logo
Stai leggendo: Paralimpiadi, il dramma di Marieke Vervoort: “Rio è il mio ultimo sogno. Poi penserò all’eutanasia”

Paralimpiadi, il dramma di Marieke Vervoort: "Rio è il mio ultimo sogno. Poi penserò all'eutanasia"

Le Paralimpiadi, in programma a Rio dal 7 al 18 settembre, ci fanno scoprire atleti (e persone) straordinari, più forti degli handicap. Oltre la superficie, però, c'è anche chi non riesce più a combattere, e annuncia al mondo una decisione shock.
Fonte: Facebook.com
Fonte: Facebook.com

Le Paralimpiadi inaugurate a Rio de Janeiro il 7 settembre ci permettono di conoscere atleti straordinari, degni di ammirazione, che sono riusciti a diventare più forti delle difficoltà fisiche o psichiche, dimostrando che non c’è handicap al mondo che, con la forza di volontà e l’impegno, non possa essere superato.

Ma dietro allo spettacolo, alle luci e ai colori dell’inaugurazione, dietro le gare, e alle medaglie, c’è molto di più: ci sono storie, di persone che combattono da tutta una vita, che hanno avuto percorsi complicati, persino storie di chi, dopo tanto, non riesce più a lottare e ha deciso di arrendersi alla malattia, prendendo la più drammatica delle decisioni.

Il caso di Marieke Vervoort, atleta belga sprinter su sedia a rotelle, ha scioccato il mondo intero, non solo quello sportivo.

“La mia carriera finirà con Rio- ha dichiarato la trentasettenne oro Olimpico a Londra 2012 – dopo vedrò quello che la vita ha ancora in serbo per me, ma sto seriamente iniziando a pensare all’eutanasia”

La Vervoort, atleta di punta della nazionale belga di atletica in carrozzina, ha deciso di non nascondersi più, e di spiegare davvero com’è la sua vita, lontano dalle corsie del campo di gara, dal podio e dai successi.

“Tutti mi vedono felice e sorridente con le mie medaglie, ma non conoscono l’altro lato di me. Ci sono giorni in cui i dolori sono insopportabili e riesco a dormire appena 10 minuti”

Vincitrice di un oro e di un argento rispettivamente nei 100 e nei 200 metri nella categoria T52, oltre che di ben 5 titoli mondiali, Marieke soffre di una grave malattia neurodegenerativa dall’età di appena 14 anni, e nel 2008 è stata costretta sulla sedia a rotelle. Un tempo triatleta, il male da cui è affetta la condurrà lentamente allo stato vegetativo, ed è esattamente questo che lei è ben determinata ad evitare. Ecco perciò l’annuncio shock, proclamato proprio durante la conferenza di presentazione della delegazione belga. Il dolore si sta facendo troppo forte, e il pochissimo riposo le causa frequenti svenimenti, ragion per cui deve essere costantemente monitorata e controllata.

Ha promesso di voler combattere un’ultima volta a Rio, disputando i 100 e i 400 nella categoria T52, prima del ritiro, in cui dovrà necessariamente riflettere a lungo sulla sua vita e su quello che deciderà di farne. Stella della nazionale paralimpica del Belgio, in patria è talmente famosa che la TV pubblica Eén le ha dedicato, alcuni mesi fa, uno speciale in prima serata, in cui “Wielemie“, questo il suo soprannome (che è anche il nome del suo sito ufficiale), ha documentato la sua routine giornaliera, fra allenamenti e ripercussioni inevitabili della malattia, mostrando contemporaneamente la gioia dello sport e il dolore di ciò che la affligge. Che è quello che ha iniziato a farle pensare seriamente a questa drastica svolta.

In Belgio l’eutanasia è legale, a patto che sia approvata da almeno 3 medici. Ma in ogni caso, parlando di quello che sarà nel caso in cui dovesse scegliere di compiere questo gesto estremo, Marieke dimostra di avere le idee estremamente chiare, confermando di avere quel carattere determinato grazie al quale è diventata una campionessa dello sport: nessun funerale religioso, solo un bicchiere di champagne per tutti i presenti, per onorare la memoria di una persona che ha, come le stessa dice “vissuto una bella vita, ma che ora si trova in un posto migliore“.

Il dibattito sulla morte assistita, o eutanasia, è sempre molto acceso, ed è inutile dire che la divisione tra quanti sostengono il diritto di ogni persona di scegliere quando e come morire, di fronte alla consapevolezza di una malattia incurabile, e chi invece sostiene che la vita debba proseguire nel suo corso naturale, peggioramenti della patologia compresi, è ancora decisamente ampio, e probabilmente così resterà.

Noi sospendiamo ogni giudizio di fronte alla storia di Marieke Vervoort, però ci piacerebbe chiudere con le sue parole, che in fondo, secondo noi, rappresentano un vero e proprio inno alla tenacia e alla forza di volontà, in grado di far superare tutto, persino la sofferenza fisica:

“Non ho mai pensato che sarei arrivata a Rio. [.] Nonostante la malattia, sono stata in grado di fare esperienze che altre persone possono solamente sognare. […] Il segreto è tutto qui, nella testa: quando salgo sulla carrozzina e mi preparo a gareggiare, tutte le mie ansie, timori, paure e dolori sembrano scomparire.”

Non ci sono ancora voti.
Attendere prego...