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L'elettroshock si usa ancora: quelle scariche elettriche per curare la mente

Forse sono pochi a saperlo, ma l'elettroshock è ancor praticato nel nostro paese: sono circa 300 le persone che vi si sottopongono, molte di più all'estero.

La gran parte di noi ne ha sentito parlare nei termini di una pratica violenta e brutale, di una vera e propria tortura nei confronti di chi lo subiva, e l’opinione pubblica ha continuato ad alimentare il pensiero negativo a proposito supportata anche dalla crudezza di alcune tra le scene cinematografiche più famose, su tutti quelle del capolavoro di Milos Forman, Qualcuno volò sul nido del cuculo. Rimasto sempre a metà tra l’essere l’emblema per eccellenza della sofferenza di chi, senza troppi giri di parole, era considerato “matto” e perciò da curare con tutti i mezzi e le alternative a disposizione, e l’oggetto di controversie e discussioni nella comunità scientifica, l’elettroshock nel nostro paese è ben lungi dall’essere un trattamento desueto e non più utilizzato, a dispetto di quanto si potesse pensare anche in virtù della legge Basaglia, la numero 180 del 1978, che riformò l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, proponendo un superamento della logica manicomiale.

Chiusi i manicomi, basta con l’elettroshock, che in realtà sembrava già essere caduto in disuso nel corso degli anni Sessanta, soppiantati dalla psicofarmacologia. Eppure la Pushbotton Psychiatry, come l’ha definita un libro del 2002 sulla storia culturale dell’elettroshock in America, non solo ha conosciuto un “revival” negli anni Ottanta, ma continua a essere usato nella cura dei pazienti con problemi di natura psichica, in Italia e all’estero.

Considerato un trattamento che porta all’annichilimento dell’individuo, oltre che per lo più fallimentare secondo la visione basagliana, in realtà l’elettroshock è tuttora sostenuto da molti medici, come Giuseppe Fàzzari, che dirige l’Unità Operativa di Psichiatria agli Spedali Civili di Brescia, uno dei centri in cui si fa la Tec in Italia, il quale spiega all’Espresso:

L’elettroshock di oggi è diverso da quello presente nell’immaginario collettivo e molto meno traumatizzante sul piano emotivo. Lo si pratica secondo linee guida internazionali: in anestesia totale, con una dose di corrente molto bassa (inferiore a 5 volt) che stimola il cervello per pochi secondi (al massimo 6 o 8), e che ottiene una crisi convulsiva di 30-40 secondi. Gli elettrodi sono applicati sulla fronte sinistra e la tempia destra o bilateralmente (a seconda della patologia) e i parametri variano da un paziente all’altro.

Come riportato dall’Espresso, gli fa eco Alessandra Minelli, psicoterapeuta dell’università d Brescia, che ne parla come di un metodo a cui si giunge “per esclusione”, dopo il fallimento delle altre alternative.

Di solito all’elettroshock ci si arriva dopo anni di tentativi falliti: abbiamo provato di tutto, perché non la Tec. I medici di base, ma anche gli psicologi e gli psichiatri ne sanno poco. All’università non se ne parla e non lo si insegna.

Eppure, a riconoscerne l’efficacia sono l’American Psychiatric Association, l’American Medical Association, il National Institute of Mental Health, la Food and Drug Administration, e le organizzazioni corrispondenti in Canada, Gran Bretagna e altri Paesi europei. Fra cui il nostro.

I dati dell’uso dell’elettroshock in Italia e all’estero

Fonte: web

Stando ai dati riportati da Espresso, nel mondo si stima siano 2 milioni le persone sottoposte a Tec, 300 mila nei soli Stati Uniti. In Belgio sono 5 mila i pazienti trattati, su una popolazione di 11 milioni di abitanti, 12 mila nel Regno Unito su una popolazione di 64 milioni di abitanti. I dati relativi all’Italia, gli unici disponibili, furono raccolto nel 2012 dall’allora ministro della Salute, Renato Balduzzi, e parlavano  di 1.406 pazienti tra il 2008 e il 2010 (521 nel 2008, 480 nel 2009 e 405 nel 2010).

Dopo ci sono state solo stime parziali, ad esempio quelle ottenute dall’indagine eseguita dallo stesso Fàzzari che hanno rilevato, nel 2014, 18 pazienti a Oristano, 12 a Brunico, 63 a Brescia-Montichiari, 57 a Pisa, 110 alla casa di cura Villa Santa Chiara a Verona. Rimangono, certamente, poche centinaia rispetto alle cifre europee e di oltreoceano, dove la Tec è considerata una terapia tra le tante disponibili e talvolta persino di prima scelta.

