Patricia Nordeen era un’accademica di successo, insegnava all’Università di Chicago e organizzava conferenze in tutto il paese. “Essere un teorico politico costituisce la mia intera identità”, diceva. Amava il suo lavoro più di tutto il resto. Fino a quando, un giorno, cominciò a stare male. Aveva emicranie quotidiane, attacchi di paralisi improvvisi e non riusciva a concentrarsi su niente. Scoprì allora di soffrire di un sottotipo di sindromi di Ehlers-Danlos, un gruppo di malattie ereditarie che indeboliscono i tessuti.

Lasciò il suo lavoro che tanto amava e si creò una nuova identità di artista, iniziando a dipingere e a disegnare. “L’arte mi fa sentire parte della società”, afferma ora Patricia. Diventare un’artista non sarà stato il suo sogno di bambina, ma le ha dato un motivo per continuare a vivere, uno spunto in più per scoprire la bellezza della vita oltre al lavoro tradizionale.

Questo è un estratto dal libro in prossima uscita The End of Burnout, dello scrittore ed ex accademico Jonathan Malesic. La storia di Patricia, sua grande amica, l’ha colpito molto, tanto da spingerlo a riconsiderare l’importanza del lavoro nel determinare la nostra identità e il nostro senso di realizzazione personale.

Meno lavoro, più felicità: come si pratica il downshifting o 'semplicità volontaria'

Lavorare meno e dare valore al tempo libero

“L’approccio convenzionale al lavoro – dalla sacralità della settimana di 40 ore all’ideale della mobilità verso l’alto – ci ha portato a una diffusa insoddisfazione e a un esaurimento onnipresente anche prima della pandemia”, scrive Jonathan. “Ora, la struttura morale del lavoro è in palio. E con condizioni economiche favorevoli al lavoro, i lavoratori hanno poco da perdere facendo richieste creative ai datori di lavoro. Ora abbiamo spazio per immaginare come il lavoro si possa inserire in una bella vita”.

Si crede che il lavoro dia dignità alla nostra vita. È partendo da esso, infatti, che definiamo il significato dell’esistenza. Le cose, però, stanno cambiando: si sta diffondendo il più sano pensiero che ognuno di noi ha dignità, che lavori o no. Il tuo lavoro non definisce il tuo valore umano.

“Questa visione è semplice ma radicale”, dice Malesic, “giustifica un reddito di base universale e diritti all’alloggio e all’assistenza sanitaria. Inoltre, ci consente di vedere non solo la disoccupazione, ma anche la pensione, la disabilità e l’assistenza come modi di vivere normali e legittimi”.

La pandemia ci ha messo davanti questa incontestabile verità. Milioni di persone hanno perso il lavoro, ma non la loro dignità. Conscio di tutto ciò, il Congresso degli Stati Uniti sta iniziando a concedere salari dignitosi anche a chi non lavora. Un gesto di immenso valore che riconosce, a ognuno di noi, dignità anche nella fragilità.

Come afferma la filosofa e politica femminista marxista Kathi Weeks, il lavoro salariato può danneggiare la nostra salute: ci spinge spesso, infatti, a diventare persone che non siamo, entrando in conflitto con la nostra identità. A questo punto è facile cadere nella depressione causata dal lavoro, il cosiddetto burn-out.

Lo scopo è subordinare il lavoro alla vita e non il contrario. Lavorare meno e meglio, quindi.

Una giornata lavorativa di sei ore e più tempo libero è la ricetta della felicità, un’occasione per meditare su quanto c’è di bello al mondo, senza regalare la nostra intera vita a un lavoro che (come ci insegna la storia di Patricia Nordeen) potrebbe sparire da un momento all’altro.

Articolo originale pubblicato il 7 Ottobre 2021

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