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"Per non calpestarli con i piedi, lavoravamo sdraiati sui morti"

Sono passati 3 anni dal naufragio in cui persero la vita circa 1000 migranti. Le testimonianze che sono state raccolte in un reportage de Il Fatto Quotidiano, dei pompieri che si sono occupati di recuperare i poveri resti dei morti, sono agghiaccianti.

Erano in maggioranza adolescenti e giovanissimi uomini, tra i 13 e 25 anni. Oggi i più “fortunati” riposano in pace sotto la bella terra di Sicilia, quella stessa che cercavano disperatamente di raggiungere, aggrappati a un sogno. Ma altri, tanti altri, hanno come tomba i fondali del mare che li ha inghiottiti, quella notte del 18 aprile 2015.

Sono passati tre anni dalla più grande tragedia avvenuta nel Mediterraneo dal dopoguerra, e mentre alcuni ancora si coprono gli occhi per non vedere o cavalcano l’onda del più becero razzismo per aizzare le masse contro “gli invasori”, c’è qualcuno, in Somalia, o in Eritrea, che non sa neppure se deve piangere o meno un proprio caro.

Un toccante reportage de Il Fatto Quotidiano ha raccolto le testimonianze di chi, nei poveri resti di quel barcone affondato nel silenzio di una notte siciliana primaverile, ci è dovuto entrare per gli accertamenti, o per recuperare i miseri resti di chi non aveva fatto in tempo a mettersi in salvo.

Del resto, pochi, anzi pochissimi, sono i superstiti della tragedia rispetto al carico ingombrante di quel peschereccio inabissatosi dopo aver inviato l’ultima richiesta di aiuto alla mezzanotte di domenica. 28 persone appena sopravvissute, contro un numero imprecisato di morti e dispersi che, probabilmente, il mare non restituirà mai più.

Il  peschereccio, di nazionalità eritrea, alto almeno 23 metri e diviso in tre livelli, era partito da un porto vicino a Zwara, a ovest di Tripoli, in Libia.

A circa 100 chilometri a nord della costa libica e a 200 a sud dell’isola italiana di Lampedusa, dopo aver notato le difficoltà, gli scafisti hanno costretto i migranti a entrare nella stiva, al secondo livello e in cima alla nave, prima di inviare la richiesta di aiuto. Il Comando generale delle Capitanerie di porto di Roma, che ha raccolto la segnalazione di difficoltà, ha intimato al mercantile portoghese King Jacob, che era nelle vicinanze, di prestare soccorso all’imbarcazione, ma il peschereccio lo ha urtato, forse perché l’equipaggio è stato preso dal panico. Da lì a poco l’inferno che si è sviluppato è qualcosa che ancora oggi, a distanza di tre anni, i vigili del fuoco faticano a vedere e a raccontare.

Come si legge nel reportage, gli scafisti avevano ammassato 65 persone persino in mezzo ai motori, arrivando a stipare addirittura 5 persone in ogni metro quadro. Una barca da 23 metri completamente straripante di gente, persone rimaste intrappolate come topi allo scoppiare del pandemonio, condannate a una morte terribile perché legate irrimediabilmente a quella nave, che doveva essere la loro salvezza e, invece, li ha trascinati con sé senza pietà.

Tutto ciò che resta oggi dei morti sono reperti biologici e qualche oggetto, tutto è conservato negli archivi del Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Istituto di Medicina Legale dell’’Università di Milano. Ma, nonostante l’alacre lavoro dei vigili del fuoco, stabilire un numero preciso rispetto a quanti migranti viaggiassero a bordo del peschereccio è impresa complessa, se non impossibile.

Abbiamo individuato con certezza almeno 600 persone – ha raccontato Cristina Cattaneo, responsabile del Labanof, che dal settembre 2016 si occupa del riconoscimento dei corpi  – ma abbiamo trovato tanti altri resti, tra cui moltissimi crani, su cui dovremo fare la genetica e che ci fanno ritenere che su quella barca ci fossero fino a mille persone.

Del resto, lo abbiamo detto, si è trattato della più immane tragedia avvenuta nel mare Mediterraneo dai tempi della guerra mondiale. Ma i racconti di chi ha visto l’orrore di quel barcone con i propri occhi è qualcosa che va al di là di ogni immaginazione.

Sdraiati sui corpi per rispetto

Fonte: Marina Militare

169 sono state le salme recuperate per prime, fino al 14 dicembre 2015, quelle che si erano adagiate tutto attorno al relitto, in un’area di 1,8 milioni di metri quadri, mentre il barcone lentamente si inabissava. Per gli altri, rimasti sul fondo a 77 miglia dalle coste libiche, a 112 da Malta e a 131 da Lampedusa, c’è voluto un altro anno, fino al 30 giugno 2016, quando la nave Ievoli Ivory, appoggiata dalla San Giorgio della Marina Militare, ha trascinato il relitto nella rada di Augusta e i vigili del fuoco hanno aperto uno squarcio nella stiva per recuperare altri cadaveri.

Lì sono stati ritrovati i resti di 232 vittime, ma la realtà vissuta dalle squadre dei vigili del fuoco impegnate è stata al di sopra di tutto l’orrore che una persona può immaginare.

Lì dentro abbiamo trovato uno strato di materiale biologico alto 80-90 cm steso lungo tutti i 23 metri della nave. Erano persone.

Così ha raccontato nel reportage de Il Fatto Quotidiano Roberto Di Bartolo, ingegnere capo della squadra dei Vigili del fuoco che ha recuperato la maggior parte delle salme.

