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Spose bambine: nelle baraccopoli di Roma una ragazza su due è moglie entro i 17 anni

Nelle baraccopoli romane il 72% di bambine viene indirizzata verso un matrimoni precoce. No, quella delle spose bambine non è una piaga sociale lontana da noi, ma avviene proprio sotto i nostri occhi.

Affrontando il tema delle spose bambine abbiamo capito che questa terribile realtà che racconta di maschilismo, sessismo, ignoranza e violenza nei confronti delle più giovani non appartiene solo a parti del mondo che si trovano a migliaia di chilometri di distanza dal nostro sguardo, ma spesso si consuma proprio sotto i nostri occhi.

Ci siamo occupati delle bambine che spariscono dalle scuole nel palermitano, il più delle volte per andare incontro al loro destino di spose minorenni, ma la questione, purtroppo, è ben più ampia, anche nel nostro paese.

Come nelle baraccopoli della periferia romana, dove il tasso di matrimoni contratti tra persone che spesso non arrivano neppure all’adolescenza è addirittura del 77%. Un punto percentuale sopra la media, per fare un esempio, di un paese come il Niger, che detiene il record mondiale di unioni precoci, con ben il 76%.

È un quadro davvero allarmante quello che emerge dal report dell’Associazione 21 luglio, dal titolo Non ho l’ètà. I matrimoni precoci nelle baraccopoli della città di Roma, presentato il 24 novembre 2017.

Se nel contesto degli stati appartenenti al Consiglio d’Europa, evidenzia il documento, il tasso di matrimoni precoci più alto è della Georgia, con il 17%, seguita dalla Turchia, con il 14%, negli insediamenti dell’estrema periferia romana, dove vivono circa 3000 persone, solo tra il 2014 e il 2016  si sono sposate 142 persone “presso otto differenti realtà abitative”, di cui la metà erano ancora minorenni. Il 72% di questi, al momento delle nozze, aveva un’età compresa tra i 16 e i 17 anni, mentre il 28% addirittura tra i 12 e i 15 anni.

Il sesso è ovviamente un elemento importante in queste statistiche, perché mentre solo il 22% dei ragazzi si sposa in età adolescenziale, la percentuale delle donne sale al 72%, in particolare una ragazza su due si sposa tra i 16 e 17 anni, mentre una su cinque tra i 13 e 15.

L’unica vera differenza rilevante riscontrata tra le ragazze delle baracche romane e quelle, ad esempio, dei paesi asiatici o dell’Africa sub-sahariana riguarda la differenza d’età tra gli sposi, che nella periferia romana ha una media di soli tre anni, mentre in questi stati può raggiungere margini decisamente più ampi. Ma restano comunque numeri davvero scioccanti.

La Capitale è ormai avviata verso un inarrestabile processo di ‘indianizzazione’ che si coglie nel suo centro, abitato da clochard e mendicanti, ma soprattutto nelle sue periferie, dove intere comunità, vittima della dimenticanza istituzionale, restano intrappolate nella povertà e condannate alla marginalizzazione.

Ha scritto Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, su Il Fatto Quotidiano. E, in effetti, è importante ricordare che i fattori alla base della scelta di indirizzare una figlia (o un figlio) verso le nozze precoci attengano a elementi culturali e sociali propri della comunità, ma non in via esclusiva. È certamente di estrema importanza, ad esempio, l’elemento della verginità, che costituisce ancora un valore sociale primario, e seguendo questo pensiero è naturale che le persone intervistate, per lo più di etnia rom, sostengano che il matrimonio rappresenti “il contesto legittimo in cui le donne dovrebbero vivere la prima esperienza sessuale”, e che l’integrità sessuale sia una dote da preservare per quando si diventa mogli (o mariti). Ma non è tutto.

A spingere i giovani – o le loro famiglie – al matrimonio precoce sono anche fattori esterni al background culturale della loro comunità, come il fallimento scolastico, la mancanza di un’occupazione e, in generale, l’assenza di stimoli.

Molti fanno dei matrimoni ingiusti – ha raccontato a Il Fatto Quotidiano Anita, un’adolescente nata nella baraccopoli – Non stanno bene nella famiglia e non vedono l’ora di cambiare la propria vita e la cambiano verso il matrimonio. Non è una cosa giusta.

Una situazione che, spiega Stasolla, può essere contrastata solo intervenendo con un preciso piano  di lotta alla povertà a 360°, e con operazioni mirate sulla casa, sulla scuola e sul lavoro.

Fino a quel momento, questa terribile realtà che coinvolge ogni anno milioni di bambine in tutto il mondo non solo non è lontana da noi, geograficamente: è addirittura davanti ai nostri occhi.