"Le pallavoliste non possono giocare con l’hijab": poi è arrivata Najah Aqeel

La storia della giovane pallavolista con l’hijab che con il suo coraggio ha contribuito a sfidare le discriminazioni del mondo dello sport e ha permesso a molte altre ragazze musulmane di partecipare a competizioni sportive con il velo.

Najah Aqeel è una giovane pallavolista musulmana di 14 anni, matricola della Valor Collegiate Prep, in Tennesse, a cui è stato impedito di disputare una partita con la sua squadra, perché indossava il suo hijab, il copricapo religioso utilizzato da molte donne e giovani ragazze di religione musulmana.

L’arbitro della competizione ha citato una norma stabilita dalla National Federation of State High School Associations (NFHS) – l’organismo che governa la maggior parte degli sport liceali negli Stati Uniti – la quale impone che gli studenti che indossano accessori per capelli di più di tre pollici di larghezza, necessitano un’approvazione preventiva da parte della loro associazione atletica statale per poter competere regolarmente. Essendo sprovvista di un’autorizzazione della Tennessee Secondary School Athletic Association (TSSAA), di fronte alla richiesta dell’arbitro di rimuovere il suo hijab per poter giocare la partita, Najah ha preferito andare in panchina.

La vicenda, avvenuta nel settembre 2020, è stata molto dolorosa e umiliante per la giovane, che non ha voluto restare a guardare, ma ha approfittato dell’esperienza vissuta per cambiare le regole e porre fine alla discriminazione religiosa che il mondo dello sport dilettantistico stava mettendo in atto in tutto il Paese.

Najah, con il sostegno della sua scuola e di un’organizzazione locale, l’American Muslim Advisory Council, che si batte per tutelare i diritti dei musulmani nel Tennessee, si è attivata per ottenere una modifica delle norme previste dalla NFHS e permettere a tutti gli atleti provvisti di un copricapo religioso, tra cui  hijab, turbanti Sikh e kippah ebraiche, di partecipare a gare sportive senza il bisogno di ottenere un’approvazione preventiva.

L’attivismo della giovane e il suo coraggio hanno spinto la NFHS a modificare la regola per gli atleti in tutto il Tennessee. Successivamente, la federazione nazionale di pallavolo ha votato per estendere il cambiamento delle regole in tutto il resto del Paese e a inizio febbraio ha annunciato che la nuova regola potrebbe essere estesa anche agli altri sport, non solo alla pallavolo.

Il gesto di Najah è stato lodato dalla stessa direttrice esecutiva della NFHS, Karissa Niehoff, che così si è espressa in merito in una dichiarazione:

La prospettiva, la maturità e la capacità di comunicare di Najah la rendono come un modello per i giovani di tutto il mondo. Speriamo che la sua situazione serva a ricordare il bellissimo tessuto di diversità che esiste nelle nostre scuole e nella società in generale.

Anche Sabina Mohyuddin, direttrice dell’organizzazione locale che ha aiutato la giovane a battersi per il suo scopo, ha sottolineato alla CNN l’importanza di questa sentenza:

La sentenza della NFHS è un’occasione importante e manda un chiaro messaggio che le ragazze musulmane che scelgono di indossare l’hijab non hanno bisogno di un permesso per essere musulmane negli spazi pubblici. Continueremo a colpire tutte le politiche che discriminano la nostra comunità. Najah è veramente una pioniera. Ammiro il suo coraggio e la sua determinazione nel difendere il suo equo accesso allo sport durante tutto questo processo.

Sabina ha anche ricordato la sua adolescenza non semplicissima di giovane donna musulmana negli anni Ottanta, tra le prime a indossare un hijab nelle scuole del Tennessee, un’esperienza che l’ha sempre trattenuta dal partecipare a gare e competizioni sportive:

Ho spesso pensato di partecipare a gare di basket, ma vedevo le uniformi che indossavano le ragazze e il mio aspetto con l’hijab sembrava incompatibile, così ho sempre rinunciato all’idea.

