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Sequestrata e violentata per 24 ore, arrestati due tunisini

A dare l'allarme è stata la stessa vittima che è riuscita ad inviare tramite WhatsApp un messaggio ad un'amica: "Mi hanno rapito, aiutatemi". Poi l'intervento della Polizia.

Ha 30 anni la donna che è stata picchiata e violentata per 24 ore da due tunisini dopo essere stata rapita e segregata all’interno di uno scantinato ad Asti. Momenti di paura per la giovane che per un giorno è stata legata alla grandina con il cavo di un telefono: è stata liberata solo grazie all’intervento degli agenti della Polizia che hanno fatto irruzione in quell’appartamento e hanno messo fine al suo incubo. A dare l’allarme è stata la stessa vittima che, in un momento di distrazione dei due tunisini-aguzzini, è riuscita ad usare il suo cellulare e ad inviare tramite WhatsApp un messaggio ad un’amica che ha immediatamente avvertito le forze dell’ordine: “Mi hanno rapito, aiutatemi” ha scritto.

Come scrive l’agenzia di stampa Ansa, l’accusa nei confronti dei due tunisini – adesso arrestati – è di sequestro di persona, violenza sessuale e lesioni. Si tratta di uomini con precedenti per spaccio di droga che la vittima, una ragazza di 30 anni, probabilmente aveva frequentato nel suo passato da tossicodipendente. È stato indagato – in concorso – anche un terzo tunisino.

Un escalation di violenze nei confronti delle donne che non intende arrestarsi. Basti pensare alla notizia di alcune settimane fa secondo cui una donna rumena di 29 anni – assieme ai suoi figli di 9 e 3 anni – sarebbe stata schiavizzata e segregata per dieci anni in un vecchio casolare a Gizzeria, in provincia di Catanzaro, da parte di un uomo di 52 anni. Lo stesso che l’avrebbe violentata, costringendola a vivere su letti di cartone e in condizioni igieniche pessime, soprattutto in presenza di minori. La donna non si sarebbe nemmeno recata in ospedale per partorire: le ferite erano state suturate con il filo da pesca. Ad accorgersi che qualcosa non andava erano stati i Carabinieri che avevano fermato l’uomo e il figlio per un controllo di routine: poi l’incredibile scoperta.