Irena Sendler, la donna che ha salvato 2500 bambini del ghetto di Varsavia

Il 22 luglio del 1942 iniziavano le deportazioni dall'area ebrea della città polacca. Vi raccontiamo la storia dell'infermiera che rischiò la condanna a morte pur di far fuggire centinaia di minori.

Il 22 luglio del 1942 iniziarono le deportazioni dal ghetto di Varsavia: 300mila persone furono portate ai campi di sterminio di Treblinka e di Belzec e qui uccise nelle camere a gas. Il ghetto polacco, istituito dal regime nazista il 16 ottobre 1940 nel quartiere Nalewki, fu il più grande tra i ghetti in Europa ed era abitato dalla comunità ebraica più numerosa al mondo dopo quella di New York. Mentre la furia nazista dilagava in Europa, molte donne e uomini continuarono a lottare per la liberazione, tra questi c’era Irena Sendler.

Irena, il cui cognome da nubile era Krzyżanowska, lavorava come infermiera e assistente sociale: collaborò con la Resistenza con il nome di battaglia Jolanta, per salvare gli ebrei dalla persecuzione sin dal 1939, anno in cui i nazisti occuparono la Polonia. Tra le imprese per cui viene ricordata c’è il salvataggio di 2.500 bambini ebrei, che fece fuggire dal ghetto sotto identità false. Grazie al suo lavoro le era stato dato un permesso speciale per entrare nel quartiere e monitorare eventuali epidemie di tifo: in questo modo le fu più facile mettersi in contatto con le famiglie dei minori e aiutarli nella fuga.

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Jolanta, insieme ai membri del gruppo clandestino chiamato Zegota, ideò vari metodi per far scappare i ragazzi dal ghetto: i più piccoli venivano nascosti in ambulanze, mentre altre volte la donna, nelle vesti di idraulico, riusciva a metterli sul fondo di cassette per attrezzi o in sacchi di juta. Quando erano fuori dal ghetto, Irena dava loro dei falsi documenti con nomi cristiani, e li affidava a famiglie o a conventi cattolici. La coraggiosa Irena non dimenticò mai di annotare i nomi veri dei bambini accanto a quelli falsi. Seppellì i preziosi elenchi sotto un albero del suo giardino, con l’idea di riunire i bambini con i genitori, non appena la guerra fosse finita.

Nell’ottobre del 1943 la Gestapo la catturò e la condannò a morte: i compagni della Zegota riuscirono a salvarla e, corrompendo i soldati, fecero registrare il nome di Irena insieme a quello dei giustiziati. In questo modo lei continuò a organizzare i tentativi di salvataggio dei bambini ebrei nell’anonimato.

Finita l’occupazione tedesca, le identità dei minori vennero disseppelliti e moltissime famiglie si riunirono. In una lettera al parlamento Polacco, Irena scrisse: “Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria“. Il nome di Irena Sendler, abbandonato quello di Jolanta, venne aggiunto dallo Yad Vashem di Gerusalemme alla lista dei Giusti tra le nazioni. Il 10 ottobre 2003 le venne conferita la più alta decorazione civile della Polonia, l‘Ordine dell’Aquila Bianca. Morì a Varsavia il 12 maggio del 2008, all’età di 98 anni.

La storia di questa donna è stato raccontata prima nel libro Mother of the Children of the Holocaust: The Story of Irena Sendler, scritto da Anna Mieszkowska, e poi nel film del 2009, Il coraggio di Irena Sendler, diretto da John Kent Harrison con Anna Paquin, Marcia Gay Harden e Goran Višnjić.

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