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"Scendi il cane" e "Siedi il bambino": facciamo chiarezza su cosa dice la Crusca

Un polverone è scoppiato dopo che l'Accademia della Crusca ha spiegato che l'uso transitivo di alcuni verbi intransitivi può essere ammesso in alcuni casi limite. Ma le cose non stanno come le abbiamo capite inizialmente.
Accademia della Crusca

Non c’è nessuna riscossa dei dialetti meridionali in atto, a scapito della lingua italiana: l’Accademia della Crusca non sta tramutando dei verbi intransitivi in verbi transitivi. Sta facendo scalpore – in particolare in Rete, dove molti si sono improvvisati linguisti dell’ultima ora – un intervento del linguista Vittorio Coletti sul sito dell’Accademia della Crusca nella sezione delle risposte alle domande degli utenti. L’intervento è volto a chiarire se sia possibile una costruzione transitiva del verbo «sedere» e di altri verbi di movimento, tipici di alcuni dialetti meridionali appunto. Per molte testate italiane e i loro lettori, la questione è stata amplificata, finché in molti non hanno capito che l’organo che sovrintende i cambiamenti della lingua italiana abbia ammesso espressioni come «scendere il cane». Ma cosa si legge esattamente sulla Crusca? Vi proponiamo uno stralcio che ci sembra significativo.

È lecita allora la costruzione transitiva di sedere? – scrive Coletti – Si può rispondere di sì, ormai è stata accolta nell’uso, anche se non ha paralleli in costrutti consolidati con l’oggetto interno come li hanno salire o scendere (le scale, un pendio). Non vedo il motivo per proibirla e neppure, a dire il vero, per sconsigliarla. Ma certo è problematico definirla transitiva perché la prova di volgere il verbo al passivo (accertata invece ormai per salire, specie nel linguaggio alpinistico col valore di scalare: la cima è stata salita da…) non sembra per ora reggere (la mamma ha seduto il bambino sul seggiolino ma *il bambino è stato seduto sul seggiolino dalla mamma) come del resto non regge per altri verbi in costruzione transitiva non passivabile (per es. si può dire ho dormito un lungo sonno ma non *un lungo sonno è stato dormito da me). Diciamo insomma che sedere, come altri verbi di moto, ammette in usi regionali e popolari sempre più estesi anche l’oggetto diretto e che in questa costruzione ha una sua efficacia e sinteticità espressiva che può indurre a sorvolare sui suoi limiti grammaticali.

Coletti, nell’attacco del suo intervento, ha peraltro rilevato come le situazioni in cui «sedere» o altri verbi di movimento vengono usati su base regionale in maniera transitiva siano tutte di ambito domestico e caratterizzate dalla necessità di un linguaggio rapido per affrontare una determinata circostanza, come far sedere un bambino sul seggiolone o altrove, mentre magari fa i capricci e piange. C’è però dell’altro per cui l’intervento di Coletti è stato frainteso ed è nel fatto che da un lato qualcuno ci ha voluto fare clickbait, dall’altro forse non sono troppo diffuse delle nozioni base di storia della lingua italiana. Per cui dobbiamo fare un piccolo passo indietro.

L’italiano non è una lingua standard, non ha una codificazione chiara e storicamente univoca. Chi parla di italiano standard parla fondamentalmente di un’astrazione. L’italiano reale è un italiano regionale, anzi tanti italiani regionali, che si distinguono per alcuni tratti come l’accento e l’intonazione nel parlato. A questo bisogna aggiungere che nel tempo questa lingua non codificata – ma retta comunque da norme grammaticali ben precise – si è arricchita di una serie di fenomeni derivanti dall’uso. Esistono quindi due grammatiche: una normativa, che è quella delle situazioni formali e dei canali scritti della lingua, e una dell’uso che è ammessa nel parlato e nelle situazioni informali.

In passato, il linguista Francesco Sabatini ha ad esempio parlato di «italiano dell’uso medio», cioè di diverse tipologie di fenomeni che si sono fatti ampiamente strada nel parlato e in situazioni informali. Tra questi ci sono l’avanzamento dell’indicativo al posto del congiuntivo, le ridondanze (come «a me mi» e «di questo ne»), l’utilizzo del pronome personale complemento maschile al posto di quello femminile e molto altro. Il fatto che questi fenomeni esistano non significa però che sia permesso ricorrervi, almeno in situazioni che richiedano un registro stilistico grammaticalmente corretto, come un colloquio di lavoro o a scuola. Tra amici o in famiglia non c’è nessuno pronto a fucilarvi se sbagliate un congiuntivo.

E soprattutto non lo è l’Accademia della Crusca, per cui intervento di Coletti può essere derubricato alle situazioni che lo stesso linguista descrive, cioè di estrema fretta o forse addirittura di panico. Coletti non dice che potete utilizzare i verbi intransitivi in modo transitivo di fronte al vostro datore di lavoro. Dice semplicemente che, se una frase del genere dovesse scapparvi nella concitazione del momento, non dovete flagellarvi inutilmente. Ormai però il caos in Rete è scoppiato – non a causa delle parole di Coletti, ma di come sono state distorte e malcomprese – e questo ha richiesto l’intervento del presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, che è stato a questo proposito intervistato dall’Agi:

Il problema – ha spiegato Marazzini – è che ogni vota che si trasferisce un discorso scientifico sottile su un piano mediatico si producono risultati perversi. Coletti ha guardato con simpatia a una spinta innovativa che trasferisce un modo di dire popolare, accettandola nell’eccezione della quotidianità e delle situazioni familiari. Naturalmente se viene trasportato nella grammatica della scuola nascono dei problemi perché l’insegnante sarà comunque chiamato a correggere quelle forme nell’italiano scritto e formale.

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