Covid-19: donne e ragazze pagano il prezzo di appartenere al genere femminile

Covid-19: donne e ragazze pagano il prezzo di appartenere al genere femminile
Fonte: web
Foto 1 di 5
Ingrandisci

Il 2020 doveva essere un anno di svolta sul tema della parità di genere, a venticinque anni dall’approvazione della Dichiarazione di Pechino che sostanzialmente affermava l’uguaglianza fra uomini e donne.

Invece, la pandemia di Covid-19 che ha investito il mondo si è rivelata deleteria sotto molti punti di vista, per l’umanità nel suo complesso, ma in particolare (e nemmeno troppo sorprendentemente) per le donne che, come spesso capitato in passato, hanno pagato il prezzo più alto della crisi globale scaturita dalla pandemia.

Economia, benessere, diritti, quasi tutto è stato rimesso in discussione alla luce degli stravolgimenti provocati dal virus, e le conseguenze, per il genere femminile, sono davvero pesanti. Ad affermarlo è un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite, L’impatto del Covid-19 sulle donne, che si focalizza proprio sulle difficoltà incontrate dalle donne nel mondo in seguito al lockdown.

Prime fra tutte, quelle di tipo economico, in una situazione già precaria e visibilmente sbilanciata in cui non si riusciva, già prima del virus, neppure ad arginare il gender pay gap.

L’impatto economico

Se in tutto il mondo le donne guadagnano meno degli uomini, sono vittime di una maggiore precarietà lavorativa, hanno un minore accesso alle protezioni sociali e rappresentano la quasi totalità delle famiglie monoparentali, uno choc economico come quello causato dal Covid-19 ha peggiorato ulteriormente le cose, facendo subire loro ancor più tagli e licenziamenti.

In molti Paesi la prima ondata di tagli è stata particolarmente acuta nel settore dei servizi, compresi il commercio al dettaglio, l’ospitalità e il turismo, dove le donne sono molto presenti; ma è sopratutto nelle economie in via di sviluppo che vengono avvertite le conseguenze peggiori, visto che in tali aree le donne (circa il 70%) non hanno quasi tutele né contro il licenziamento, né congedi di malattia.

Per fare un esempio, basti pensare che nel periodo in cui l’Africa ha dovuto affrontare una vasta crisi dovuta al virus Ebola, nella Liberia in cui le commercianti rappresentano l’85% la quasi totalità di loro ha risentito enormemente del momento, e mentre gli uomini non hanno faticato a trovare un nuovo impiego, una volta passata l’emergenza, per loro non è stato affatto così.

La previsione, quindi, è che la storia possa ripetersi anche dopo il Covid-19.

L’impatto sulla salute

Non meno importante è l’accesso ai servizi sanitari per donne e ragazze, reso più complicato dalla pandemia. Se ci pensiamo, nella stessa Italia durante il periodo del lockdown molti ospedali hanno sospeso alcuni interventi giudicati “non prioritari”, fra cui i ricoveri per gli aborti farmacologici.

Giù le mani dall'aborto farmacologico: il grave affronto della regione Umbria

C’è però anche un altro aspetto correlato all’impatto del virus sulla salute: globalmente, le donne costituiscono il 70% del personale sanitario, e hanno più probabilità di essere in prima linea, come infermiere od ostetriche, senza contare le donne impiegate nei servizi di pulizia o lavanderia, e per questo sono state più esposte al virus; ciononostante, raramente vengono o sono state coinvolte nella pianifiazione delle contromisure con cui rispondere all’emergenza sanitaria

L’impatto sulla salute sessuale e riproduttiva

Capitolo a parte merita la salute sessuale e l’accesso ai metodi di controllo delle nascite, importantissimi non solo per prevenire maternità indesiderate ma in alcuni casi anche per preservare dalle malattie sessualmente trasmissibili. Il report ONU stima che nell’America Latina e nei Caraibi circa 18 milioni di donne perderanno l’accesso ai metodi contraccettivi, proprio a causa della pandemia, secondo quanto affermato dall’UNFPA, Latin America and Caribbean Regional Office.

