Gender pay gap, in Italia il divario salariale è al di sotto della media europea

A fare la differenza nel nostro Paese contrattazione collettiva e alta percentuale di donne nel settore pubblico. Ma si può ancora migliorare.

In Italia il gender pay gap, ovvero divario salariale il tra uomini e donne, si ferma al 5,3%, quasi la metà della media dell’Unione europea, pari all’11,1%. A contribuire al risultato sono la diffusione della contrattazione collettiva e la significativa presenza femminile nel settore pubblico. Per ridurre ulteriormente il divario, però, sarà necessario intervenire sulle opportunità di carriera, sulla formazione e sui servizi di supporto alle famiglie.

Gender pay gap, Italia sotto la media Ue

Secondo i dati Eurostat citati dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, il divario retributivo di genere in Italia è pari al 5,3%, a fronte dell’11,1% registrato mediamente nell’Unione europea. Germania e Francia presentano valori superiori a quello italiano, mentre la Spagna si attesta al 7,3%.

Uno dei fattori che contribuiscono a contenere la differenza salariale è il sistema di contrattazione collettiva, che definisce criteri condivisi per retribuzioni e inquadramenti professionali. La standardizzazione delle condizioni contrattuali può infatti limitare le differenze salariali tra uomini e donne a parità di livello e mansioni.

Un ruolo importante è svolto anche dal settore pubblico, caratterizzato da una significativa presenza femminile. Secondo i dati Istat 2025 riportati nel comunicato, le donne rappresentano il 55,6% degli occupati nel comparto a controllo pubblico, dove il gender pay gap è pari al 5,2%. Nel settore privato, invece, il divario raggiunge il 15,9%.

Politiche attive del lavoro per ridurre le disuguaglianze

Nonostante il dato italiano sia inferiore alla media europea, restano margini di miglioramento. Per ridurre ulteriormente il divario retributivo occorre intervenire sugli ostacoli che ancora rendono più difficile per molte donne accedere alle professioni qualificate e alle posizioni meglio remunerate.

A sottolineare il ruolo delle politiche attive del lavoro è Rosario De Luca, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro e del Comitato unitario delle professioni, intervenuto a margine dell’incontro con i rappresentanti del Comitato economico e sociale europeo (CESE), in missione a Roma.

“Le nuove politiche attive del lavoro hanno mostrato negli ultimi anni un decisivo cambio di marcia – ha dichiarato – Ma è possibile fare di più, aiutando le lavoratrici a superare quegli ostacoli che ancora limitano l’accesso a professioni più qualificate e meglio remunerate, tramite orientamento, percorsi di formazione e aggiornamento professionale”.

Tra le priorità indicate figurano quindi l’orientamento professionale, la formazione continua e l’aggiornamento delle competenze, strumenti che possono facilitare l’accesso delle donne ai settori con una maggiore domanda di professionalità e migliori prospettive di crescita.

Servizi alle famiglie e conciliazione tra lavoro e cura

Accanto alla formazione, un altro elemento fondamentale riguarda la distribuzione del lavoro di cura. La difficoltà di conciliare occupazione e responsabilità familiari può infatti limitare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e condizionare le loro possibilità di avanzamento professionale.

Per questo è importante rafforzare i servizi territoriali rivolti alle famiglie, così da alleggerire un carico di cura che continua a ricadere in misura significativa sulle donne.

L’obiettivo non è soltanto aumentare l’occupazione femminile, ma anche favorire una distribuzione più equilibrata delle opportunità professionali, rendendo più accessibili le posizioni qualificate e i percorsi di carriera.

 

La discussione continua nel gruppo privato!
Seguici anche su Google News!