Correva l’anno 1991 quando “quel bacio” fece il giro di tutte le televisioni e finì su tutti i giornali italiani, scandalizzando l’opinione pubblica, all’epoca ancora poco edotta sul tema dell’HIV. Oggi, che di anni da quell’immagine in bianco e nero ne sono passati ventotto, Rosaria Iardino continua a essere un’attivista convinta, una che porta avanti con coraggio e passione le sue battaglie, e che se ne frega della sua sieropositività, scoperta nel 1983.

Quanto a lui, il professor Fernando Aiuti, è morto nel 2019, mentre era ricoverato al Policlinico Gemelli a Roma, in quello che secondo qualcuno è stato un suicidio, per l’ospedale una accidentale “caduta dalle scale”. Ma che importa. Importa ciò che l’immunologo Fernando Aiuti è stato in vita. Tra le altre cose, anche l’uomo che, nel 1991, baciò sulla bocca Rosaria Iardino, durante un congresso a Cagliari in cui si discuteva sulla possibilità che l’Hiv potesse essere trasmesso anche per via orale: lo fece per dimostrare che non era vero.

Professore all’Università La Sapienza di Roma, Fernando Aiuti, che aveva 83 anni, è stato anche fondatore dell’Anlaids (Associazione Nazionale per la lotta contro l’Aids).

Questo il ricordo che ne ha fatto Rosaria Iardino sulla sua pagina Facebook appena appresa la notizia, nel 2019:

Di HIV non si muore più, per fortuna, ma quando le fu detto che aveva contratto la malattia a Rosaria venne dato appena un anno di vita. Ecco perché oggi lei, la vita, la guarda quasi con sprezzo del pericolo, pur rispettandola moltssimo, perché è una sopravvissuta, una di quelle che può davvero dire: “Ce l’ho fatta”. E che dopo tutti questi anni ancora si fa un mazzo così per provare a educare la gente, per spiegare loro che i sieropositivi non vanno ghettizzati, marchiati a fuoco come fossero portatori di peste, che chi ha contratto il virus può comunque, grazie ai passi avanti fatti dalla scienza e dalla ricerca medica, condurre una vita del tutto normale. Lei, ad esempio, la ragazza che doveva vivere solo dodici mesi, oggi è mamma e moglie.

Chi sono i Frikis, i punk cubani che scelsero d'infettarsi con l'HIV per protesta

Questo, però, non significa che il rischio possa o debba essere sottovalutato.

La malattia scoperta a 17 anni

Fernando Aiuti

Aveva appena 17 anni, Rosaria, quando il medico, controllando i risultati delle analisi che aveva fatto per donare il sangue, le diede la terribile diagnosi: era sieropositiva. Non vuole spiegare come l’abbia contratto perché, dice, non vuole che “che le persone che hanno contratto il virus vengano schedate e incasellate”, però parla di come la sua vita è cambiata, dopo la scoperta della malattia, ed è un’occasione per parlare, in generale, di come venivano trattati, fino a vent’anni fa o poco più, i malati.

Ho una famiglia meravigliosa, e mi ha sempre sostenuto – ha raccontato a Vanity Fair – di discriminazioni ne ho subite poche, oppure non me ne sono accorta, impegnata come ero nella mia battaglia per la sopravvivenza. Però ho assistito alle discriminazioni patite da altri: ci sono state agenzie di pompe funebri che non volevano celebrare i funerali di morti di Aids, coppie omosessuali non riconosciute e persone che venivano trattate come estranee dalla famiglia del partner, bambini nati sieropositivi a cui non era stato permesso di iscriversi in piscina.

Atteggiamenti discriminatori, frutto dell’ignoranza che serpeggiava all’epoca, su un nemico poco conosciuto e che incuteva timore come solo ciò che non si conosce può fare. E proprio per aiutare la gente, colpevole solo di non essere informata a sufficienza, a comprendere davvero la portata di ciò di cui si stava parlando, Rosaria diede “quel bacio”.

Quel bacio

In quella foto rimasta a lungo nell’immaginario collettivo, Rosaria bacia il professor Fernando Aiuti, immunologo e docente di Medicina Interna; siamo, come abbiamo detto, nel 1991, un anno dopo la campagna pubblicitaria promossa dal Governo, quella del famoso alone viola che “marchiava” le persone sieropositive. Insieme all’immunologo la Iardino voleva dimostrare che il virus Hiv non si trasmette con la saliva, credenza estremamente diffusa all’epoca.

Lo avevamo deciso dopo una sera a cena -racconta Rosaria-  Sapevamo di dover fare qualcosa di eclatante che desse una scossa, lanciasse un segnale. Eravamo a Cagliari e decidemmo di baciarci appena fuori dalla sede congressuale: è stata la miglior campagna di comunicazione, e a costo zero.

Nel passato di Rosaria, però, come abbiamo detto, c’è stato anche il medico, lo stesso che le ha confermato la sieropositività, che le aveva dato solo un anno di vita. Previsione che, ovviamente, si è rivelata sbagliata, ma solo perché, fortunatamente, nel frattempo la scienza medica è andata avanti. Rosaria, peraltro, ha detto di averlo rivisto poco tempo fa, in un congresso a Siena, e di aver scherzato con lui a proposito di quella drastica diagnosi, ma, ammette, “All’epoca non poteva dirmi niente di diverso“. Le cose sono cambiate soprattutto nel 1996, quando, a Vancouver, il ricercatore David Ho ha annunciato di avere scoperto la triplice terapia.

Prima di allora –  spiega Rosaria- gli infettivologi non avevano armi per poter contrastare quella che è stata l’’epidemia globale più terribile dopo la lebbra, come numero di morti. Poi i farmaci sono migliorati e sono stati ridotti gli effetti collaterali. Ma io credo che una grande cura sia anche il sostegno psicologico: molte persone, dopo avere contratto il virus, sono andate in depressione e hanno smesso di combattere.

Oggi Rosaria è sposata con Chiara, ed è mamma di Anita, avuta cinque anni fa. La sua campagna di sensibilizzazione, iniziata ormai trent’anni fa con la sua fondazione, The Bridge, non si esaurisce mai, e anzi quest’estate ha trovato nuova linfa, con un vero e proprio tour sulle spiagge italiane.

Oggi Rosaria fa tutto quanto è in suo possesso per educare giovani e meno giovani  ai pericoli, ancora estremamente gravi, di uno scorretto atteggiamento sessuale e di una scarsa attenzione alla prevenzione

Contro l'AIDS salviamo la quaglia e saltiamo gli sfigati che non usano il preservativo

Che rimane, come sempre, la cosa più importante, e se non sono in grado di farlo i figli, possono essere i genitori ad aiutarli, magari, come suggerisce, “infilando loro una scatola di profilattici nello zaino“.

Quando la troveranno, penseranno a mamma e papà con un gran sorriso. Gli atti di amore si fanno anche così, superando le proprie difficoltà.

 

Articolo originale pubblicato il 28 Novembre 2019

La discussione continua nel gruppo privato!
Seguici anche su Google News!