Liliana Segre e le sue parole, più forti di chi ieri le ha augurato la morte

Non è voluta mancare. Nonostante i 90 anni e i rischi connessi con il Covid, Liliana Segre ha viaggiato per presenziare al voto di fiducia al governo. E le sue parole sono più forti di ogni attacco o critica.

Lo aveva promesso, che ci sarebbe stata; nonostante l’età importante, 90 anni, e una pandemia in corso che mette fra i soggetti più a rischio proprio le persone più anziane, Liliana Segre non ha voluto venir meno al suo impegno, e puntuale è scesa da Milano a Roma per votare la fiducia al governo Conte (poi ottenuta con 156 voti a favore, 140 contrari e 16 astenuti).

Segre ha adempiuto il suo dovere da senatrice a vita, titolo conferitole nel 2018 dal Presidente della Repubblica Mattarella per “avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”; e lo ha fatto perché, al di là delle critiche che da sempre riguardano la figura dei senatori a vita (come quella di non essere eletti, ma solo “premiati” con questo titolo, e quindi di non avere effettiva autorevolezza politica, in Senato), è consapevole di avere un ruolo e un compito che era giusto portare a termine, senza aggrapparsi alla scusa dell’età e alle raccomandazioni dei medici di uscire il meno possibile. Insomma, rispettando in pieno il concetto più puro e totale di partecipazione politica, quella intesa alla maniera degli antichi Greci, per dirla in poche parole.

Ma mentre al suo arrivo in aula, a Palazzo Madama, una buona parte dei suoi colleghi si è alzata in piedi, applaudendola per quattro minuti come ringraziamento per essere lì, per essere presente a onorare la sua carica, c’è chi è rimasto seduto, negandole anche il riconoscimento per aver avuto il coraggio di muoversi per l’Italia nel bel mezzo di una emergenza sanitaria, da soggetto a rischio, per venire a fare il suo lavoro.

Non è la prima volta che assistiamo a scene simili nei confronti della senatrice Segre: basti pensare all’ottobre del 2019, quando i senatori del centrodestra si astennero dal voto per l’istituzione di una Commissione contro odio, razzismo e antisemitismo, rimanendo poi ancora una volta immobili, seduti sulle proprie poltrone, rifiutando di omaggiarla.

Liliana Segre: "Mio padre mi chiese scusa per avermi messa al mondo"

È accaduto anche ieri, sempre dalla solita parte politica; e qualcuno, sull’altro versante, lo ha fatto notare, come la senatrice PD Caterina Biti, che lo ha raccontato in un tweet.

Probabilmente per Liliana Segre non è importante sapere chi la applaude e chi no, ma, in virtù del suo passato da deportata nei campi di concentramento, da ex ragazzina con un numero tatuato sul braccio e l’orrore negli occhi, certo è importante denunciare ogni forma di odio e di intolleranza; che poi è proprio lo scopo che si prefiggeva quella Commissione osteggiata dalla destra. La stessa destra che anche nella giornata di ieri non ha avuto carezze per lei, al di là dell’immobilismo generale, ma ha invece speso parole crude su chi, come lei, riveste quella carica all’interno del Senato.

Ricordo ai senatori a vita che si apprestano a votare la fiducia, cosa diceva il leader dei 5 Stelle di loro, ‘non muoiono mai o muoiono troppo tardi’, che coraggio che avete…

Lo ha detto il leader della Lega, Matteo Salvini, attribuendo poi la frase al fondatore dei 5 Stelle Beppe Grillo dopo che la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, lo ha richiamato all’ordine per la violenza verbale di quelle parole. Al di là della paternità dell’espressione, ovviamente, è chiara la sua inadeguatezza.

La senatrice Segre è stata attaccata anche da Vittorio Sgarbi, che, a differenza di Salvini, si è limitato all’ambito politico, parlando di una sorta di “condizionamento morale” sotteso al suo voto, o di una ossequiosa forma di compiacenza nei suoi confronti dovuta proprio al terribile passato vissuto.

