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Riccardo, l'uomo delle star: "Vi racconto gli artisti e il mio mestiere" - INTERVISTA

Ligabue, De Gregori, Piero Pelù, Elisa, Emma: sono solo alcuni degli artisti per i quali Riccardo Vitanza, fondatore di uno degli uffici stampa più importanti nel mondo dello spettacolo, cura la comunicazione. Ma come ci si forma per questo lavoro, quali sono i segreti da sapere, come sono le star dal vivo? Ce lo dice lo stesso Riccardo, in una bella intervista a Roba da Donne.
Vitanza e Luciano Ligabue
Fonte: Riccardo Vitanza

Per Luciano Ligabue è “Rocky”. Francesco De Gregori lo chiama “Turbo”. Chi ne scrive o ne parla, lo definisce “Il re della comunicazione”. All’anagrafe si chiama Riccardo Vitanza ed è il fondatore di Parole & Dintorni, uno dei principali uffici stampa del mondo dello spettacolo.

Come nella migliore tradizione giornalistica, partiamo dai fatti che, nella fattispecie, sono i nomi degli artisti seguiti da Riccardo e dal suo staff, attualmente di 15 persone: Ligabue e De Gregori li abbiamo già citati; tra gli altri ci sono Elisa, Piero Pelù, Emma, Zucchero, Antonello Venditti, Litfiba, Pacifico, Pooh, Ornella Vanoni, Giorgio Panariello, Marco Masini, Mario Biondi e Il Volo. Altri “passati” per le sue abili mani di comunicatore sono Jovanotti, Giorgia, Gianna Nannini e il grande Pino Daniele.

Incontriamo Riccardo che è ancora estate, proprio negli uffici di Parole & Dintorni, dove abbiamo appuntamento con Ylenia Lucisano, artista emergente finita sotto le ali protettrici del Vitanza-produttore che, giusto perché è uno di quelli cui servirebbero giornate da 48 ore, ha aperto anche una sua etichetta discografica, la Bollettino Edizioni Musicali Srl, che ha prodotto, tra gli altri, Pacifico, Giovanni Allevi e Roberto Fabbri. Così, tra l’incontro con Ylenia, un pranzo insieme e la pianificazione dell’intervista a Francesco De Gregori e quella a Chiara Buratti sull’ultimo spettacolo di Giorgio Faletti, ne è uscita una chiacchierata bella e informale, che abbiamo deciso di condividere.
Perché, diciamolo, Riccardo fa uno di quei lavoro curiosi e… anche un po’ invidiati. Passa la vita al fianco di artisti che molti di noi vorrebbero incontrare. È il loro braccio destro e, in alcuni casi, finisce per esserne anche amico. E poi Riccardo questo lavoro lo insegna pure e, quindi, abbiamo pensato di chiedergli cosa deve fare un ragazzo per intraprendere la strada per il difficile mestiere dell’ufficio stampa nel mondo dello spettacolo.

E allora, passiamo  la parola direttamente a Riccardo, ospite generoso e vulcanico, anche nel raccontarsi.

Come sei arrivato a fare questo mestiere?

In realtà da bambino volevo fare il giornalista o il giornalaio.

Vivevo in Eritrea con la mia famiglia, ma ero affascinato dalla raccolta dei giornali italiani: l’Europeo, la Domenica del Corriere, l’Intrepido, il Monello… Li annusavo, mi piaceva il loro profumo.
Poi è scoppiata la guerra e, a 11 anni, sono arrivato in Italia, in fuga da quell’orrore con la mia famiglia. Non avevamo una lira e abbiamo fatto letteralmente la fame. Vivevamo a Frosinone. Anche d’inverno potevamo permetterci massimo due ore di riscaldamento. Mio padre ne è morto.
Per fortuna una zia tedesca, moglie del fratello di mia madre, che viveva a Milano, vedendo che ero uno sveglio e portato per gli studi, mi ha ospitato da lei quando mi sono iscritto a Giurisprudenza. Ho fatto giusto 5 esami, poi ho dovuto lasciare per cercare un lavoro: i soldi non bastavano. E stato allora che ho letto del mestiere di copywriter e ho pensato che sarebbe stato perfetto per me: guadagnarsi da vivere scrivendo! Ho bussato alle porte di tutte le agenzie di comunicazione milanesi, ma erano tutte porte chiuse in faccia. Mi dicevano: “Sei un ragazzino di 19 anni, senza laurea e senza esperienza!”. Poi, per fortuna, ho partecipato a un concorso per questa posizione e l’ho vinto: 500mila lire al mese per fare il lavoro che amavo! Ho iniziato così!

