Code ai bagni delle donne: perché parlarne - Roba da Donne

I bagni delle donne sono perennemente occupati. Fuori dalla porta c’è sempre una lunga fila di donne che attende. Accade al cinema, in teatro, al ristorante, alle manifestazioni pubbliche all’aperto (come le sagre, dove troviamo quegli odiosi bagni chimici, che tuttavia sono una necessità imprescindibile). Non è un falso mito o un luogo comune, ma un dato di fatto che possiamo osservare sempre.

La ragione è di tipo abbastanza pratico. In un articolo del Guardian, Lezlie Lowe, autrice del libro No Place To Go: How Public Toilets Fail our Private Needs, spiega come mai i bagni delle donne presentino sempre file lunghissime, mentre altrettanto non accade fuori dalle toilette degli uomini. Secondo l’esperta, per le donne il tempo medio di permanenza al gabinetto è più lungo rispetto agli uomini, 90 secondi contro 60 (senza contare le acrobazie che a volte dobbiamo fare per mingere in posizioni che non siano né da sedute né in piedi, perché è ciò che richiedono le cattive condizioni igieniche di alcuni bagni pubblici).

A questo si deve aggiungere il fatto che le donne vanno in bagno più spesso degli uomini: lo fanno sia per questioni anatomiche legate alla stessa minzione (soprattutto quando sono incinte), sia perché può capitare di trovarsi nel periodo mestruale (quello in cui ci si deve cambiare spesso l’assorbente o il tampone), sia perché statisticamente sono le candidate più probabili per accompagnare i figli in bagno a fare la pipì, qualunque sia il sesso del bambino, oppure a cambiare i pannolini se parliamo di bambini molto piccoli. E no, nei bagni degli uomini, quasi sempre i fasciatoi sono assenti.

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A questo si aggiunge un problema di numero e di spazio. I luoghi in cui gli uomini possono urinare sono molti di più rispetto a quelli riservati alle donne. A parità di metratura, per esempio, potremo trovare una toilette per le donne in cui su un muro ci sono schierati tre wc con i relativi divisori, e una toilette per gli uomini con gli stessi tre wc e divisori, ma anche almeno cinque orinatoi su un’altra parete.

L’articolo del Guardian stima che il rapporto tra wc per le donne e wc più orinatoi per gli uomini dovrebbe essere di 2:1, se non anche 3:1 (ma in un mondo perfetto). Quindi tutto potrebbe cambiare se gli edifici fossero progettati meno a misura d’uomo, e invece più a misura di donna, senza dimenticare le istanze delle persone non binarie. Cosa che si sta infatti tentando di fare nel Regno Unito, dove esistono interi bagni solo con wc e bagni solo con orinatoi, che consentono anche alle persone transgender di scegliere l’utilizzo della stanza in cui si sentono maggiormente a proprio agio.

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Lowe si sofferma su un dettaglio di non scarsa importanza: evitare che si formino file nei bagni delle donne potrebbe contribuire alla causa delle pari opportunità. A questo proposito cita un avvenimento relativo alla campagna elettorale di Hillary Clinton nel 2015: durante un dibattito televisivo, la candidata dovette andare in bagno durante la pausa pubblicitaria, trovandolo occupato e dovendo attendere pazientemente in fila. I suoi colleghi maschi no: Bernie Sanders e Martin O’Malley tornarono poco dopo essere stati alla toilette e perfettamente in linea con i tempi televisivi, mentre Hillary tornò in diretta solo successivamente e si scusò con il pubblico.

Non si tratta però soltanto di bagni e di tempi d’attesa: secondo Micaela Cappellini, che ne ha scritto sul Sole 24 Ore, la questione avrebbe a che fare con i principi del femminismo. La coda ai bagni delle donne sarebbe quindi una metafora e più bagni ci permetterebbero di aggiungere una crepa al famoso soffitto di cristallo.

Quella della toilette è una metafora – scrive Cappellini – Del vantaggio che altre volte andrebbe concesso alle donne per permettere loro di raggiungere la parità. Dentro i Cda, per esempio, grazie alle quote rosa. Oppure, chessò, rendendo obbligatorio quello stesso congedo di paternità che per le madri è invece facoltativo. Perché forse solo incentivando gli uomini a stare a casa si può ottenere una divisione più equa della cura dei figli.

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