Condannate la preside e la mamma che diffusero il video hard della maestra d'asilo

Condanne per la direttrice e la mamma che costrinsero al licenziamento la maestra di Torino vittima di imaged-based-sexual-abuse (e non di revenge porn), condividendo un suo video intimo.

*** Aggiornamento del 23/02/2021***

Sono state condannate la direttrice e la mamma che, nel novembre del 2020, hanno diffuso il video intimo della maestra d’asilo di Torino, fatto circolare su WhatsApp dall’ex della ragazza, appena ventiduenne.

Licenziata dal suo impiego proprio dalla direttrice, che temeva che l’episodio potesse “infangare” il nome della scuola, la giovane insegnante ha ricevuto giustizia: la direttrice è infatti stata condannata, con l’accusa di violenza privata e diffamazione, a un anno e un mese dal giudice Modestino Villani. La donna ha commentato la decisione con un lapidario “Siamo tutti lupi cattivi in una storia raccontata male”.

La mamma che ha condiviso il video, intimando anche alla maestra di non denunciare sotto la minaccia di un’ulteriore diffusione, assistita dall’avvocata Flavia Pivano, è stata invece condannata a un anno con pena sospesa. Condanna a otto mesi anche per una collega di lavoro della maestra.

Il video era girato la prima volta nella chat del calcetto dell’ex fidanzato dell’insegnante, di cui faceva parte anche il marito della mamma che lo ha poi ricondiviso, il quale è stato assolto dal giudice.

L’ex fidanzato ha chiesto e ottenuto un anno di messa alla prova. 

La maestra, assistita dagli avvocati Dario Cutaia e Domenico Fragapane, dopo la lettura della sentenza ha dichiarato, come riporta la sezione torinese di Repubblica:

Sono soddisfatta, la verità è uscita fuori anche se dopo anni. Sono sollevata, so che andranno avanti facendo ricorso ma almeno abbiamo messo un punto fermo. Nessuno mi ha mai chiesto scusa e ancora adesso per colpa di questa vicenda non ho più trovato lavoro. Ma io voglio solo tornare a fare la maestra d’asilo.

I legali della donna hanno aggiunto:

Questa sentenza è importante e dimostra che nessuno, tantomeno le donne, debbono essere giudicate per quello che fanno in camera da letto, ma per la loro competenza e professionalità. Non siamo più nell’800 e non c’è nessuna lettera scarlatta.

La “gogna”, come è stata definita dalla pm Chiara Canepa, che ha costretto la ragazza al licenziamento, ha avuto luogo proprio fra i corridoi della sua scuola.

La direttrice mi disse che se non l’avessi fatto io, l’avrebbe fatto comunque lei, ma in questo modo avrebbe dovuto scrivere anche il motivo del mio licenziamento che sarebbe stato un marchio per tutta la vita. Mi disse che non avrei più trovato lavoro nemmeno per pulire i cessi di Porta Nuova. Fu terribile, non mi sono mai sentita tanto umiliata; io non volevo lasciare il mio lavoro e ho provato a spiegare che ero una vittima.

A riprova dell’atteggiamento della direttrice anche un audio choc che quest’ultima avrebbe girato, via WhatsApp, alle altre maestre:

Per favore, cercate di indurla a fare qualcosa di sbagliato: qualsiasi cosa succeda mi chiamate e io lo prendo come pretesto per mandarla via. Fatemi ‘sta cortesia, io non so più cosa fare. Sarà una guerra durissima: con lei ce l’ho a morte, non voglio più vederla.

Nell’articolo originale abbiamo parlato della vicenda e di come sia forte il victim blaming nei confronti delle vittime di revenge porn, anche se il termine più giusto da usare sarebbe quello di imaged-based sexual abuse.

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*** Articolo originale del 17 novembre 2020***

Rivolgersi alla legge quando si è subito un torto dovrebbe rappresentare la normalità, così come ricevere solidarietà e appoggio quanto meno da chi ci è vicino, ma le cronache ci restituiscono delle storie che raccontano ben altri scenari. Come la storia riportata da Repubblica e accaduta nel Torinese: una maestra d’asilo è stata licenziata dopo che il suo ex ha diffuso un video hard e altro materiale privato senza il suo consenso.

La storia comincia in un modo abbastanza comune. Un uomo e una donna si incontrano, si frequentano, sviluppano un’intimità. La frequentazione li porta a condividere sui propri smartphone 18 foto e filmati relativi a momenti sexy. Tra questi un video hard in cui la ragazza è riconoscibile, che l’uomo, dopo la rottura con la donna, decide di pubblicare su WhatsApp nella chat dei compagni di calcetto.

La donna è un’insegnante in un asilo del Torinese e il caso vuole che la moglie di uno dei compagni di calcetto dell’ex sia anche la mamma di uno degli alunni. La mamma scopre il video e decide di ricondividerlo, sempre su WhatsApp, con altre tre mamme della classe, minacciando inoltre la maestra: “Guai a te se lo denunci o lo dici in giro, altrimenti lo dirò a tutti”. La minaccia, fortunatamente, non ha effetto sulla maestra, che decide di ricorrere, come nel suo diritto, alla legge. E così, difesa da un avvocato, ha denunciato.

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A questo punto la mamma rivela tutto alla direttrice dell’asilo, che decide di licenziarla, annunciando pubblicamente il motivo e affermando che in questo modo non avrebbe mai più trovato lavoro. In pratica: nonostante l’insegnante sia a tutti gli effetti la vittima di un reato, è stata lei a dover affrontare la gogna all’interno della comunità per essersi fidata di un uomo che stava frequentando.

Scambiarsi foto e video hard tra adulti consenzienti non è un reato e non dovrebbe nemmeno essere motivo di pubblica gogna. Utilizzarli per revenge porn invece è un reato, finalmente punito dalla legge, che però trova le sue più gravi conseguenze fuori dalla coppia interessata, ovvero nel giudizio pudico (e spesso ipocrita) delle persone, incapaci di valutare con lucidità chi sia la vittima e chi sia il colpevole. Il caso di Tiziana Cantone avrebbe già dovuto insegnarcelo bene.

Il revenge porn (finalmente) è reato

La maestra al centro di questa storia ha avuto la forza di denunciare e di non soccombere alle minacce e fortunatamente la legge le sta dando il sostegno che la comunità non ha saputo darle: la direttrice è stata chiamata a processo per diffamazione e l’ex fidanzato ha chiesto di accedere all’istituto giuridico della messa alla prova, dovrà quindi impegnarsi in lavori socialmente utili per un anno con otto ore di servizio a settimana senza poter disporre di sospensioni nei periodi festivi. La maestra ha poi chiesto un cospicuo risarcimento, altrimenti si costituirà parte civile nel processo penale che attende la direttrice e la mamma che l’ha minacciata.

Articolo originale pubblicato il 17 Novembre 2020

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