La questione del lavoro di assistenza non retribuito

L’impatto di questa economia invisibile pesa non solo su quella visibile, ma anche sulla situazione delle donne, aggravata dopo la pandemia. Prima del Covid-19, per capirci, solo in Italia il 21% delle donne in età lavorativa dichiarava di non cercare un’altra occupazione perché impegnata in un lavoro non retribuito di assistenza. Nell’America Latina le donne impiegate in questo settore sommerso rappresentano il 15,2 % – in Ecuador – e il 25, 3% – in Costa Rica – del PIL.

L’assistenza domiciliare di pazienti dimessi dagli ospedali le mette a repentaglio, rappresentando una componente più importante di quella maschile, ma c’è anche altro; con le scuole chiuse in molti Paesi saranno sempre più le ragazze che rinunceranno al ritorno sui banchi, restando a occuparsi della casa, in misura sicuramente maggiore rispetto ai coetanei maschi. Ci sono, afferma l’ONU, pandemie passate che lo hanno già dimostrato, soprattutto in quelle aree del mondo dove l’istruzione femminile è già piuttosto sottovalutata.

L’ONU intende fronteggiare il problema rendendo più visibile il lavoro non retribuito di assistenza, alleviando l’onere dell’assistenza redistribuendolo tra uomini e donne, e destinando maggiori finanziamenti alle infrastrutture di assistenza sociale.

La violenza di genere

Purtroppo la pandemia e il lockdown ha peggiorato la situazione soprattutto per le donne vittime di violenza domestica, piaga arginata solo da alcuni espedienti, come nel caso della Mascarilla 19 utilizzato in Spagna.

Il Coronavirus ha chiuso in casa le donne con i loro aguzzini

Prima della pandemia, le stime parlavano di una donna su tre vittima di una qualche forma di violenza nella sua vita, ma i numeri, dopo la quarantena, sono tragicamente destinati a salire, o comunque a non scendere; già le prime informazioni in mano all’ONU parlano di Paesi in cui la violenza di genere è raddoppiata, complici anche le difficoltà imposte dalla convivenza forzata per chiedere aiuto e chiamare un centro antiviolenza.

Accanto all’aumento in termini numerici, però, la violenza contro le donne sta assumendo una nuova complessità: l’esposizione al virus viene usata come una minaccia; i maltrattatori  hanno sfruttato l’impossibilità delle donne di fuggire o chiedere aiuto; le donne rischiano di essere gettate in strada senza un posto dove andare.
Allo stesso tempo, i servizi di supporto sono in difficoltà: servizi giudiziari, di polizia o sanitari, ma anche gli stessi centri antiviolenza, si sono spesso trovati a lavorare in condizioni precarie, obbligati a spostare le proprie priorità o, nel caso dei rifugi, a riadattare i propri spazi convertendosi in centri sanitari.

Un sondaggio condotto nel Nuovo Galles del Sud, Australia, ha rivelato che il 40% degli impiegati dei centri antiviolenza ha segnalato un aumento delle richieste di aiuto da parte di donne, mentre il 70% ha riferito che i casi ricevuti sono aumentati per livello di complessità durante la pandemia.

L’impatto sui diritti umani in zone fragili del mondo

La pandemia ha inasprito ulteriormente la situazione in zone già problematiche, per quanto riguarda, ad esempio, la mortalità materna, già dovuta per oltre il 50% a complicazioni della gravidanza e del parto nei Paesi in via di sviluppo, e che ora rischia di aggravarsi. Nelle aree di conflitto le donne, sfollate, rifugiate, emarginate affrontano assieme all’isolamento la carenza di accesso a tecnologie e informazioni che potrebbero aiutarle.

Abbiamo cercato di chiarire meglio alcuni dei dati forniti dall’ONU in gallery.