Quei poveri cristiani erano ammassati uno sull’altro. Prima di salpare gli scafisti li avevano fatti sedere su tavoloni fissati su vari piani alle murate. Nel momento in cui il peschereccio si è prima ribaltato e poi è colato a picco, sono stati tutti scaraventati giù. E lì sono rimasti.

Sono stati estratti solo tra il 1° e il 12 luglio 2016, quando i pompieri sono entrati dalla coperta aprendo tre squarci nelle murate.

Lavorando su materiale di quel tipo e volendo procedere per fronti di avanzamento, provavamo a tirare questi corpi fuori dal cumulo ma finivamo per romperne dei pezzi, e questo fatto non ci faceva stare a posto con la coscienza e non rispettava l’indicazione che avevamo ricevuto di recuperarli in maniera più leggibile possibile.

[…] Quindi decidemmo di procedere non più su fronti ma su strati, dall’alto in basso; in quel modo, però, avremmo dovuto lavorare con i piedi sui cadaveri. E noi vigili del fuoco abbiamo una regola non scritta, che osserviamo in tutti i teatri in cui siamo chiamati a operare, dagli interventi ordinari ai terremoti come quelli de L’Aquila o del Centro Italia: non mettiamo mai i piedi sui morti. Per questo a quel punto i nostri ragazzi, piuttosto che camminarci sopra, hanno preferito lavorare stando sdraiati sui corpi. Sa cosa significa? Ma era questione di rispetto.

Le difficoltà dei riconoscimenti

Fonte: Marina Militare

A oggi i corpi sepolti sono 528, spiega Vittorio Piscitelli, commissario straordinario per la gestione del fenomeno delle persone scomparse. Gli altri sono tuttora in attesa di riconoscimento, perché in Somalia,  in Eritrea, c’è qualcuno che reclama, se non proprio il cadavere del caro scomparso, almeno la verità che metta loro il cuore in pace.  I corpi recuperati sono stati messi ordinatamente nelle body bag, sacche dove si mettono resti e oggetti appartenuti ai deceduti.

Abbiamo riempito 458 body bag, che non corrispondono necessariamente al numero esatto dei cadaveri: parti di un corpo potrebbero essere finiti in due o più sacche diverse o parti di due salme in una sola sacca.
Ha spiegato Di Bartolo. Certamente le operazioni di riconoscimento sono complesse, quasi impossibili, anche perché, come ha spiegato Cattaneo, le difficoltà tecniche sono evidenti: “[…] hai gente che muore e finisce in Paesi diversi e spesso sotto la giurisdizione di procure diverse. Non c’è un collettore unico che possa contenere i dati post mortem delle vittime di queste tragedie che vanno avanti almeno da 10 anni. Le informazioni relative a queste vittime sono disperse in varie parti d’Italia e d’Europa, perché le vittime di un disastro che avviene vicino a Lampedusa possono finire in Italia come a Malta”.
Non c’è neppure il registro europeo di cui parla da anni il Comitato 3 Ottobre, nato dopo la tragedia del 2013 in cui, a Lampedusa, morirono 383 migranti, per lo più eritrei. Senza contare le difficoltà di recarsi nei paesi di origine dei morti per avere fotografie o effetti personali delle vittime.
Eppure, l’identificazione è fondamentale perché, come spiega Cattaneo,
[…] si fa per i vivi, per tutelare il loro diritto a sapere che fine ha fatto un loro caro. La si fa per le vedove che sono immobilizzate in un limbo che, specie in alcune culture, non permette loro di riprendere a vivere. Lo si fa per gli orfani che senza i documenti e i certificati di morti di padre e madre non possono essere adottati o per fare il ricongiungimento con i parenti in Europa.

17 anni e la pagella nell’imbottitura del giubbotto

Tra le storie, strazianti, dei migranti morti nel naufragio ce ne sono alcune che davvero lasciano senza parole, che raccontano di speranze distrutte, di sogni annegati nell’oblio del Mare Nostrum a 370 metri di profondità.
Aveva 17 anni e prima di uscire di casa per l’ultima volta si era fatto cucire la pagella nell’imbottitura del giubbotto. I voti presi a scuola potevano servire per mostrare quello che valeva, una volta giunto in Europa. Quando era partito dal Gambia aveva un volto, una identità data dalla fisionomia: la forma della bocca e delle orecchie, la curvatura del naso, la dimensione della fronte, l’increspatura dei capelli. Dopo un anno passato a 370 metri di profondità, non restava più molto: i suoi tratti se li era mangiati il mare, insieme a buona parte del resto. Quel poco che rimaneva di lui oggi riposa in un cimitero in Sicilia, ma qualcuno prova ancora a dare un nome e un cognome sicuri a lui e ai suoi compagni, perché chi è rimasto a casa sappia.

Chi aveva portato un pezzetto della propria terra con sé

Tra i primi corpi recuperati c’era quello di un ragazzo pieno di tatuaggi monocromatici, come se ne vedono addosso ai nostri ragazzi, e in tasca aveva una sacchettina di plastica contenente terra. Era eritreo, spesso quando partono loro si portano dietro la terra della loro patria. La sua era tra le 169 salme recuperate per prime.

Erano ragazzi come i nostri

Un ivoriano di 18 anni, aveva 5 documenti diversi in tasca: una carta d’identità, il passaporto, una scheda della biblioteca dell’università o della scuola, una tessera sportiva e quella da donatore di sangue. Quel ragazzo era come uno dei nostri, nelle tasche di queste persone abbiamo trovato oggetti che trovi anche nelle tasche dei morti nostri.
Anche se c’è qualcuno che ancora vorrebbe convincerci del contrario.
Il reportage completo è a questi link:
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