Vitanza ufficio stampa di Francesco De Gregori
Fonte: Riccardo Vitanza

Da lì a fondare una delle principali agenzie di comunicazione in ambito spettacolo, però, il passo è tutt’altro che breve. Cos’è successo?
A Milano con 500 mila lire non ci vivevi, neppure allora. Ma è arrivata la botta di fortuna: sono stato assunto allo Zimba, storico locale di musica etnica. Prendevo un milione al mese per curare un periodico afro-latino e gestire l’ufficio stampa del locale. È così che sono entrato in contatto con il mondo dello spettacolo e con gli artisti.

Mi sono fatto il mio giro di contatti, ho dimostrato di saper fare quel lavoro, nel 1989 ho curato il tour italiano di Ziggy Marley, il figlio di Bob.
Poi nel 1990 ho aperto l’agenzia. In realtà facevo tutto da solo, in un monolocale di 23 metri quadrati che mi faceva da casa e ufficio: fattorino, segretaria, ufficio stampa, tutto! Poi, con il tour del 1994 di Jovanotti, le cose sono cambiate e ho dato vita alla società vera e propria.
 Oggi siamo in 15.

I primi artisti? Jovanotti, Giorgia e Pino Daniele. Di Pino ho un ricordo bellissimo. Un grande uomo, oltreché un grande artista. È stato un onore lavorare con lui.

Visto da fuori, il tuo è un lavoro che è facile idealizzare ma… Quali sono i pro e i contro reali di questo mestiere?
È un lavoro meraviglioso. Ricevi ogni giorno stimoli nuovi. Sono perfettamente consapevole del mio “privilegio” di conoscere gli artisti da vicino, di vedere come nascono i loro lavori, di cosa accade dietro le quinte, di catturarne il lato umano. So che in molti vorrebbero essere al mio posto. Ma è un lavoro che, non di meno di altri, ha delle regole ben precise, in cui non puoi sbagliare.
Per farlo servono grande abnegazione e spirito di sacrificio. Ho praticamente sacrificato tutta la mia vita privata a questo mestiere: devi essere a disposizione degli artisti 24 ore su 24. Non puoi sbagliare un colpo. Un tuo errore può costare la buona riuscita di un progetto. Servono attenzione, concentrazione, precisione estreme.

Poi si sa, gli artisti, spesso, hanno personalità tutt’altro che facili. A parte alcuni, tra i quali posso citare Ligabue e De Gregori, che conoscono molto bene le dinamiche della comunicazione e hanno estremo rispetto per il lavoro altrui, non per tutti è facile comprendere e quindi accettare i meccanismi delle strategie che mettiamo in pista e che sono fondamentali per le loro carriere, ma richiedono grande disciplina. In alcuni casi bisogno convincerli, educarli, dimostrare con i risultati che quello che si fa lo si fa per il loro successo. Continuamente.

