Nessuno metterebbe un figlio su una barca in mare o nel carrello di un aereo

I morti in mare sono raddoppiati rispetto al 2020. Le persone scappano dall'Afghanistan ripreso dai talebani. Le madri rinunciano ai figli per offrire loro un futuro lontano da casa. Tutto questo fa parte del dramma dietro alle migrazioni.

Nessuno mette i suoi figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra“.

Questa è una strofa tratta dalla poesia HOME, della giovane poetessa e scrittrice keniota Warsan Shire; il 3 ottobre è dal 2016 la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, in virtù della legge 45/2016, perché proprio quel giorno del 2013 si registra una delle più grandi tragedie della disperazione: la morte di 368 persone al largo dell’isola di Lampedusa, molte delle quali sono donne e bambine.

La ricorrenza è senza dubbio l’occasione per focalizzare l’attenzione sul tema dell’accoglienza e per commemorare tutte le vittime dell’immigrazione, soprattutto clandestina, ma è anche un modo per riflettere e snocciolare dei dati che, di anno in anno, si fanno sempre più tragici.

Nonostante il Covid e le difficoltà logistiche per raggiungere le coste europee gli sbarchi non si sono mai arrestati, anzi; a dispetto di un calo negli arrivi totali nel continente dal 2015, solo nei primi cinque mesi dell’anno gli arrivi via mare nel nostro Paese sono stati oltre 10.400, con un aumento di oltre il 170% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Lo spiegava a Repubblica la portavoce di Uhncr  Carlotta Sami a maggio, sottolineando quindi come la situazione di emergenza non si sia mai realmente arrestata.

Assieme agli sbarchi, però, ci sono anche le tragedie del mare: la più grave, nel 2021, quella del 22 aprile, dove al largo della Libia sono morte 130 persone, con le condizioni del mare che hanno reso estremamente difficile anche il recupero dei corpi.

I numeri di questi drammi sono impressionanti, ma molto spesso ignorati, o strumentalizzati da questa o quella parte politica per farne propaganda. Peccato che, dietro le cifre snocciolate dalle istituzioni, ci siano sempre e solo persone.

Morti in mare più che raddoppiati nel 2021

È più che raddoppiato il numero di migranti morti in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa, come ha fatto sapere l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), invitando gli Stati a prendere provvedimenti urgenti. Almeno 1.146 persone sono scomparse mentre cercavano di arrivare in Europa nella prima metà del 2021; sono state 513 nel 2020 e 674 nel 2019. 896 i decessi registrati nel Mediterraneo, con un aumento del 130% rispetto allo stesso periodo del 2020. La maggior parte, come riferisce l’Ansa, è morta nel Mediterraneo centrale (741), descritta dalle agenzie umanitarie come la rotta più pericolosa al mondo, 149 nel Mediterraneo orientale, sei cercando di raggiungere, sempre via mare, la Grecia dalla Turchia. Altri 250 migranti sono morti per raggiungere le Canarie, nell’Atlantico.

I numeri, però, potrebbero essere decisamente più elevati: ci sono centinaia di quelli che l’Oim definisce “naufragi invisibili”, che le autorità europee si rifiutano di riconoscere nonostante spesso siano segnalati dalle Ong.

Le storie dei migranti

Uomini, donne incinte, bambini: i volti dei migranti sono diversi, ma le loro storie sono legate da un fil rouge che, quasi sempre, è inevitabilmente connesso al desiderio di costruire una vita nuova, lontana da situazioni di conflitto o di grave indigenza economica. Nessuno, del resto, metterebbe altrimenti il proprio figlio su una barca, come scrive Shire.

Le loro voci raccontano della disperazione e del coraggio che sono stati loro necessari per abbandonare la propria terra, spesso rischiando anche la vita.

C’è ad esempio la storia di Winner Ozekhome, raccontata da Immezcla, scappato a poco più di 16 anni dalla Nigeria, per la paura dei colpi di arma da fuoco sparati da terroristi contro il dormitorio del college che frequentava. L’attraversamento del deserto, la fuga dai trafficanti e dai militari, la sopravvivenza ai maltrattamenti subiti in Libia, fino all’approdo a Reggio Calabria, nel 2016, dove ha iniziato a frequentare il corso serale all’istituto tecnico industriale Panella – Vallauri ed è stato accolto dalla comunità guidata da don Nino Russo.

Ma c’è anche Mohamed, la cui storia è raccontata nel libro In mezzo al mare. Storie di giovani rifugiati, di Mary Beth Leatherdale: fuggito a 13 anni dal suo villaggio in Costa d’Avorio, dopo la morte di entrambi i genitori, uccisi da una bomba durante la guerra civile, preso dai trafficanti di uomini in Guinea, fino all’arrivo in Italia. Nel mezzo, un viaggio incredibile sul barcone.

In mezzo al mare. Storie di giovani rifugiati

In mezzo al mare. Storie di giovani rifugiati

Cinque storie vere di cinque giovanissimi migranti in epoche storiche diverse, raccontate da Mary Beth Leatherdale.
12 € su Amazon
15 € risparmi 3 €

Mohamed si imbarcò per raggiungere l’Europa – si legge nel libro – L’unica cosa che aveva erano gli abiti che indossava, ma a lui non importava. Mohamed era disperato, voleva lasciare la Libia a tutti i costi. Lui e gli altri rifugiati venivano trattati in modo disumano: imprigionati, vessati dai trafficanti, attaccati e derubati da bande criminali. Forse vivere in Italia sarebbe stato meglio. Il barcone, stretto e senza nessun riparo, è troppo piccolo per poter trasportare trentadue persone, ma i trafficanti ci spingono dentro ugualmente. Uno di loro ci conduce lontano dalla costa ma, una volta arrivati al largo, salta su un’altra barca e ritorna in Libia. In cambio del viaggio gratis, due dei passeggeri vengono lasciati a pilotare la barca. Gridano, litigano e discutono su quale direzione prendere.

