credute, la violenza viene minimizzata, il comportamento della ragazza giudicato quasi fosse lei l’accusata.

Lo stesso pensiero è stato espresso dalla famiglia della vittima, attraverso le parole dell’avvocata Giulia Bongiorno, ad Adkronos:

Il tentativo di fare spettacolo sulla pelle altrui è una farsa ripugnante. Cercare di trascinare la vittima sul banco degli imputati, cercare di sminuire e ridicolizzare il dolore, la disperazione e l’angoscia della vittima e dei suoi cari sono strategie misere e già viste, che non hanno nemmeno il pregio dell’’inedito’.

Lo ripetiamo: non è nostro compito esprimerci sul lato giudiziario della questione, né dire che Ciro Grillo e i suoi amici abbiano o non abbiano stuprato quella ragazza. Non è nostra intenzione neppure dividere il dibattito pubblico in innocentisti o colpevolisti, ma esclusivamente riportare i fatti per come sono stati presentati finora.

Ciò di cui possiamo discutere, quello sì, sono gli strumenti attraverso cui si sceglie di basare la propria difesa: perché farlo accusando la ragazza di aver denunciato “troppo tardi” e perciò di non essere attendibile, con il rischio di continuare a perpetrare questa idea malsana che uno stupro sia più credibile solo se dichiarato subito e, di conseguenza, anche la colpevolizzazione delle vittime (che possono avere mille ragioni diverse per decidere di parlare solo a distanza di tempo)?

Tutto questo appartiene a quella cultura dello stupro che ancora molti e molte di noi faticano a comprendere veramente, tanto da arrivare ad aberrazioni come la normalizzazione dello stupro stesso, che diventa persino oggetto di rape joke, di “scherzi” con battute a tema stupro, come accaduto recentemente a Radio 105.

La cultura dello stupro appartiene a ognuno di noi e dobbiamo rendercene conto

Sfogliate la gallery per ripercorrere la vicenda giudiziaria di Ciro Grillo e i suoi amici.

Grillo, la difesa del figlio difende la cultura stessa dello stupro
Fonte: Repubblica
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