Fra cliniche private e strutture pubbliche i centri sono 16, ma quelle che lo effettuano davvero sono probabilmente solo la metà, e i pazienti circa 300 l’anno.

Come funziona l’elettroshock

Fonte: web

Un trattamento di solito prevede tre sedute di Tec alla settimana, a giorni alterni.  Spiega Fàzzari:

Per due settimane o più, a seconda della patologia, più o meno grave. In alcuni casi sono previste terapie di mantenimento: una ogni 3 settimane. Alcuni studi clinici controllati hanno dimostrato l’opportunità di questi richiami. Una cosa è certa, non esiste un’unica ricetta.

Il sollievo dalla sofferenza mentale sarebbe dato, sostengono alcuni, dalla “smemorizzazione” del cervello, uno degli effetti collaterali della Tec; la perdita della memoria, seppur transitoria, allevierebbe la sofferenza, secondo quanto sostiene Beppe Dell’Acqua, che lavorò a fianco di Basaglia all’Ospedale psichiatrico di Trieste, mentre con il recupero della memoria tornerebbe, secondo il suo parere, anche la sofferenza.

I casi nei quali la letteratura scientifica concorda sui risultati ottenuti dall’elettroshock riguardano le depressioni gravi con alto rischio di suicidio resistenti ai farmaci, e le forme maniacali o miste che non rispondono alle terapie. Ma l’efficacia è stata confutata dall’esperienza clinica anche in altri disturbi mentali, come schizofrenia, catatonia, sindrome maligna da neurolettici, sindrome ossessivo-compulsiva non rispondenti alle terapie. Una meta-analisi, ossia una revisione sistematica di diversi studi eseguiti per valutare efficacia e sicurezza della Tec pubblicata su Lancet , una delle riviste mediche più autorevoli, nel 2003, concludeva che il trattamento era “probabilmente più efficace dei farmaci nella depressione“.

La testimonianza di Giampietro

Giampietro Ferrari è definito un “utente esperto” e oggi collabora con l’associazione AITEC-Etic per informare su quello che “erroneamente viene chiamato elettroshock“. Lui ha sperimentato la Tec, la Terapia Elettro Convulsivante, per la prima volta nel 2010, e ora  lunedì, mercoledì e venerdì, per tutto l’anno, accompagna i pazienti dell’ospedale Montichiari di Brescia a sottoporsi alle loro sedute. Parla di Luca,

… giovane, schizofrenico ma è fortunato perché ha scoperto per tempo di soffrire di un disturbo mentale e può curarsi senza buttare via anni di vita. A me non è andata così, io di anni ne ho persi tanti, senza sapere perché stessi in un certo modo. Nel 1973, a sei anni ho tentato il suicidio per la prima volta. 
Nei trenta anni successivi, ci sono stati altri nove tentativi di suicidio e stati maniacali, prima che qualcuno mi dicesse che ero bipolare. Avevo 37 anni. È il 2010 quando per la prima volta percorro il corridoio che conduce alla sala del day hospital, dove faccio le Tec. Ci ritornerò altre tre volte nei tre anni successivi. Mi sono liberato dal fardello della sofferenza: la terapia mi ha restituito la lucidità, e mi ha fatto tornare la voglia di vivere.

Eppure il mondo scientifico, religioso e delle istituzioni continua a dividersi sull’argomento e sull’opportunità del suo utilizzo.

Le opinioni discordanti sulla Tec

Fonte: web

Se Franco Basaglia si riferiva all’elettroshock dicendo:

È come dare una botta a una radio rotta: una volta su dieci riprende a funzionare. Nove volte su dieci si ottengono danni peggiori. Ma anche in quella singola volta in cui la radio si aggiusta non sappiamo il perché.

È invece del 1995 la decisione del Comitato nazionale di bioetica che, dopo aver esaminato le diverse posizioni scientifiche e aver valutato le più autorevoli fonti internazionali concluse, stabilì che non vi fossero “motivazioni bioetiche per porre in dubbio la liceità della terapia elettroconvulsivante nelle indicazioni documentate nella letteratura scientifica“.

Posizione ripresa dal Consiglio Superiore di Sanità, che dopo aver dibattuto le perplessità suscitate dal trattamento nel 1996, concluse che:

Il diritto del malato alla tutela della vita, della salute e della sua piena dignità di essere umano, in accordo con il Comitato nazionale di bioetica, rappresenta un aspetto centrale nella valutazione dell’opportunità di un trattamento medico e che tale diritto non può costituirsi in opposizione alla scienza, né può anteporle affermazioni o teorie di natura ideologica.