Impossibili da dimenticare anche le parole di Pietro Bartolo, oggi europarlamentare, ma a lungo medico a Lampedusa, che con gli sbarchi e i migranti ha avuto a che fare per buona parte della sua vita.

Purtroppo di questi cadaveri in tanti anni ne ho visti a migliaia – disse nel 2019 a La Stampa commentando le immagini del naufragio del 7 ottobre, in cui persero la vita 13 donne –  Non è che non mi fa impressione, anzi; ogni volta mi fa sempre più male. Non mi nascondo a dirglielo, ogni volta che succedono queste cose, o che vedo certe immagini provo vergogna e mi viene da piangere.

Fra le vittime di allora, una madre con il suo bambino.

Non posso neanche immaginare il dolore di questa mamma che muore con il suo bambino abbracciato. Ma non è possibile che ci sia gente che ancora, di fronte a fatti del genere, non solo si possa girare dall’altra parte ma che anche faccia uscire dalla bocca certe parole che fanno rimanere di stucco. Siamo diventati così? L’uomo e l’umanità sono diventati così?

La recente crisi in Afghanistan, con la nuova presa di potere da parte dei talebani, ci ha imposto di nuovo una riflessione doverosa e cruda sulla disperazione che muove le persone che scelgono di lasciare il proprio Paese. Abbiamo visto le madri afghane affidare i figli neonati alle braccia dei soldati americani, passandoli sopra il filo spinato, pronte a rinunciare a loro per garantirgli un futuro felice altrove. Perché in questo momento, nel Paese, non c’è scelta per i nuovi nati: se femmine obbligate a rinunciare a ogni diritto, se maschi pronti a essere prelevati appena bambini per imparare a imbracciare un fucile. Nel mezzo, il dolore di madri e padri che non vedono via d’uscita per loro.

Abbiamo visto anche l’orrore delle persone cadute dai carrelli e dalle ruote degli aerei cui con tutta la forza della disperazione si erano aggrappate sperando di essere portati in salvo oltre il confine. Scene che, a molti, hanno richiamato alla memoria quelle dell’11 settembre 2001, quando la gente si lanciava dalle finestre delle Twin Towers per non morire bruciata.

E allora, anche per questo, vale la pena leggere e imparare la poesia di Warsan Shire:

Nessuno lascia la propria casa a meno che
casa sua non siano le mandibole di uno squalo
verso il confine ci corri solo
quando vedi tutta la città correre
i tuoi vicini che corrono più veloci di te
il fiato insanguinato nelle loro gole
il tuo ex-compagno di classe
che ti ha baciato fino a farti girare la testa dietro alla fabbrica di lattine
ora tiene nella mano una pistola più grande del suo corpo
lasci casa tua
quando è proprio lei a non permetterti più di starci.

nessuno lascia casa sua a meno che non sia proprio lei a scacciarlo
fuoco sotto ai piedi
sangue che ti bolle nella pancia

non avresti mai pensato di farlo
fin quando la lama non ti marchia di minacce incandescenti
il collo
e nonostante tutto continui a portare l’inno nazionale
sotto il respiro
soltanto dopo aver strappato il passaporto nei bagni di un aeroporto
singhiozzando ad ogni boccone di carta
ti è risultato chiaro il fatto che non ci saresti più tornata.

dovete capire
che nessuno mette i suoi figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra

nessuno va a bruciarsi i palmi
sotto ai treni
sotto i vagoni
nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion
nutrendosi di giornali a meno che le miglia percorse
non significhino più di un qualsiasi viaggio.

nessuno striscia sotto ai recinti
nessuno vuole essere picchiato
commiserato

nessuno se li sceglie i campi profughi
o le perquisizioni a nudo che ti lasciano
il corpo pieno di dolori

o il carcere,
perché il carcere è più sicuro
di una città che arde
e un secondino
nella notte
è meglio di un carico
di uomini che assomigliano a tuo padre

nessuno ce la può fare
nessuno lo può sopportare
nessuna pelle può resistere a tanto

Il

Andatevene a casa neri
rifugiati
sporchi immigrati
richiedenti asilo
che prosciugano il nostro paese
negri con le mani aperte
hanno un odore strano
selvaggio
hanno distrutto il loro paese e ora vogliono
distruggere il nostro

le parole
gli sguardi storti
come fai a scrollarteli di dosso?

forse perché il colpo è meno duro
che un arto divelto
o le parole sono più tenere
che quattordici uomini tra
le cosce
o gli insulti sono più facili
da mandare giù
che le macerie
che le ossa
che il corpo di tuo figlio
fatto a pezzi.

a casa ci voglio tornare,
ma casa mia sono le mandibole di uno squalo
casa mia è la canna di un fucile
e a nessuno verrebbe di lasciare la propria casa
a meno che non sia stata lei a inseguirti fino all’ultima sponda

a meno che casa tua non ti abbia detto
affretta il passo
lasciati i panni dietro
striscia nel deserto
sguazza negli oceani

annega
salvati
fatti fame
chiedi l’elemosina
dimentica la tua dignità
la tua sopravvivenza è più importante

nessuno lascia casa sua se non quando essa diventa una voce sudaticcia
che ti mormora nell’orecchio
vattene,
scappatene da me adesso
non so cosa io sia diventata
ma so che qualsiasi altro posto
è più sicuro che qui.

Articolo originale pubblicato il 1 Ottobre 2021

La discussione continua nel gruppo privato!
Seguici anche su Google News!