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Desirèe, drogata, violentata e lasciata a morire non “se l’è cercata”

A chi scrive che Desirèe "se l'è cercata"diciamo che no: nessuno può scegliere di essere drogato, violentato e lasciato a morire. E che a volte tacere di fronte a certe situazioni è la soluzione migliore.

Come successo dopo la fine terribile di Pamela Mastropietro, la domanda che nasce spontanea è sempre la stessa: come si può morire così, e così giovani?

Desirèe Mariottini è stata trovata senza vita, in uno stabile abbandonato, uccisa, forse lasciata a morire, dopo essere stata drogata e violentata. Aveva 16 anni. Una ragazzina.

Come accaduto per Pamela, insieme allo sdegno e al dolore, anche nel suo caso la preoccupazione quasi immediata che molti hanno avuto è stata quella di andare a scandagliare nella sua vita, nel suo passato, per trovare un motivo alla sua presenza in quel palazzo fatiscente, una spiegazione al perché una ragazzina di sedici anni di Cisterna di Latina si trovasse da sola nel quartiere San Lorenzo di Roma, zona universitaria e di movida che di notte, però, diventa spesso terreno fertile per i pusher.

Ci si immaginava un’adolescente con un profondo disagio sociale, dedita al consumo di stupefacenti, alla prostituzione, come qualcuno ha ipotizzato, abbandonata dalla famiglia, ma in realtà Desirèe viene descritta come una ragazzina normale, che viveva nella provincia di Latina con la mamma, Barbara – che le aveva dato il suo cognome dopo la separazione dal compagno – e la sorellina di quattro anni. Una ragazzina che certamente si era avvicinata negli ultimi tempi a un mondo pericoloso, ma che la madre seguiva, tanto da essersi resa conto subito che la figlia aveva iniziato a fare uso di droghe e da chiedere aiuto ai servizi sociali e al SERT, il servizio per le tossicodipendenze della ASL.

Come per Pamela – e questo è un altro punto in comune delle due terribili vicende – anche nel caso di Desirèe si è scatenata la “caccia all’uomo nero”, soprattutto dopo l’arresto di due senegalesi (un terzo è stato fermato nelle ultime ore) che sarebbero i responsabili dello stupro e della sua morte. Inutile dire che una notizia del genere vada a toccare nervi che, in questo delicato contesto e momento storico, sono già fin troppo scoperti, fomentando pericolose derive estremiste contro cui poco, purtroppo, può fare il ribadire un concetto che dovrebbe essere banale e invece non lo è più: che la criminalità poco o nulla c’entra con la componente razziale, e che sottolineare questo aspetto non significa peccare di buonismo eccessivo, ma solo considerare le cose da un punto di vista oggettivo.

Tuttavia, dell’orribile vicenda della piccola – perché lo era, eccome – Desirèe, è un altro l’aspetto che ci ha maggiormente turbati, e sta proprio in quelle parole mormorate a mezza voce, in quel pettegolezzo insistente, nei commenti apparsi sui social. Quello che sembra voler cercare una colpa anche in lei, che accusa velatamente la sua famiglia di non aver fatto abbastanza, quello che, senza dirlo manifestamente ma lasciandolo esplicitamente intuire, sembra voler sentenziare con il classico e odioso “Se l’è cercata”. Lo si legge, ad esempio, in frasi come queste.

Fonte: facebook
Fonte: facebook
Fonte: facebook

Frasi del genere insinuano, che si scrivano con la consapevolezza delle conseguenze di ciò che si sta scrivendo o meno, il dubbio, l’intenzione di trovare forzatamente una corresponsabilità nella vittima. Esattamente come nei casi di stupro si sostiene che, se ci si veste in un certo modo, ci si può anche “aspettare” di essere violentate.

Analizziamo alcune di queste frasi:

Mi dispiace dirlo, ma se l’è cercata.

Beh, se arrivi a scrivere una cosa del genere, l’ultima cosa che si può pensare certamente è che ti dispiaccia. Perché si ti dispiacesse davvero, se per un solo momento provassi a metterti nei panni di una famiglia che in questi giorni è straziata da un dolore comprensibile solo da chi l’ha provato, capiresti di aver detto una colossale baggianata. Perché il fatto di aver intrapreso una strada sbagliata, di essere inciampata, di aver commesso un errore non giustifica, in alcun modo e mai, l’essere drogata, violentata ripetutamente e soffocata, prima di essere lasciata lì a morire.