Sperimentata per la prima volta nel 1938 da due neuropsichiatri italiani, Ugo Cerletti e Lucio Bini, la terapia fu rimessa in discussione nel 1999 dall’allora ministro della Sanità, Rosy Bindi, che con una circolare concludeva:

La psichiatria attualmente dispone di ben altri mezzi per alleviare la sofferenza mentale, a tal punto che la Tec risulterebbe quasi desueta almeno nelle strutture pubbliche sia universitarie che del Servizio Sanitario Nazionale.

La principale obiezione alla terapia riguarda il fatto che si ignori il suo meccanismo d’azione; si sa che induce una crisi convulsiva con un passaggio di corrente elettrica attraverso il cervello, ma non si sa come possa intervenire nell’alleviare i  disturbi dei pazienti che vi sono sottoposti. Ci sono però anche implicazioni etiche e morali di cui parlano i detrattori della Tec, in primis la disumanizzazione del paziente.

È una pratica non giustificabile da nessuna evidenza, da nessun risultato positivo e duraturo – sostiene Dell’Acqua- Nel nostro paese, bene o male, la persona riesce a stare al centro degli interventi, non il cervello! È una scelta ideologica, una scelta di campo che aumenta le distanze già siderali tra chi soffre di un disturbo mentale, i curanti e il mondo che lo circonda. Contribuisce a cancellare l’umano che è l’unico strumento necessario per avvicinare le persone e le loro “incomprensibili” sofferenze. Nonostante le centinaia di ricerche fatte negli ultimi decenni non esiste ad oggi uno straccio di evidenza di che cosa faccia l’elettroshock, se non cancellare la persona e trasformarla in un oggetto.

C’è anche chi sostiene che la perdita della memoria non sia una cura efficace nel lungo termine, esattamente come i farmaci antidepressivi.

Ho assistito ad alcuni casi, ho visto chi vi accedeva e quali erano gli esiti – spiega Piero Cipriano, psichiatra presso il dipartimento di salute mentale dell’ospedale San Filippo Neri di Roma e autore del libro “Il manicomio chimico” – Ricordo un anziano giornalista che, dopo venti anni di farmaci antidepressivi, aveva iniziato le sedute di elettroshock ma la sua depressione si trasformava in stolidità, sembrava perdere pezzi della propria storia. Al contrario, ricordo una ragazza con diagnosi di disturbo borderline che scappava sempre dai luoghi di cura. Venne sottoposta a sei o otto sedute di elettroshock e non ebbe alcuna perdita di memoria, ma nemmeno alcun beneficio per il suo problema psichiatrico. A riprova che se non vi è effetto sulla memoria, non vi è effetto alcuno. Dove prevale un’impostazione organicistica quando uno strumento non funziona si ricorre ad un altro, così quando i farmaci non bastano più, si passa alla corrente elettrica. Sappiamo che gli antidepressivi dopo quindici o vent’anni perdono il loro effetto. È un po’ quello che succede con la cocaina o le benzodiazepine. La prima somministrazione è la migliore. All’inizio c’è una vera e propria luna di miele ma poi, gradualmente, le sostanze modificano i vari recettori cerebrali, l’effetto si attenua, e bisogna aumentare il dosaggio. Si va avanti così fino a quando i farmaci perdono il loro effetto e ricorrere alla terapia elettrica è l’unica cosa in più che si può fare, ma in realtà si aggiunge danno al danno.

Infine, c’è chi, come Ignazio Marino, chiede che la comunità scientifica organizzi in materia una consensus conference, ovvero un confronto tra un gruppo di esperti che, assieme a rappresentanti della società debitamente informati, esprimano una posizione possibilmente unanime, sulla base della quale adattare le relative decisioni sanitarie. Percorso, peraltro, sottolinea Marino all’Espresso, già delineato dalla nostra Corte Costituzionale con due sentenze, del 2002 e del 2003, in cui si è affermato che  che le scelte terapeutiche, nel caso specifico l’elettroshock, non possano dipendere dalla discrezionalità della politica che le autorizza o le vieta, ma dovrebbero basarsi sulle conoscenze scientifiche e sulle evidenze sperimentali acquisite tramite organismi tecnico-scientifici nazionali o sovranazionali.

Il dibattito, per ora, sembra destinato a rimanere aperto.