Ovviamente non possiamo non chiederti com’è Ligabue in versione Luciano. Come persona, insomma.
Sono molto legato a Luciano. È uno che ha fatto la gavetta dura, sa cosa vuol dire lavorare. È uno che si fa su le maniche e si sporca le mani, senza fare troppo lo snob e, soprattutto, dà valore al lavoro altrui. Avevamo fatto un lavoro pazzesco in occasione di uno degli scorsi eventi a Campovolo e lui mi ha chiamato dicendomi: “Rocky, so che fai un lavoro difficile (non ha usato questa parola, ma… parafrasiamo) – ride Riccardo –, ma ti ringrazio perché lo fai con tanta abnegazione!”. È stata una grande soddisfazione.

Poi, per intenderci, Luciano è quello che quando avevo appena iniziato a collaborare con lui, in occasione dell’uscita di “Nome e cognome”, mi chiamò, giustamente, per rimproverarmi perché avevo “gonfiato” un dato. Il disco era stato in vetta alle classifiche per 9 settimane e io feci un comunicato in cui dicevo 10. 

Bene, Ligabue mi chiamò e mi disse, senza giri di parole: “Riccardo, se il disco è stato in vetta per 9 settimane, noi scriviamo 9, non 10”. Capite quando dico che è uno che non si è montato la testa ed è rimasto con i piedi per terra?

Ma il Liga non è il solo artista di cui Riccardo conosce aneddoti, personalità, gratitudine e, purtroppo, in qualche caso… anche il suo contrario…

Vitanza, Piero Pelù e Litfiba
Fonte: Riccardo Vitanza

E gli altri?
Potrei dire le stesse cose di De Gregori. È un altro che, quando ti chiama, ti chiede “Ti sto disturbando?”. E no, non è per nulla scontato. Tanti artisti hanno l’arroganza di quelli che prendono tutto senza chiedere permesso e dire grazie. I numeri uno li distingui anche da questo: non hanno perso umiltà e umanità.
Poi c’è Piero Pelù, un’altra persona di grande carisma ed educazione, anche se in questo caso forse avrei qualche aneddoto che è meglio censurare.
Pacifico per me è un fratello. Ora vive a Parigi, ma quando torna io sono l’unica persona, insieme ai suoi familiari, che passa di sicuro a trovare, anche se si ferma solo un giorno. Abbiamo un rito: la cena-cine, una serata di cena e cinema aperta solo a noi due.

Qualche delusione?
Purtroppo ci sono anche quelle, ma per fortuna annovero più soddisfazioni che delusioni. Non tutti sono “signori” come quelli di cui abbiamo parlato finora – dice indicando un maxi poster di un artista piuttosto noto, con tanto di dedica di sentito ringraziamento dello stesso a Riccardo -.

Non ci resta che parlare dell’altra tua grande passione. Dal 2001 sei docente di Ufficio Stampa al Master in Comunicazione Musicale presso l’Università Cattolica di Milano. Insieme a quella del comunicatore tu senti molto tua anche la vocazione del formatore. Che insegnante sei? Che percorso deve fare un ragazzo che vuole fare il tuo lavoro? 

Sì, credo molto nella formazione. I miei ragazzi li formo con grandissima costanza, dedizione e anche severità. Non lascio cadere nulla. Esigo il massimo. Alcuni non reggono, mollano prima. Sono quelli che, in ogni caso, è meglio che questo lavoro non lo facciano: servono grande volontà e sacrifici. È un lavoro totalizzante: meglio che capiscano subito che quella non è la loro strada. Al contrario, colore che restano, resistono, imparano e capiscono che la mia severità è preziosa e permette loro di apprendere un lavoro complesso e tutti i suoi segreti, poi allora conoscono anche il Riccardo più generoso. Quello che non ha problemi a gratificarli, economicamente e professionalmente, e offre loro un percorso di crescita costante e appagante. 

Questo non è un lavoro per tutti. Il Master indubbiamente può essere un buon percorso per intraprendere questa strada. I miei ragazzi tendenzialmente arrivano da lì. Ma prima di tutto ciò che conta è lo spirito di abnegazione: servono tanta tanta tanta gavetta e tanta umiltà. Doti umane, oltreché professionali.