Un senatore a vita avrebbe il dovere di astenersi, non solo per l’evidente ragione che non è eletto, ma perché la sua autorevolezza e la sua scelta possono assumere, come nel caso della Segre, un significato morale – ha detto il senatore – Per questo, ammesso che il suo voto sia favorevole al Governo, la giustificazione per cui la senatrice ha deciso di votare assume il senso di un orientamento a senso unico con il disprezzo per chi non lo condivida.

Sgarbi ha poi ricordato il passato politico del marito di Liliana Segre, Alfredo Belli Paci, candidatosi con il Msi nel 1979 in chiara posizione anticomunista, domandando provocatoriamente se l’indignazione civile della senatrice in quell’occasione non si fosse manifestata. Forse vale la pena ricordare a Sgarbi che, quasi certamente, nessuno di noi ha vissuto intimamente il privato della loro famiglia, e che, ci fossero anche mai stati contrasti per la diversità di vedute politiche (da contestualizzare, in ogni caso), è quasi acclarato che la signora Segre non li avrebbe dati pubblicamente in pasto a media o politica, come del resto non lo si pretende o richiede a nessuno.

Ascoltiamo Liliana Segre: “Meglio vittima che carnefice”

Liliana Segre, costretta a vivere sotto scorta dal settembre del 2019 dopo aver passato buona parte della sua esistenza portandosi dietro il ricordo, terribile, dei lager nazisti, e quindi ben consapevole di quanto siano preziose vita e libertà, ha semplicemente scelto di spendere la prima per garantirsi (e garantire agli altri) sempre il diritto di avere la seconda. Ha scelto di vivere esercitando i suoi diritti, fra cui anche quello di far sentire la sua voce in cause che ritiene importanti. Al di là della “fede” politica, della condivisione delle sue opinioni, il suo messaggio è universale, e questo esige e merita rispetto.

Ancora una volta, le sue parole hanno risuonato più forti di tutte le critiche, gli attacchi, il silenzio di una parte di Senato che non si è alzato in piedi per omaggiarla, i riferimenti, impliciti o meno, alla morte. Le riportiamo qui:

Vado a Roma per essere pronta a fare il mio dovere martedì a Palazzo Madama. Non partecipo ai lavori del Senato da molti mesi perché, alla mia età, sono un soggetto a rischio e i medici mi avevano caldamente consigliato di evitare. Contavo di riprendere le mie trasferte a Roma solo una volta vaccinata, ma di fronte a questa situazione ho sentito un richiamo fortissimo, un misto di senso del dovere e di indignazione civile.

Questa crisi politica improvvisa l’ho trovata del tutto incomprensibile. All’inizio pensavo di essere io che, con la mia profonda ingenuità di persona lontana dalle logiche partitiche, non riuscivo a penetrare il mistero. Poi però ho visto che quasi tutti, sia in Italia che all’estero, sono interdetti, increduli, spesso disgustati.

Confesso che il sentimento prevalente che mi muove è proprio quello dell’indignazione. Non riesco ad accettare che in un tempo così difficile, in cui milioni di italiani stanno facendo enormi sacrifici e guardano con angoscia al futuro, vi siano esponenti politici che non riescono a fare il piccolo sacrificio di mettere un freno a quello che Guicciardini chiamava il particulare. Tutti i governi del mondo, hanno dovuto procedere per tentativi ed errori.

Come anche la scienza, del resto. Quindi è scontato che anche il governo Conte abbia fatto errori. Però mi pare che si debba riconoscere che ha fatto nell’ultimo anno un lavoro gigantesco per reggere l’urto di un’emergenza spaventosa; ed ha ottenuto una svolta storica nelle politiche europee. Ricordo che questo governo è nato allorché i partiti che lo formarono ritennero di superare le forti divergenze che già allora si manifestavano, perché occorreva preservare il Paese da gravissimi pericoli. Dunque mi chiedo: ma quei pericoli sono svaniti?

Perciò, Liliana Segre ha vinto, anche stavolta.

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