"Emily", il film con Emma MacKey alla ricerca dell'ispirazione per "Cime tempestose"

Isolata nella brughiera inglese, la seconda delle sorelle Brontë scrisse il suo unico romanzo, capolavoro indiscusso della letteratura vittoriana, non ancora trentenne, poco prima di morire di tisi: il lungometraggio di Frances O'Connor prova a immaginare come sia nato.

Cosa potrebbe esserci di meglio di Emily il film diretto da Frances O’Connor per chi ha incontrato Cime tempestose da adolescente? La mia edizione del romanzo di Emily Brontë risale al 1989: letto più volte durante e dopo gli anni del liceo, sul mio vecchio e malandato libro ho molto sottolineato e molto pianto. Mi avrebbe dovuto insegnare che ossessione e amore difficilmente sono sinonimi, mi ha spinto, invece, a cercare per buona parte della mia vita una passione smodata e insana come quella che unisce i protagonisti: Catherine e Heathcliff.

Il lungometraggio di O’Connor, nota come attrice ma qui al suo debutto dietro alla macchina da presa, non è un biopic classico, quanto una riflessione sull’ispirazione da cui la giovane Brontë avrebbe potuto trarre il più celebre romanzo della letteratura vittoriana: in una società come quella ottocentesca inglese – scossa da grandi innovazioni, scientifiche e tecnologiche, vittima del più bieco formalismo, fatto rispettare da una censura ferrea, e allo stesso tempo testimone di costanti rivoluzioni sociali, non ultima il diffondersi di un volontarismo al femminile che porterà molte donne a diventare infermiere e istitutrici e addirittura mediche – fa capolinea un nuovo filone letterario, frequentato spesso da donne, anche se costrette a usare pseudonimi maschili (non solo delle tre Brontë, ma anche di Mary Shelley e George Eliot, per nominarne qualcuna).

Il clima è quello classico del Romanticismo: il legame con la natura, lo streben e la sensucht, quello struggimento implacabile legato indissolubilmente a un desiderio mai appagato, il malcontento come stato d’animo perenne, l’esaltazione dello sturm und drang, tempesta e impeto, l’irrazionale contrapposto e vincente sul razionalismo dell’Illuminismo settecentesco.

Non posso vivere senza la mia vita! Non posso morire senza la mia anima!“, urla Heathcliff dopo che ha perduto per sempre Catherine. “Portami a vedere ancora la brughiera“, lo aveva supplicato lei, in punto di morte.

Indiscusso capolavoro scritto tra il 1845 e il 1846 da una donna neanche trentenne (Emily Jane Brontë era nata il 30 luglio 1818), che da lì a poco doveva lasciarsi morire schiacciata dalla tisi, malattia per eccellenza delle anime fragili ottocentesche, ci si potrebbe domandare se non abbia contribuito alla cattiva educazione sentimentale ancora così viva oggi, a quella mala abitudine che fa dire “sono tua”, abdicazione del sé all’amore dell’altro. Può darsi, ma nel dubbio non si può che continuare a caldeggiarne la lettura, insistendo sulla contestualizzazione storica e sociale dello scritto e confidando nelle nuove conquiste del nostro genere.

D’altro canto, pur non sapendo se la vita di Emily Brontë sia andata come ci viene mostrato sul grande schermo, limitati come sono documenti e testimonianze, spesso filtrate dalla penna dalla sorella maggiore, Charlotte, par chiaro che il film difficilmente lascerà insensibili chi ha già molto cavalcato nella brughiera inglese con la fantasia. Ne usciranno annoiate, probabilmente, le vecchie generazioni che di vento e pioggia battente su spianate di erica non sanno più che farsene. E Millennials e Generazione Z che così raramente ormai affollano le sale cinematografiche per film che non siano blockbuster hollywoodiani? Saranno stimolati ad andare, spinti dalla presenza di un volto noto come quello di Emma MacKey, protagonista di Sex Education, una delle serie teen Netflix più fortunate? Apprezzeranno le ambientazioni nordiche così ben studiate dallo scenografo Steve Summersgill e impreziosite dalla luce plumbea dell’autrice della fotografia, Nanu Segal? E che penseranno dei costumi di Michael O’Connor (suoi i costumi di Ammonite, The Invisible Woman, Jane Eyre e La duchessa, per cui ha vinto un Oscar), accurati nella ricostruzione ma lontani dallo sfarzo a cui gran parte delle produzioni d’epoca hanno abituato spettatori e spettatrici odierni?

Frances O’Connor, dalla sua, segue con rara sensibilità la sua protagonista e confeziona un melodramma modernissimo, capace di trasferire al pubblico contemporaneo tutta la solitudine e le emozioni della giovane Emily, afflitta da traumi e depressione per cui il suo secolo non aveva ancora nomi ma che la brava attrice franco-britannica che la interpreta sa comunicare con credibilità e trasporto. L’augurio è che il lungometraggio possa incuriosire chi non ha dimestichezza con il libro di Brontë e sappia riempire i cinema, come meriterebbe.

Nella gallery, scopriamo, tra la realtà e le invenzioni del film, chi erano le sorelle Brontë e cosa hanno scritto nella loro breve vita.

"Emily", il film con Emma MacKey alla ricerca dell'ispirazione per "Cime tempestose"
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