La "rivoluzione" della tuta di Sarah Voss: chi davvero sessualizza le atlete?

Agli Europei di Basilea la tedesca Sarah Voss gareggia con un'inedita tuta a gambe lunghe. Ma perché questo gesto è considerato "rivoluzionario"?

Forse dovremmo riflettere un po’, se pensiamo che ancora oggi fa notizia l’idea di una ginnasta che si esibisce con un body lungo. Okay l’immagine “classica” che abbiamo delle atlete di questa disciplina, e quindi l’abitudine di vederle nelle loro acrobazie con costumi sgambatissimi, ma non dovrebbe sorprendere se qualcuna di loro decide di indossare qualcosa di diverso perché si sente più a suo agio.

Cosa che ha fatto la tedesca Sarah Voss, che agli Europei di Basilea ha sfoggiato una tuta intera, rossa e nera, seguita anche dalle compagne di team Elisabeth Seitz e Kim Bui.

Purtroppo la trave non è andata come speravo, ma sono comunque felice della possibilità di partecipare a questi grandi campionati Europei! – scrive la ginnasta – È molto eccitante salire di nuovo sul podio e sentire l’adrenalina!

Inoltre, sono immensamente orgogliosa di essere stata la prima a presentare questo progetto che sta molto a cuore alla nostra squadra! Sentirsi bene ed essere sempre eleganti, perché no?

C’era una volontà ben precisa, dietro la scelta di Voss, spiegata da lei stessa:

Non tutte le ginnaste si sentono a loro agio nei body sgambati, ci sono movimenti e attrezzi che possono mettere a disagio. Abbiamo deciso di mostrare che una ginnasta può essere elegante, forte ed espressiva anche indossando una tutina. Non deve essere un problema discostarsi dalla normalità, l’importante è stare bene con se stesse.

La scelta della giovane atleta è stata pienamente appoggiata dalla Federazione tedesca, e commentata anche dall’allenatrice, Ulla Koch:

Per me è importante che le atlete possano decidere con sicurezza in quale abbigliamento si sentono a proprio agio e presentare i loro esercizi. Spero che i nostri atleti con questo simbolo non solo supportino le giovani ginnaste nelle prestazioni, ma anche nello sport per avvicinarli così a questa possibilità. Nessuno dovrebbe essere costretto a sentirsi a disagio in uno sport a causa del proprio abbigliamento.

L’idea di fondo, quindi, è esattamente questa: dare la libertà a ogni atleta di vestirsi nel modo che lo/la fa più sentire a suo agio. Nel caso di Sarah, però, c’è anche un messaggio più forte. La ventunenne ginnasta della Germania ha infatti detto di ispirarsi moltissimo a Simone Biles, finita suo malgrado al centro del caso del dottor Larry Nassar, ex medico della Nazionale USA di ginnastica, denunciato per molestie sessuali da centinaia di giovanissime, fra cui appunto la campionessa olimpica americana.

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Nella sua battaglia, come detto, Voss non combatte da sola, ma accanto alle colleghe, fra cui Elisabeth Seitz, che da tempo conduce una personale battaglia contro la pubblicazione di certe immagini quasi “voyeuristiche”:

Cerco frequentemente le mie foto cercando di eliminarle – ha dichiarato – alcuni scatti non mi piacciono affatto perché insistono sul mio inguine, ma è difficile scovarle ed eliminarle definitivamente dal web.

Ovviamente, il tema della sessualizzazione delle atlete è un problema ben più profondo del tipo di costume indossato. Ridurlo solo a quello significherebbe incolpare le donne e il loro corpo, sarebbe come a dire che i crimini di Nassar furono colpa delle gambe scosciate delle ragazze, un’assurdità. Il corpo femminile è soggetto a questo tipo di oggettificazione non per una qualità intrinseca del corpo, ma per lo sguardo e l’interpretazione maschile, da sempre fautori di un male gaze che riduce le donne solo al loro corpo e il loro copro in un oggetto.

In breve, non sono i costumi a sessualizzare le donne, sono gli uomini.

Ciò significa che le atlete che si sentono a loro agio a continuare a esibirsi nei classici body non dovrebbero preoccuparsi della sessualizzazione, la cui responsabilità non risiede nel loro aspetto, ma nelle sessiste intenzioni di chi guarda.

L’esempio di Sarah perciò è prezioso non tanto per un’obbligata “censura” del corpo femminile, ma per la rivendicazione della sacrosanta libertà delle atlete di “stare bene con se stesse”. 

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La "rivoluzione" della tuta di Sarah Voss: chi davvero sessualizza le atlete?
Fonte: instagram @sarah.vossi
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