Forse qualcuno avrà già notato sui social i commenti offesi che si chiedono dove sia andata a finire la mascolinità o i meme derisori in cui, accostando le immagini di alcuni degli uomini considerati emblemi assoluti di virilità, da Marlon Brando a Paul Newman, a quelli della collezione autunno/inverno 2020-21 di Gucci, ci si domanda come “abbiamo potuto ridurci così”.

Perché il direttore creativo del brand fiorentino, Alessandro Michele, ha tirato fuori l’ennesimo coniglio dal cilindro e, sia essa solo una geniale operazione di marketing, o l’espressione di una sincera volontà di cambiare le carte in tavola, lo stilista è ancora una volta riuscito nel suo intento: far parlare di sé e del suo brand.

Non gli era stato difficile con la scelta della modella armena Armine Harutyunyan, che ha equamente diviso l’opinione pubblica, ma l’impresa gli è forse risultata ancor più facile adesso che è andato a toccare uno dei capisaldi indiscussi della virilità maschile, smentendo categoricamente che gli uomini non possano indossare abiti e gonne.

Anzi, Michele ci ha messo pure il carico da novanta, perché non solo ha proposto un abito con gonna declinato al maschile, ma lo ha fatto proponendo un abito tartan, con colletto e nastrino bon ton, in stile La casa nella prateria. Una scelta davvero che infatti ha ottenuto l’effetto sperato: tutti si sono precipitati a scoprire la collezione A/W targata Gucci.

Sul sito ufficiale di Gucci il capo è descritto come “camicia”, anche se la lunghezza supera abbondantemente il bacino; mentre Alessandro Michele lo chiama grembiule, e spiega, sempre attraverso il sito web della maison, i motivi della scelta:

Questo grembiule scozzese in colori delicati riflette l’idea di fluidità esplorata per la sfilata Autunno/Inverno 2020, libera dagli stereotipi tossici che modellano l’identità di genere maschile.

Il messaggio, quindi, è forte e chiaro, e sembra andare decisamente ben oltre il semplice gusto o i pareri che si possono avere sull’abito: abbiamo bisogno di liberarci di certi schemi mentali che ci impongono di vedere il mondo solo in maniera bidirezionale, e soprattutto di quei cliché patriarcali che sono alla base degli stereotipi di genere. Se abbiamo ancora problemi con le unghie smaltate degli uomini, se pensiamo che il fatto di mettere lo smalto li renda meno “maschili”, addirittura padri meno capaci (come è stato detto a Fedez, ad esempio), o se leghiamo il concetto stesso di “uomo” unicamente al fatto di non indossare tacchi o gonne, è chiaro che dobbiamo ancora lavorare su un assunto fondamentale: che il valore di una persona, inteso proprio come valore umano, non si misura certamente così.

E appare evidente quanto siamo ancora imbrigliati in quella tossicità, rispetto al concetto di “mascolinità” (che già di per sé dovrebbe essere abbastanza superato), da cui segnali forti come quello di Gucci, o del Laurentin Cosmos di turno che svetta sui suoi tacchi 12, devono liberarci.

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Gucci e Alessandro Michele, in particolar modo, negli ultimi anni sembrano divertirsi particolarmente a rompere determinati schemi, il che è sempre importante, a prescindere, come abbiamo detto in apertura di articolo, che si tratti di semplice strategia aziendale per far parlare di sé. L’impatto è comunque fortissimo.

Sfogliate la gallery per vedere alcune delle scelte “rivoluzionarie” di Gucci degli ultimi anni.

Gucci: la rivoluzione gender fluid del primo "abito da uomo" di Alessandro Michele
Fonte: web
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