Fin dall’inizio, da quando abbiamo scelto di parlare della morte di Daniela Carrasco, la mimo ritrovata impiccata in Cile, abbiamo riportato le versioni più accreditate circa la sua scomparsa, ovvero quelle fornite dai risultati dell’autopsia – che sono arrivati però il 23 ottobre e non il 20 novembre, come anche da noi erroneamente scritto – e quella invece portata avanti da collettivi come Ni Una Menos Chile o dal Sidarte, il Sindacato nazionale Interempresa di attori e attrici del Cile, che hanno sostenuto l’ipotesi dell’omicidio politico.

Un aspetto, quest’ultimo, che è naturale conseguenza della delicatissima situazione che il Paese sudamericano sta affrontando da ormai un mese e mezzo, sconvolto, dal 14 ottobre, da una vera e propria guerriglia urbana, con scene apocalittiche che si vedono nelle strade di Santiago e dintorni, in seguito alla rivolta popolare per i costi del servizio pubblico.

Al 12 novembre, secondo questo articolo basato sui dati raccolti dall’Instituto Nacional de Derechos Humanos (INDH), l’Estado de Emergencia ha fatto registrare 1692 arresti, 226 feriti, e 5 morti per presunte azioni da parte degli agenti statali, oltre a 3 denunce di violenza sessuale. Articoli, inchieste, molte documentazioni sono arrivate a testimoniare un clima di violenza riversato soprattutto verso le donne, come il testo poc’anzi citato, traduzione di El Sol Àcrata. Periòdico Anarquista, pubblicato nell’ottobre 2019 in Cile, che racconta diversi episodi di violenza ai danni delle donne: come accaduto a Pamela, arrestata con il padre e minacciata nel tragitto verso la stazione di polizia così: “Vediamo se ti piace nel culo!”.

O alla ragazza fermata il 20 ottobre – lo stesso giorno della morte di Daniela – dal personale della Escuela de Telecomunicaciones in un supermercato a Peñalolen, legata, come altre persone, con lacci di plastica, costretta a sdraiarsi a faccia in giù sulla spazzatura, minacciata di essere, tra le altre cose, penetrata con il fucile.

A dir la verità, secondo questo articolo, poco o niente sembra essere cambiato dai tempi della dittatura di Augusto Pinochet, sotto questo aspetto: basti ricordare il caso dei due carabineros de civil, Rubén Gálvez Albarrán e Bastián Rojas Norambuena, accusati nel marzo 2019 di aver violentato una donna a Punta Arenas, che sono stati licenziati ma il cui caso è stato chiuso ad agosto (la testimonianza della donna è riportata qui).

Allusioni sessuali, avances, denudazioni in caserma, insulti e minacce di molestia sessuale, se non veri e propri stupri, secondo El Sol Àcrata. Periòdico Anarquista sono mezzi, anche repressivi, usati spesso nei confronti delle donne inquadrate come “avversarie politiche”.

Lo Stato è patriarcale e lo sono anche le sue istituzioni repressive, indipendentemente dal fatto che siamo in democrazia o in dittatura – si legge nell’articolo – Si tratta di un’aggressione differenziata nei confronti dei corpi e della sessualità delle donne, esercitata come pratica sistematica ed esplicita. Non sono atti insignificanti; non commettono errori, nemmeno se esagerano. È un meccanismo di controllo e subordinazione.

Chiaro, quindi, che l’ipotesi di una morte “simbolica”, che servisse da monito per le aspiranti ribelli e facinorose, con tanto di cadavere esposto alla pubblica vista – Daniela è stata ritrovata impiccata appesa a una recinzione in un posto vicino al parco André Jarlan, nel comune di Pedro Aguirre Cerda, settore meridionale di Santiago del Cile – fosse plausibile, e si può comprendere perché Ni Una Menos l’abbia portata avanti sostenendo che Daniela fosse stata arrestata la sera prima di essere ritrovata cadavere (cosa smentita dalla sua famiglia, come vi spiegheremo fra poco).

Ma il fatto è che, inspiegabilmente, la notizia della morte di Daniela Carrasco è arrivata in Europa con un mese circa di ritardo – il 20 novembre – rispetto a quando è avvenuta, passando invece sotto silenzio in quasi tutto il Cile. Daniela è diventata, suo malgrado, il “simbolo” della battaglia che si sta combattendo tra i ribelli cileni e l’esercito al servizio del presidente Piñera, nonostante non ci fosse ancora chiarezza vera sulle cause della sua morte.

