Era “una brava persona” e li ha ammazzati: imparare a parlare di femminicidio

"Era un brav'uomo", "Un gran lavoratore". Ancora una volta, non c'è traccia della parola "femminicidio", nella strage di Carignano. Solo un grande, enorme errore: quello di costruire un doppio standard, donna ingrata vs uomo abbandonato portato alla follia.

L’ennesima tragedia si è appena consumata e la sola consapevolezza che emerge sembra essere che la stampa italiana provi una certa avversione a imparare dagli sbagli del passato.

Perché nella cronaca dei giorni successivi alla strage di Carignano, con un’intera famiglia sterminata dalla follia omicida di un uomo – il padre, il marito -, c’è un problema di linguaggio e di approccio generale alla vicenda che rende evidente quanto molti non riescano proprio a centrare il focus, come purtroppo avviene spesso nei casi di femminicidio.

Si parla, come già accaduto altre volte (troppe) di “brava persona” che si trasforma improvvisamente in mostro, di “gran lavoratore” dedito alla famiglia che viene ferito da una moglie evidentemente egoista, che vuole lasciarlo ingiustamente, in un modo che, incredibilmente, finisce con il giustificare sempre e comunque il carnefice, o comunque con il suscitare una sorta di pietas per cui condannarlo come solo e unico responsabile del crimine diventa persino difficile.

Lo hanno già fatto nel recente passato, nel caso di Elisa Pomarelli, ad esempio, uccisa da Massimo Sebastiani, definito dalla stampa “il gigante buono” a cui il rifiuto come pretendente ha fatto scattare il clic che si trasforma in follia; lo stanno facendo adesso con Alberto Accastello, che all’alba di lunedì nella sua casa alle porte di Torino ha sparato alla moglie, Barbara Gargano, ai due figli gemelli, Alessandro e Aurora (il bambino è morto, mentre la bimba lotta tra la vita e la morte al Regina Margherita, ma le sue condizioni sono disperate) e al cane di famiglia. Poi si è sparato, uccidendosi.

Un raptus, il momento di follia di un uomo perbene, così lo stanno definendo i giornali e i commenti che, sui social, si prodigano per dire la loro sulla vicenda. Tutto imputabile alla decisione di Barbara di lasciarlo, di porre fine al matrimonio per costruirsi una nuova vita altrove, ed ecco che, di colpo, comincia di nuovo il valzer delle corresponsabilità: perché, nella testa di molti, ovviamente, non c’è ragione di porre fine a un matrimonio con un uomo che è un gran lavoratore, che si sacrifica per la famiglia, e se lo si fa, poi è logico che ci si possa aspettare delle conseguenze. Tipo scatenare il mostro che alberga nella “brava persona”.

Femminicidio: i numeri degli uomini che uccidono le donne

Questo, articoli ed editoriali alla mano, è il quadro che tristemente si dipinge sotto i nostri occhi, quello in cui si cerca di creare fazioni ed espedienti perché non si vogliono chiamare le cose, semplicemente, con il loro nome. Femminicidio, perché questa è stata la morte di Barbara, uccisa in quanto donna, in quanto moglie, e quindi “proprietà” dell’uomo che ha sposato.

Giornali che sono baluardi dell’informazione italiana, come Repubblica, hanno titolato

‘Me ne vado, amo un altro’. Il marito la uccide nel sonno e spara ai due gemellini

Il Corriere della Sera ha giocato la carta dell’intervista alla vicina, che di Accastello dice

Era un gran lavoratore, viveva per la famiglia.

Una persona tranquilla, sempre attento e gentile.

Mentre Barbara era la donna che “voleva separarsi”. Come ha giustamente osservato la Digital Media Strategist Isabella Borrelli in questo suo post, assistiamo alla costruzione dell’ennesimo doppio standard:

‘Alberto’, Alberto l’umano, Alberto il tranquillo, Alberto l’infaticabile lavoratore del villino, Alberto umanissimo senza cognome in fondo è pure lui una vittima. Mentre Barbara viene descritta, sempre dagli stessi vicini, come euforica. In una parola diversa, isterica.
La parola femminicidio non appare manco per sbaglio. E la parola femminicidio è importante perché la morte di Barbara Gargano non è un caso isolato: è purtroppo parte di un fenomeno diffuso, quello di ammazzare mogli, compagne, fidanzate o donne che si crede di possedere come oggetti.

Ecco fatto il quadro della dicotomia per eccellenza, donna ingrata che vuole rifarsi una vita vs uomo premuroso che non accetta la separazione. Al punto che, mentre di Alberto si parla in questi termini

Evidentemente la prospettiva della separazione lo ha sconvolto. Aveva chiesto a Barbara un’altra possibilità.

Su Barbara ci si premura di realizzare un intero articolo, nella sezione torinese di Repubblica, per parlare del nuovo compagno (ovviamente citato in moltissimi altri articoli), indagando e portando così a galla particolari della sua vita privata e accreditando, di fatto, la tesi del movente cosiddetto “passionale”, dell’amore distrutto e di tutti quegli archetipi giornalisti che trascurano l’evidenza fondamentale: se si uccide una persona non c’è amore.

Ha ragione, Carla Baroncelli, giornalista Rai autrice di Ombre sul processo, quando afferma che nella sottocultura del femminicidio la cronaca nera è un ottimo strumento per orientare l’opinione pubblica, forte anche di retaggi patriarcali che, in fondo, sono ancora fin troppo ben radicati, e che a ben vedere sono proprio la struttura su cui poggiano le folli idee del “delitto passionale” e del “troppo amore”.

Retaggi che, unitamente al modo scellerato di stravolgere le notizie rifiutandosi di chiamare femminicidio ciò che di fatto lo è, normalizzano commenti come questo, sotto la pagina Facebook di Repubblica:

Fonte: Facebook @La Repubblica

Barbara diventa “questa”, in una spaventosa spersonalizzazione che non rende giustizia neppure al suo status di vittima, le donne in generale quelle che “pretendono troppo”. Con la postilla finale, che sa tanto di gentile concessione, “Certamente deve scontare la pena che si merita, senza giustificazioni”. Ovviamente salvo quelle che questo commento, e i molti articoli che si sono spesi per descriverlo come l’uomo buono improvvisamente abbandonato, gli hanno già fornito.

E così  la versione 2.0 del delitto d’onore è servito, con buona pace di chi, nel 1981, è riuscito ad abolirlo pensando di poter finalmente procedere verso il progresso, civile e culturale.

Tutti noi, ma la stampa in particolare, che ha la responsabilità, oltre che il potere, di influenzare l’opinione popolare, dobbiamo compiere lo sforzo, quel passo in più per liberare episodi come quello di Carignano da ogni edulcorazione, da narrazioni romanzate e da retorici “abbellimenti”, per descriverle solo per quanto sono: femminicidi, dove non esistono “uomini buoni” che si tramutano in orchi e donne colpevoli, ma solo assassini che pensano di avere la proprietà di una donna, e vittime che pagano il prezzo di questa mentalità. E di un linguaggio che si ostina a chiamarle in altri modi.

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