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Galleria: “Hanno pestato Stefano Cucchi”: la confessione choc di uno dei carabinieri

"Hanno pestato Stefano Cucchi": la confessione choc di uno dei carabinieri

Dopo 9 anni, arriva la prima verità sul caso di Stefano Cucchi: uno dei carabinieri imputati nel processo bis ha ammesso di aver assistito al pestaggio del ragazzo da parte dei colleghi.

“Hanno pestato Stefano Cucchi”: la confessione choc di uno dei carabinieri

"Hanno pestato Stefano Cucchi": la confessione choc di uno dei carabinieri
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C’è un volto che da quasi dieci anni l’Italia intera ha davanti agli occhi; e c’è una famiglia che dal 22 ottobre 2009 aspetta delle risposte, una verità che sembra tardare ad arrivare, una giustizia smarrita in un labirinto contorto di bugie, false piste, lungaggini burocratiche e omertà colpevole.

Pronunciare le parole “abuso di potere” equivale a blasfemia, a qualcosa di sacrilego, e forse proprio per questo, nel tentativo disperato di inventare un’altra verità per evitare di scontrarsi con quella effettiva, per evitare di cadere nel profano, la storia – quella vera – sulla morte di Stefano Cucchi è rimasta per quasi un decennio avvolta nel mistero, nei non detti, nel mondo dell’ipotetico e del negato. Perché nell’occhio del ciclone ci sono finiti i carabinieri, quelli che stanno dalla parte dei buoni, e questo basta a far tirare il freno a mano alla giustizia; perché fa sempre strano, in fondo, accusare le forze dell’ordine, accettare che a indossare la maschera dei cattivi siano quelli che la legalità la mantengono, e che, anche se abbiamo commesso qualche reato, se non proprio proteggerci dovrebbero almeno rispettarci come esseri umani.

Ma dall’altra parte della scena ci sono Ilaria e la sua famiglia, che hanno lasciato un fratello, un figlio, che aveva preso una brutta piega, sì, ma stava tentando di recuperare, e si sono ritrovati a seppellire uno scheletro livido e tumefatto, massacrato da quelle che, a tutti gli effetti, sembrano botte, anche se dal 2009 qualcuno sta facendo di tutto per convincerli del contrario.

Per loro, quindi, sarebbe doveroso che la giustizia mettesse da parte il suo senso di riverenza per l’Arma e si liberasse degli imbarazzi che hanno a lungo imbrigliato la verità, per cercare e punire i colpevoli dello scempio compiuto ai danni di Stefano, chiamandoli finalmente con il loro nome, assassini. Per loro, ma anche per noi tutti, sarebbe importantissimo che il sistema giudiziario si riappropriasse di quella credibilità messa troppe volte in dubbio da sentenze frettolose, fallaci, tentennanti, e tirasse fuori il coraggio per chiedere ai carnefici di questo ragazzo lo scotto da pagare per la loro viltà, qualunque sia il loro nome o il loro mestiere.

Ilaria Cucchi ha festeggiato così il primo passo verso una verità che, forse, solo ora sta timidamente cominciando ad emergere: con un post su Facebook in cui ha scritto

Il muro è stato abbattuto.

Perché l’11 ottobre 2018 è stato il giorno in cui, per la prima volta, uno dei carabinieri imputati al processo di primo grado bis, apertosi nel gennaio 2017, ha ammesso di aver assistito al pestaggio del ragazzo da parte di due colleghi.

Francesco Tedesco, uno dei cinque carabinieri rinviati a giudizio dalla Procura di Roma, ha ammesso che i suoi colleghi dell’Arma, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro , coimputati per l’omicidio preterintenzionale di Cucchi, hanno pestato il ragazzo.

Fu un’azione combinata – si legge in un articolo del Corriere che riporta le parole del carabiniere – Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro, poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fede perdere l’equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore. Spinsi Di Bernardo, ma D’Alessandro colpì con un calcio in faccia Cucchi mentre questi era sdraiato a terra.

Leggere queste parole è tremendo, ma allo stesso tempo non si può non gioire, perché rappresentano un primo, fondamentale passo verso la verità che per troppo tempo è stata sfuggente, impalpabile.

Nei giorni successivi alla denuncia di Tedesco cinque carabinieri sono stati messi sotto indagine per omicidio preterintenzionale, mentre due,  il luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della Stazione Tor Sapienza, e il carabiniere scelto Francesco Di Sano sono indagati per falso ideologico; a questi nelle ultime ore si sono aggiunti due nuovi nomi, quello del maggiore Luciano Soligo, all’epoca comandante della compagnia Talenti Montesacro, e del tenente colonnello Francesco Cavallo, all’epoca capo ufficio comando del Gruppo carabinieri Roma. Secondo quanto emerso nelle ultime ore, sarebbe stato proprio Cavallo a suggerire al luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stazione Tor Sapienza, di modificare l’annotazione di servizio sullo stato di salute di Cucchi.

Falsi ordinati per far dire ai medici legali dei magistrati che mio fratello era morto di suo, che era solo caduto ed in fin dei conti non si era fatto niente – ha scritto Ilaria oggi, 22 ottobre, nel nono anniversario della morte di Stefano – Era morto solo ed esclusivamente per colpa sua e nostra. Io e Fabio lo abbiamo detto per anni che ciò non era assolutamente vero. Lo abbiamo urlato per nove anni.
Che sensazione provo ora? Soddisfazione? No. Rabbia per tutto il dolore infertoci con insulti minacce e false verità? Si. Dolore ed amarezza, come cittadina per l’Arma dei Carabinieri? Anche.

Ilaria Cucchi, che dal 2009 si batte incessantemente per il fratello, e negli anni ha portato avanti manifestazioni, dimostrazioni e petizioni in una lotta solitaria contro un intero sistema, è la dimostrazione lampante di quanto il coraggio, la forza di volontà e il desiderio di giustizia possano portare a dei risultati insperati. Lei, che non ha mai mollato, oggi, forse nemmeno consapevole di stare combattendo una guerra da sola per i diritti civili di un’intera nazione, può guardare il muro sgretolarsi lentamente. È caduto il primo mattone, chissà che, da adesso in poi, non crolli anche il resto.

 

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