"Ho scelto di indossare il velo e di combattere per chi è costretta a farlo"

Najah si è detta molto contenta del risultato ottenuto, dopo il dolore e l’umiliazione provati durante la discriminazione subita. Questo è quello che la giovane ha dichiarato alla CNN:

Mi sono sentita molto umiliata e oggi sono felice di essere riuscita a cambiare la regola per le giocatrici di pallavolo di tutto il Paese. Spero che questo farà sì che nessun’altra persona che indossa un copricapo religioso e fa sport si trovi a vivere l’esperienza spiacevole che sono stata costretta a vivere io.

Anche il liceo del Tennessee della giovane pallavolista, che con lei ha lottato per ottenere un cambiamento delle regole, ha espresso soddisfazione e orgoglio per il gesto compiuto da Najah e lo storico traguardo ottenuto.

Ecco quello che scrive il Valor Collegiate Prep dal suo profilo Instagram ufficiale:

Najah Aqeel ha fatto la storia dopo mesi di lavoro con Valor per cambiare una regola a livello statale e nazionale, garantendo che gli atleti possano indossare liberamente copricapi religiosi senza chiedere il permesso. Ora, i giocatori di pallavolo delle scuole superiori nello Stato e in tutto il Paese saranno in grado di indossare copricapi religiosi durante le partite, una vittoria epocale per le ragazze musulmane di tutta la nazione. Siamo immensamente orgogliosi della resilienza, della forza e dell’impegno di Najah nel sostenere questo cambiamento nazionale!

Gli altri casi di atlete discriminate

Najah non è stata l’unica a vivere un episodio di discriminazione per via della sua fede religiosa: sono state infatti parecchie le atlete delle scuole superiori americane che si sono ritrovate ad essere squalificate o sospese da competizioni sportive per aver indossato l’hijab.

Anche Noor Alexandra Abukaram, una liceale 16enne dell’Ohio, nel 2019 è stata squalificata da una gara di corsa campestre per aver partecipato con l’hijab, leggings e una maglia dalle maniche lunghe. Proprio come Najah, la giovane ha deciso di sfruttare la sua esperienza per aiutare le altre ragazze e impedire loro di rivivere la stessa ingiustizia. Così, nel 2020 ha lanciato un’iniziativa dal nome Let Noor Run, per sensibilizzare sulla discriminazione nello sport e con lo scopo di raccogliere fondi per fornire hijab sportivi alle persone che ne hanno bisogno. Insieme a questo, Noor ha collaborato con la senatrice statale dell’Ohio  per redigere una legge che protegga la libertà di espressione degli atleti, a oggi già approvata dal Senato dello Stato e in attesa della risposta della Camera.

Una simile vicenda è capitata ad Amaiya Zafar, una giovane ragazzina di 16 anni squalificata da un campionato di box nel 2016 per aver indossato l’hijab, un paio di leggings e una maglietta dalle maniche lunghe. La norma è stata poi revocata l’anno seguente e nel 2019, l’International Boxing Association ha deciso di rendere possibile ai pugili di tutto il mondo di indossare hijab e uniformi a corpo intero durante le competizioni sportive. Un risultato storico, che, come sottolinea la giovane Amaiya, può partire anche dal semplice gesto di una sola persona che sceglie di non piegarsi alle discriminazioni:

Il mio allenatore mi diceva sempre: “Ce ne vuole uno!, e io pensavo che fosse così banale. E poi ho iniziato a vedere che ce ne vuole davvero solo uno. Ci vuole una persona che dica: “Questo è ciò che sono, e non cambierò”. Se io non posso esistere in questo mondo, il mondo dovrà cambiare.

Ed è proprio grazie a Najah, Noor, Amaiya e alle altre persone che dimostrano questo stesso coraggio e il desiderio di cambiare le cose, che quelle che sembrano conquiste lontane e impossibile iniziano a farsi gesti concreti, in grado di trasformare il mondo in una società migliore, più inclusiva e rispettosa delle diversità.

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