"Se vuoi rimuovere la foto, paga": lo scandalo mai finito dei gruppi Telegram

Stupri, revenge porn, immagini pedopornografiche: è l'incubo che si nasconde dietro i gruppi segreti di Telegram, dove il sesso è usato come affermazione di potere e le vittime si ritrovano inconsapevoli protagoniste di scambi e "tributi".

Qualche mese fa scoppiava lo scandalo Telegram, l’app di messaggistica istantanea russa diventata famosa, suo malgrado, per essere usata anche come  “covo” perfetto per uomini (per lo più) e ragazzini dediti a condivisioni di foto intime e commenti aberranti a sfondo pedopornografico.

Un mondo sommerso che ha portato alla scoperta di più di 50 mila iscritti e 21 altri canali telematici collegati, con un volume di conversazioni che supera abbondantemente le 30 mila al giorno (ma c’è chi, come Permessonegato.it, associazione che si occupa del supporto tecnologico alle vittime di violenza online, parla di 29 gruppi di revenge porn e più di 2 milioni di utenti), tutte a tema revenge porn, nudo e commenti pedofili.

È stato solo grazie alla segnalazione di una ragazza, che ha scoperto di essere finita senza saperlo su una di quelle chat, che l’orrore dietro i gruppi privati di Telegram è venuto a galla, e tante altre ragazze, nel tempo, sono venute a sapere di essere inconsapevolmente diventate le protagoniste di alcuni scambi di foto e commenti, con tanto di link alle loro pagine social.

Una testimonianza è arrivata ad esempio da questa ragazza, Francesca Nocera, che in un post Instagram, riportando la sua assurda esperienza, ha pubblicato anche gli screenshot di alcuni dei commenti che ha trovato nel gruppo di cui era diventata inconsapevolmente “oggetto”.

Succede che una domenica pomeriggio un ragazzo ti contatta su Instagram mentre stai vedendo un film con mamma e papà – scrive Francesca – Fa i soliti commenti maliziosi, lo ignori. Ma poi ti chiede ‘sei tu quella del gruppo, vero?’ e qualcosa non ti torna.
‘Quale gruppo?’, chiedi. ‘Non lo sai? Ti hanno messa in un gruppo su Telegram’.
Un gruppo come quello di ‘Instacagne’, dove è stata pubblicata una foto che mi toccava da vicino: una foto di mia sorella, normalissima, che posava in spiaggia con il costume. Una foto postata da lei, alla quale veniva allegato il nome utente del suo profilo di Instagram, rendendola ovviamente rintracciabile dai predatori del gruppo. Rendendola esposta a dozzine di messaggi maliziosi, di avances, di occhi indiscreti che lei non aveva autorizzato.

Ma non finisce qui: c’è un link nello stesso canale che rimanda alla rimozione dei contenuti indesiderati: basta chiedere l’eliminazione di una foto per ottenerne la cancellazione. Contattiamo allora l’account anonimo che si occupa della faccenda, che ci risponde con un’affermazione tanto chiara quanto terrificante: se vuoi rimuovere la tua foto dalla tana dei lupi, devi pagare. Forme di pagamento anonime, ovviamente, affinché non si possa risalire all’identità dell’anonimo.
Grazie all’aiuto di un amico, siamo riuscite a risalire al numero di telefono nascosto.

Allego i messaggi che questi uomini disgustosi (di 30, 40, 50, 60 anni) si scambiavano, commentando le foto delle ragazze, quasi tutte minorenni (per lo più fotografie completamente innocenti, selfie sorridenti, a mezzo busto, coperte; non è rilevante, ma sottolinea ancora di più che il problema non è la “provocazione“, ma la malattia).
Questa è una storia di mercificazione, di violenza: è la storia di come ancora una volta il corpo di una donna, non importa di quale età, diventi poco più che una merce di scambio, il materiale per sfogare i propri impulsi. I nostri sorrisi diventano ammiccamenti, i nostri sguardi una provocazione, i nostri corpi carne da stringere, mordere, graffiare e poi buttare via.

C’è anche un ulteriore rovescio della medaglia, però, di cui ha parlato Irene Facheris in un articolo per Bossy:

[…] Qualcuna diceva che forse dovremmo smetterla di preoccuparci perché in quel gruppo ‘potrebbero esserci le foto delle nostre sorelle, figlie, fidanzate…’ e iniziare a preoccuparci del fatto che lì dentro potrebbero esserci i nostri fratelli, figli, fidanzati… Forse, aggiungo, dovremmo renderci conto che la cultura dello stupro è la nostra cultura e che per questo virus il vaccino (che pure c’è, e cioè educazione di genere, sentimentale e sessuale nelle scuole, fatta sul serio e a tappeto) non viene usato.

