H&M lancia il noleggio di abiti per bambini con Arket: ecologico ed economico

H&M punta sull'eco-sostenibilità e lo fa insieme al suo brand Arket, attraverso un servizio di fashion renting rivolto ai bambini. Esistono altre realtà - anche italiane - che stanno abbandonando il fast fashion? Scopriamolo insieme.

Il noto marchio di moda H&M punta sull’ecosostenibilità e lo fa insieme al suo brand Arket. Nello specifico è stato lanciato un servizio di fashion renting (noleggio di capi d’abbigliamento) grazie al quale è possibile – in questo caso – noleggiare vestiti per i bambini. I clienti interessati potranno finalmente scegliere di affittare, per un breve periodo variabile, uno o più capi dalla linea Childrenswear del marchio, grazie alla partnership con Circos.

H&M e Arket, il noleggio e il riuso degli abiti

L’azienda multinazionale di origine svedese – affermatasi negli anni come leader del fast fashion, che venne fondata nel 1947 da Erling Persson – attualmente ha però deciso di essere più eco-fashion. Pagando un canone mensile sarà possibile usufruire di capi di tendenza per bambini, ma per un tempo prestabilito. Infatti, l’idea di fondo è quella di dare sì una seconda vita ai vestiti in disuso ma, soprattutto, di ottimizzare i consumi legati al mondo dell’abbigliamento dei più piccoli. Questi, come ben sappiamo, cambiano taglie molto velocemente rispetto agli adulti, in particolare nei primi anni di vita.

In questo modo si ha un doppio vantaggio: si permette ai clienti di restituire il capo d’abbigliamento quando il bambino è cresciuto e nel caso in cui i vestiti siano molto usurati, i materiali verranno riutilizzati per creare nuovi prodotti. Un’idea davvero eco- friendly e che mette in moto i principi essenziali di una nuova economia circolare. Non solo H&M: esistono da alcuni anni a questa parte anche altre realtà che permettono a chi ne abbia voglia di affittare vestiti. Ad esempio, Vigga è una startup che dal 2014 si occupa proprio di questo.

Vigga, la startup che affitta vestiti usati per bambini

A Copenaghen, in Danimarca, Vigga e Peter Svensson (stilisti) hanno ideato una startup che si fa voce del sistema di consumo alternativo destinato anche ai bambini.

Una volta entrato nella comunità, a ogni membro Vigga viene fornita una borsa virtuale al cui interno vi sono gli indumenti – rigorosamente green – realizzati dalla stessa azienda. La quota d’iscrizione mensile varia in base al numero di capi che si decide di affittare. Si possono noleggiare da un minimo di 8 pezzi a un massimo di 24 e il costo della shop media è di circa 48 euro. Ogni articolo viene usato anche 150 volte da bambini diversi, perché gli abiti vengono “chippati”. In modo da poter essere tracciati durante l’utilizzo. A tal proposito la fondatrice di Vigga ha affermato:

“Per realizzare anche il più piccolo pezzo di stoffa ci vogliono 3mila litri d’acqua, praticamente la dose mensile che consuma un uomo”.

Vigga è un’idea che ormai ha varcato i confini europei, suscitando interesse anche nei genitori che vivono in Australia, Iraq e Malesia.

Una domanda – visti anche i periodi difficili che stiamo vivendo – sorge spontanea: anche in Italia si noleggiano vestiti? La risposta è affermativa. Scopriamo insieme in che modo mettere in pratica l’idea.

Anche in Italia si noleggiano i vestiti per bambini

In Italia, il fenomeno sta prendendo piede grazie ad ancora altre startup. Non solo H&M e Arket, la svolta nazionale (ad esempio) è giunta grazie a Dressyoucan e Drexcode che – oltre a affittare abiti per bambini –  offrono un servizio di leasing riservato a tutti coloro che nutrono interesse nei confronti di brand di lusso, capi vintage e moderni e tanto altro. In questo caso i tempi di noleggio sono diversi: durano quattro giorni e includono il servizio di tintoria, di sartoria su misura e – con una piccola quota aggiuntiva –  è possibile anche stipulare  un’assicurazione contro i possibili danni.

In generale, la moda, si sa, si adatta a quelli che sono i processi sociali del momento e in questo caso cerca di adeguarsi alla tendenza mondiale che vuole preservare il pianeta. Anche celebri docenti si esprimono a tal riguardo. Così come ha fatto il Professore Giovanni Maria Conti  – docente di Storia e Scenari della Moda – presso il Politecnico di Milano.

Il Professor Conti ha, infatti, affermato:

 Il fashion renting rappresenta un nuovo modo di consumare soprattutto per Generazione Z e Millennial, i target più attenti alla sostenibilità. Da tre anni a questa parte il concetto di sharing si è allargato e andiamo verso un consumo che non è più originato dal possesso, ma dalla possibilità di poter utilizzare, anche solo per poche ore, un oggetto: probabilmente non è più il tempo di possedere, ma di potersi permettere un’esperienza.

Come già abbiamo accennato prima, vi è un aspetto ambientale che è alla base di questo modo di concepire i “consumi”. Il fast fashion – moda svelta e di tendenza  – è risaputo essere una delle industrie più inquinanti al mondo.

Il fashion renting vs. il fast fashion

Nel 2017, la Ellen MacArthur Foundation – organizzazione statunitense senza scopo di lucro – ha calcolato che dei 53 milioni di tonnellate di fibre utilizzate per produrre vestiti legati al mondo del Fast Fashion, solo il 12% viene riutilizzato; il 73%, invece, finisce in discarica o è addirittura incenerito. Uno spreco incredibile e che davvero non possiamo permetterci.

Infine, grazie al fashion renting sarebbe possibile risparmiare miliardi di litri di acqua necessari per generare abiti nuovi. Si stima che con circa 600 chili di vestiti usati si potrebbe avere una riduzione di 2250 chili di emissioni CO2; 3.6 miliardi di litri di acqua e ben 144 alberi piantumati.

Fast fashion: i vestiti che indossiamo tutte e che stanno uccidendo il pianeta

Ci incuriosisce come una delle maggiori industrie del fast fahion (H&M e Arket) – che da anni realizza abiti capaci di orientare le tendenze in tempi molto rapidi – abbia spostato la causa della fashion renting. Di sicuro – visto il grande apprezzamento globale per il brand – H&M potrebbe diventare un esempio da seguire per molti altri marchi.

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