Chi era davvero Willy Monteiro Duarte, per i parenti degli assassini “solo un immigrato” - Roba da Donne

Chi era davvero Willy Monteiro Duarte, per i parenti degli assassini “solo un immigrato”

Chi era davvero Willy Monteiro Duarte, per i parenti degli assassini “solo un immigrato”
Fonte: web
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Il sorriso e gli occhioni sgranati di Willy sono impressi nella mente di tutti noi da domenica 6 settembre, quando la notizia del suo omicidio è uscita sui media, lasciando sgomento, perplessità e tanta rabbia.

Come si può morire così a 21 anni, massacrato da calci e pugni sulla testa, sul corpo, solo per essere intervenuti nel tentativo di sedare una rissa?

La comunità di Colleferro, nella provincia romana, è ovviamente sotto shock, ma tutta Italia da un paio di giorni cerca le ragioni – se mai ce ne fossero – di una violenza che è davvero senza spiegazione, e che fa paura proprio perché del tutto irrazionale, folle, quella che ti dà la sensazione che una cosa del genere sarebbe potuta accadere a chiunque, a te stesso, a tuo figlio, a tuo fratello.

In quattro sono finiti in manette, per l’omicidio del giovane aspirante cuoco di origini capoverdiane, mentre un quinto risulta al momento solo indagato; e la cosa che aggiunge orrore a una vicenda già di per sé terribile è che parliamo di quattro giovanissimi, coetanei o poco più della loro vittima. Mario Pincarelli, 22 anni, Francesco Belleggia, 23, e poi i fratelli Marco e Gabriele Bianchi, che di anni ne hanno solo 24 e 26.

Quattro ragazzi come tanti, amanti del MMA, dei tatuaggi, della bella vita esibita sui social, che si trasformano in mostri e si accaniscono contro la loro vittima, lasciandola agonizzante sull’asfalto, non prima di averla riempito di calci alla pancia e pugni alla testa.

Così è morto Willy, per mano di quattro giovani, figli di una desertificazione culturale, sociale, forse anche emotiva, che si tramuta in odio senza ritorno, che non accetta il dialogo e tantomeno il rifiuto o il rimprovero. Figuriamoci un esile ragazzino nero che invita a mantenere la calma per difendere un amico.

Sui media, e sui social, stiamo leggendo un po’ di tutto sui quattro aguzzini di Willy; della loro vicinanza al fascismo, dei piccoli precedenti penali, ma sbaglia chi ne stigmatizza l’aspetto o le passioni, per condannare tutta una categoria di persone e far passare il messaggio che la violenza dipenda da come ci si presenta o dallo sport che si pratica. Muscoli e tatuaggi non dicono nulla né su quanto si è  “veri uomini” né su quanto si sia violenti. Non sono quelli il problema.

Selvaggia Lucarelli lo sintetizza molto bene in questo post.

Comunque è inutile che continuiate a soffermarvi su tatuaggi, rasature, arti marziali e orologi da cafoni come se...

Pubblicato da Selvaggia Lucarelli su Lunedì 7 settembre 2020

Allo stesso modo, demonizzare una disciplina come quella delle Mixed Martial Arts è scorretto e ingiusto verso ogni atleta che la pratica, e verso le arti marziali in sé che, in quanto “arte” appunto, sono estremamente lontane dalla violenza fine a se stessa e sono invece fondate su un costrutto di disciplina e filosofia ben noto a chiunque le pratichi.

Ne ha parlato anche il campione di MMA Alessio Sakara sulle pagine de La Gazzetta dello sport:

Usare lo sport come capro espiatorio è sbagliato, sbagliatissimo. Se, per esempio, un militare commette un omicidio che diciamo? Che i militari sono tutti assassini? La realtà è che questi sono due mele marce, e non puoi mettere un’etichetta su qualcosa per colpa di due mele marce. La loro mentalità con le arti marziali non c’entra nulla. Anzi…

[…] Nel nostro sport si affrontano prima i propri sacrifici e poi un avversario. E soprattutto quell’avversario è uno come te, che fa le stesse cose tue. Non combattiamo contro chi non è preparato.

Demonizzare una disciplina sportiva o un tipo di fisicità non è dunque la strada corretta per capire come sia stato possibile dare la morte a un ragazzo in un modo così orribile, anche se c’è chi ha voluto delegittimare la morte di Willy, compiendo un orrore nell’orrore.

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Ci riferiamo alle parole che sarebbero state pronunciate, stando a ciò che riporta Federica Angeli, che ha scritto un pezzo per Rep a proposito dell’omicidio di Willy, da uno dei parenti degli assassini proprio sulle porte della questura di Roma, subito dopo l’arresto dei quattro.

In fin dei conti cos’hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario.

Che è già raccapricciante così, come frase, senza bisogno di dire altro (e tralasciando il fatto che Willy fosse italiano, perché non aggiungerebbe o toglierebbe altro alla bestialità di queste parole).

Non vi sono altre fonti che riportano l’orribile commento (anche se è difficile pensare che una giornalista scrupolosa come la Angeli, che ha messo a repentaglio la sua stessa vita per l’onestà del proprio mestiere, possa aver scelto di citarla nel suo pezzo, anzi di metterla in risalto nel titolo, se non fosse sufficientemente sicura della sua veridicità), ma anche non fosse stata pronunciata da qualche parente degli assassini, è una frase che trova conferma nella melma dei social.

Un esempio su tutti, questo post, pubblicato su un profilo, ora non più esistente.

Cosa che spinge a più di una riflessione su quanto il razzismo e la xenofobia siano ancora piuttosto tristemente radicati nel tessuto sociale.

È diritto di ognuno di noi sentirsi smarrito, arrabbiato, sdegnato per questa morte assurda. È comprensibile la rabbia e l’indignazione, ma se davvero si vuole che la morte di Willy non vada sprecata occorre fare uno sforzo in più. Smettere di scandagliare le foto degli assassini per trovare quell’elemento da mettere alla gogna (magari a torto, come le accuse al MMA) e impegnarsi affinché la volontà di non farlo accadere più sopravviva all’indignazione e le rabbia, per trovare soluzioni alla violenza che alcune persone elogiano al punto da trasformarla in un modello di vita.

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