Le considerazioni di Facheris sono il frutto di una mail che le è arrivata, nella quale una ragazza diceva di aver riconosciuto il proprio ragazzo fra i mostri che frequentano quei gruppi:

Posso fare finta di nulla, credere che non ci andrà più là dentro.
Ma poi tutti i miei valori, le idee in cui credo e per cui mi batto? Il rispetto che ho per me stessa?
Dopo quello che mi è successo ho fatto così tanta fatica a convivere con me stessa, a ritrovare il rispetto per me. Butterò nel cesso quegli sforzi?
Posso stroncarla, non mi fido di lui. Però ne abbiamo parlato, ha capito, no? Alla fine è pur sempre lui, è dolce, intelligente, è buono come il pane e io lo amo, mi sento al sicuro quando siamo insieme.
Le mie foto sono lì dentro? Le metterà prima o poi? Si è segato sulle foto di ragazze che non hanno dato il consenso a farle girare.
Io non ho dato il consenso a fare sesso una volta, ma un ragazzo l’ha fatto lo stesso perché io non ero importante per lui.

In effetti i contenuti di questi gruppi lasciano davvero senza parole; al di là della condivisione di foto e video di atti erotici e sessuali senza la consapevolezza della vittima, usati per compiere il cosiddetto “rito” dello stupro virtuale di gruppo, queste chat danno spazio anche alla peggiore delle perversioni, quella degli atti pedofili nei confronti dei figli.

Alcuni dei post più agghiaccianti recuperati dalle chat nei mesi scorsi, ad esempio, recitano:

Come faccio a stuprare mia figlia senza farla piangere?

Oppure

Se costringo i miei figli a scop***e lo devo fare un video?

A questo si aggiungono foto e video di minori, spesso davvero piccoli, pubblicati nonostante il regolamento del social lo vieti in maniera esplicita. C’è persino chi chiede un “tributo” alle foto dei figli condivise col gruppo, il che significa dimostrare di essersi masturbati su quella foto, al computer o al telefono.

Uno dei canali più “celebri” era Stupro tua sorella, al cui interno si leggevano affermazioni come

Posso dire di essere pro femminicidio?

E

Un po’ di pedofilia non guasta

Per mesi gruppi di questo genere sono nati e sono stati alimentati su Telegram, pronti a ricrearsi, con altro nome, ogni volta che il ban – previsto dal regolamento – è intervenuto per cancellarli. È, insomma, una prassi piuttosto collaudata per gli utenti di questo network, che, dopo l’eliminazione per “diffusione di contenuti pornografici” ripopolano il “gruppo di riserva” a cui si arriva grazie al messaggio fissato nella parte superiore della chat.

Nella “logica” piramidale della mercificazione del corpo femminile ci sono soprattutto tre “oggetti di culto”: le foto delle ex, i video amatoriali e la cosiddetta “Bibbia 5.0”, ovvero un file che contiene gli scatti di migliaia di vittime di revenge porn, catalogate per provenienza (ovvero gruppi Facebook segreti, Instagram e così via) e, soprattutto, esibite con nome, cognome e volto ben visibile.

A valere è il metodo del baratto, ovvero lo scambio tra foto che acquisiscono valore più sono ritenute vere e intime. Per fare un esempio, le foto scaricate da Instagram hanno poco valore, mentre un’immagine o, ancora meglio, un video after sex è apprezzato tantissimo.

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Ovviamente, per quanto il gruppo sia frequentato per lo più da giovani, talvolta giovanissimi (che sono anche i più attenti a tutelare la propria identità dietro nomi fittizi), gli adolescenti non sono i soli iscritti a Telegram; una delle vittime del branco, infatti, una professionista bresciana quarantenne, si è vista licenziare perché sul posto di lavoro continuavano ad arrivare telefonate oscene di uomini che avevano visto alcuni suoi video finiti su Telegram. 

Per guadagnare prestigio sul social e fare scambi vantaggiosi si arriva persino a modificare le foto di ignare vittime, come raccontato dall’influencer Valeria Angione, ad esempio, in un post:

Qualcuno ha preso delle sue foto, pubblicate su Instagram, in costume e le ha photoshoppate, fino a far sembrare che fosse nuda, condividendole poi sul network incriminato.

Sembra davvero tutto troppo brutto per essere reale; è a dir poco scioccante anche solo immaginare padri di famiglia che conducono vite regolari e poi, come una sorta di Mr Hyde, tramutarsi in mostri una volta entrati in questi gruppi. Lo è altrettanto pensare che ci siano giovanissimi incapaci di comprendere il male che fanno alle ragazze che “vendono” sul social solo per un pugno di like, o per avere una buona merce di scambio.

Di questi fatti gravissimi si è molto parlato su Internet e proprio su quei social; abbiamo raccolto alcuni dei post più significativi in gallery.

"Se vuoi rimuovere la foto, paga": lo scandalo mai finito dei gruppi Telegram
Fonte: Wired
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Articolo originale pubblicato il 6 Aprile 2020