Queste frasi sono esattamente quelle che, in questi ultimi giorni, si sentono ripetere su Cucchi: “Da spacciatore è diventato geometra”, “E tutti quelli che ha ammazzato lui vendendo la droga allora?”.

Signori, levatevi dalla testa l’idea che portare a galla il “marcio” degli altri contribuisca a ristabilire un “equilibrio” nelle situazioni: ricordare che Stefano Cucchi aveva preso una strada pessima, che lo aveva portato ad allontanarsi anche dalla famiglia e da quella sorella che da nove anni sta lottando per ottenere la verità, non riedifica in alcun momento la figura di quei carabinieri che, deliberatamente, hanno scelto di sostituirsi alla giustizia decidendone la condanna a morte.

"Hanno pestato Stefano Cucchi": la confessione choc di uno dei carabinieri

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Allo stesso modo, parlare di Desirèe come di una “drogata”, di una “tossica”, non solo è profondamente cattivo, infimo e infamante, ma non può, mai e in alcun modo, rendere “meno grave” quello che le è stato fatto. O prevedibile.

C’è poi un altro aspetto del dibattito mediatico che si è scatenato attorno alla tragedia della sedicenne che ci ha lasciati un minimo – eufemismo – interdetti, ed è quell’accusa alla famiglia, quella morbosità veemente nel voler rimarcare l’assenza della figura genitoriale, lo “stato di abbandono” della ragazza.

Ma a 16 anni cosa faceva lì? I genitori?

Si chiede questo utente, e non è il solo; perché di commenti che accusano la madre di non aver vigilato sulla figlia, di averle permesso di andarsene liberamente a spasso, ce ne sono a bizzeffe. Poco importa che, come abbiamo detto in apertura di articolo, molte fonti assicurino che Barbara Mariottini avesse già indirizzato la figlia verso i centri di recupero e fosse perciò non solo perfettamente al corrente del giro pericoloso in cui Desirèe era finita, ma anche al suo fianco per aiutarla a uscirne; si sa che la disinformazione o l’informazione lacunosa non sono, ad oggi, motivi sufficienti per esimersi dal giudizio (tanto, si sa, è virtuale…) o, per citare De André “che la gente dà buoni consigli (di educazione, in questo caso) sentendosi come Gesù nel tempio”.

I fatti, in realtà, sono due: in primis, che un genitore possa garantire tutta l’educazione e gli insegnamenti del mondo ai figli, indirizzarlo verso i migliori principi e crescerlo nel culto di valori fondamentali, ma che non potrà vigilare 24 ore su 24 su di lui, seguirlo in ogni suo passo e assicurarsi che non intraprenda mai percorsi pericolosi. Nessun genitore al mondo può garantire questo, e non per tale motivo sentirsi “meno bravo”, e chi sostiene il contrario non solo pecca di presunzione, ma forse dovrebbe tornare a vivere nel mondo reale e abbandonare quello fatato. Chi accusa la mamma di Desirèe accusa ogni genitore che lotta tutti i giorni con le proprie contraddizioni interiori, diviso tra il desiderio di legare per sempre a sé i figli e il dover accettare di cominciare a concedere loro un briciolo di indipendenza.

E se Desirèe le avesse raccontato che andava da un’amica, mentre invece andava a San Lorenzo? E se le avesse raccontato di essere in un posto, quando invece era da tutt’altra parte? I “se” e i “ma” sono talmente tanti che vien da pensare che chi punta il dito contro Barbara, o ha messo il GPS ai figli, oppure, beato lui, è dotato del dono della telepatia.

In secondo luogo, e siamo nel mero rango delle ipotesi, fosse stata la madre di Desirèe anche la peggiore del mondo, la più assente, la più menefreghista, resta odioso il modo in cui l’eccesso di pruderie e di moralità che serpeggia via social insista nel vomitare addosso accuse, colpe, torti. Che di certo non sollevano, non consolano, ma affossano definitivamente una donna che, per i sensi di colpa, probabilmente si sentirà morta con la figlia.

Che l’empatia non abitasse il mondo virtuale si sapeva ormai da un pezzo; ma che avesse lasciato il posto a tanto livore mascherato da insipido perbenismo, beh questo è davvero avvilente.

In gallery abbiamo riassunto la vicenda di Desirèe.

Desirèe, drogata, violentata e lasciata a morire non “se l’è cercata”

Desirèe, drogata, violentata e lasciata a morire non “se l’è cercata”
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