La stessa autopsia, messa a disposizione dei familiari solo tre giorni dopo la scoperta del corpo, lo abbiamo detto, ha individuato il soffocamento come causa della morte, escludendo però torture e violenze; certo, si potrebbe pensare a una volontà, da parte delle autorità cilene, di insabbiare un eventuale caso scottante, ma a farci ripensare un secondo all’intera vicenda sono le parole che Daniela Watson Ferrer, responsabile delle comunicazioni dell’associazione che si occupa pro bono del caso per la famiglia di Daniela, ha rilasciato a David Puente su Open, in un articolo riportato anche da Butac.

Puente si è messo in contatto con Abogadas Feministas Chile, l’associazione delle avvocate femministe cilene, e crediamo valga la pena riportarvi integralmente il colloquio:

Quale è il ruolo dell’associazione in questa vicenda?

‘Non appena siamo venute a conoscenza della vicenda, occupandoci con maggior attenzione di donne vittime di violenza, abbiamo raggiunto la famiglia e ci siamo offerte di lavorare per loro pro bono. Si tratta di una famiglia povera che ha affrontato e sta affrontando molte difficoltà’.

Su Twitter la vostra associazione ha parlato del ritrovamento di una lettera della ragazza legata al suicidio. Confermi?

‘Sì, la lettera esiste ed è stata lei a lasciarla’.

Quindi la famiglia pensa che sia stato un suicidio?

‘La famiglia prosegue la tesi del suicidio che, viste le prove in mano, risulta quella plausibile. Comunque non scartiamo eventuali novità’.

Voi e la famiglia non avete riscontrato qualche elemento che porti a pensare a violenze e percosse subite sul corpo della ragazza?
‘No. In ogni caso abbiamo fatto fare delle perizie da parte di terzi sul corpo e sulla lettera, ma i risultati potrebbero tardare e forse dovremmo aspettare un anno prima di consultarli’.

Online si sostiene che la ragazza fosse stata trattenuta dai Carabineros la sera prima di essere trovata senza vita. Vi risulta?

‘No, si trovava insieme alla sua famiglia. Capisci quanti rumors ci sono in questa storia?’.
A proposito di rumors, dai tweet della vostra associazione mi sembra di capire che ci sono delle accuse verso la famiglia di guadagnare denaro grazie alla morte della ragazza. Cosa ci racconti a riguardo?
‘No, non hanno accusato la famiglia. Pare che ci siano delle persone che avrebbero fatto delle illustrazioni o prodotti su Daniela alludendo alla sua causa. Pensiamo che questi siano altri rumors perché non abbiamo prove che qualcuno lo stia facendo davvero, ma ci teniamo a precisare che in ogni caso la famiglia non è coinvolta’.

Mi hai detto che la famiglia è povera e che vive diverse difficoltà. C’è qualche forma di aiuto, anche economico con un crowdfunding, che gli utenti possono dare?

‘No, al contrario. Vogliono essere lasciati in pace anche nel poter piangere la loro perdita in santa pace’.

Da una parte il dubitare nella versione del suicidio e dell’autopsia, dall’altra il timore che qualcuno usasse la morte della ragazza per dare forza alle manifestazioni. In questi casi chi ha diffuso le notizie non verificate doveva essere più cauto. Cosa ne pensi?

‘È esattamente quello che abbiamo voluto comunicare nei nostri comunicati diffusi nei nostri account social’“.

Questi, invece, erano i tweet postati da Sidarte:

E da Ni Una Menos:

Questo, invece, è il modo in cui la sezione milanese di Non Una di Meno aveva affrontato la notizia:

La stessa immagine diffusa in vari tweet e post, ormai diventati virali, non ritrae in realtà Daniela, ma una ragazza che, credendo all’ipotesi dell’omicidio, si è vestita come lei per omaggiarla. Abbiamo deciso di lasciarla in gallery per mostrarvela.

Del resto, lo avevamo scritto riportando entrambe le versioni: in un contesto difficile e caratterizzato da fortissima instabilità, dove tutto potenzialmente può essere usato per fare propaganda, stabilire la verità è davvero la cosa più complicata del mondo.

È chiaro che scoprire che quello di Daniela sia stato un suicidio non rende meno grave la situazione cilena né sminuisce gli altri episodi di violenza, verificati, ai danni delle donne. Ma, proprio come nel caso di Albertina Martinez Burgos, trovata senza vita nel suo appartamento il 24 novembre, occorre davvero affrontare queste notizie con cautela e con la certezza delle fonti, per evitare di far scoppiare equilibri già labili e rendere giustizia alle vittime e alle loro famiglie.

Suicidio o omicidio: la morte di La Mimo e la necessità di verificare le fonti
Fonte: web
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