È un’usanza ormai consolidata, in quella che dovrebbe essere l’avanzata e antidiscriminatoria società occidentale: i capezzoli delle donne, nelle foto e nei video online, vanno censurati, contrariamente a quelli maschili.

Via libera, quindi, agli innumerevoli “adesivi della vergogna”: fragoline, cuoricini, pixellature varie posizionate proprio sopra al capezzolo. È infatti questo piccolo dettaglio a far scattare la censura, non l’esposizione del seno in sé. Paradossale, se pensiamo, tra l’altro, che i capezzoli hanno lo stesso aspetto sia negli uomini che nelle donne.

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A cosa è dovuto, dunque, questo timore del capezzolo femminile? Si tratta, chiaramente, di un retaggio culturale che ci portiamo dietro da secoli e che è difficile da smantellare. Dal tardo Ottocento agli anni 60/70 del secolo scorso, le immagini di donne senza veli erano confinate all’uso voluttuario degli uomini.

Un problema di grande rilevanza che Hannah Müller-Hillebrand, insegnate di yoga, creator e artista berlinese da centinaia di migliaia di follower, ha messo in luce con un eloquente post su Instagram in cui i capezzoli femminili sono stati coperti da “copie” maschili.

“Non è strano come nella nostra società si faccia un’enorme distinzione tra il petto di un uomo e quello di una donna?”, si chiede Hannah. “Come mai postare questa foto va bene, ma mostrarci per come siamo al naturale no?”

Nonostante le lotte femministe, l’esposizione del seno nudo (capezzolo incluso) continua a indignare, a suscitare vergogna. Anche i social network seguono questa insensata linea di pensiero, impedendo la condivisione di foto di seni scoperti con capezzoli non pixellati. Ed è triste constatare che, non di rado, la demonizzazione arriva dalle donne stesse.

Negli ultimi anni, tuttavia, si sta acutizzando la consapevolezza riguardo a questo problema: il movimento sociale Free The Nipple (Libera il Capezzolo), che ha preso il via nel 2012, intende normalizzare una volta per tutte la libera esibizione del capezzolo femminile. Un’iniziativa alla quale hanno aderito moltissime star e che ha portato alla realizzazione di un film omonimo nel 2014.

Si può dire, alla fine, che non è il capezzolo in sé ad essere censurato ma l’idea che si cela dietro la sua esposizione: la rottura degli schemi precostituiti, l’immagine di una donna svincolata dal sesso che rifiuta di essere puro oggetto di piacere nelle mani degli uomini.

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