Perché stanno crescendo i suicidi di bambini e adolescenti

Stiamo purtroppo assistendo a un crescente fenomeno di suicidi ad opera di bambini e adolescenti, una situazione aggravata dall'attuale periodo di pandemia che sta lasciando soli i più giovani, le cui voci restano ancora troppo inascoltate.

Non sono purtroppo nuove le storie di dolore e disagio che hanno per protagonisti bambini e adolescenti, tra le vittime silenziose di questo periodo storico che, a causa della pandemia da Covid-19, ci sta costringendo a vivere una nuova dimensione, negando la socialità e una normale vita fatta di incontro e condivisione.

Sono proprio i più piccoli e i più fragili ad accusare il colpo maggiore, anche se al tempo stesso paiono essere anche le categorie di cui meno ci si è preoccupati in questo periodo. E, purtroppo, le conseguenze non tardano ad arrivare. Il tema del disagio giovanile – e dovremmo forse aggiungere anche il termine “infantile”, considerato che l’età si abbassa sempre di più – è una questione urgente che non può non essere materia di indagine.

Secondo i dati che ci fornisce ISTAT, il suicidio è la seconda causa di morte tra gli adolescenti e i giovani. Nel nostro Paese i suicidi rappresentano il 12% delle morti delle persone di età compresa tra i 15 e i 29 anni. E, andando ancora più nello specifico, su 4.000 suicidi l’anno registrati in Italia, oltre il 5% è compiuto da ragazzi al di sotto dei 24 anni. Il rapporto di suicidi portati a termine tra sesso maschile e femminile è di 4:1, anche se i tentativi di suicidi dei soggetti di sesso femminile sono 2-3 volte più frequenti. Questi dati tragici si sono poi aggravati ulteriormente durante la pandemia, dove tra i giovani si registra un tentativo di suicidio al giorno.

Recentissima è la tragica vicenda che ha visto protagonista una bimba di 10 anni di Palermo, morta soffocata dopo essersi stretta una cintura al collo, una storia, le cui dinamiche sono ancora da chiarire, che ci ha prepotentemente messo di fronte a una durissima realtà: l’urlo di dolore e disagio che bambini e adolescenti ci stanno lanciando e che noi non siamo in grado di cogliere.

Morire a 10 anni con una cintura al collo: la noia e il dolore di bambini e adolescenti

Gli esperti ci dicono infatti che i disagi dei giovani possono esprimersi anche attraverso comportamenti estremi o aggressivi, tra cui l’abuso di sostanze o episodi di violenza tra pari, fino ad arrivare a gesti come tentativi e o atti di suicidio. Nella maggior parte dei casi, infatti, questi risultano una tragica richiesta di aiuto.

La solitudine, l’isolamento e la mancanza di socialità e comunicazione che mai come in questo momento hanno toccato le vite dei nostri figli rischiano di far saltare equilibri già precari, aggravare situazioni a rischio e suscitare un senso di noia, insofferenza e apatia tra i più piccoli, che può trasformarsi in gesti dannosi e autolesionisti.

Le spie dei disagi psichici negli adolescenti

I tentativi di suicidi sono in genere preceduti da alcuni segnali di allarme, che, se riconosciuti tempestivamente, possono mettere in allerta genitori ed educatori e contribuire a evitare che i giovani arrivino a compiere gesti estremi. Ecco alcuni fattori di rischio a cui è bene prestare massima attenzione:

  • la presenza di un disturbo dell’umore, più frequentemente la depressione o il disturbo bipolare;
  • l’uso di sostanze stupefacenti e alcol;
  • le condotte autolesive, come ad esempio la tendenza a procurarsi tagli e ferite sul corpo;
  • il suicidio di un familiare o precedenti tentativi di suicidio;
  • avversità familiari o traumi: i giovani che hanno subìto violenza fisica, sessuale o emotiva, maltrattamenti, violenza familiare, divorzio conflittuale dei genitori, l’assistenza istituzionale o sociale, hanno infatti un rischio più elevato di suicidio rispetto ad altri.
  • discriminazioni razziali e sessuali: i ragazzi e le ragazze che subiscono atti di bullismo, cyberbullismo o gesti di discriminazione collegati alla loro origine etnica o all’orientamento sessuale – gay, lesbiche, transessuali – sono esposti a continue esperienze stressanti come la perdita della libertà di espressione, il rifiuto, la vergogna sociale, la stigmatizzazione e la violenza, che possono portare a perdere fiducia e speranza e a gesti suicidari.
  • linguaggio carico di dolore, rassegnazione e senso di fallimento, come le frasi “vorrei non essere mai nato”, “vorrei andare a dormire e non svegliarmi più”. Di fronte ad affermazioni così dure, è bene indagare e mostrare comprensione e vicinanza, per poter prontamente intervenire con un tempestivo programma di sostegno.
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Le armi che hanno a disposizione genitori ed educatori

Oltre all’attenta osservazione dei comportamenti e dei percorsi intrapresi dai propri figli, un aspetto fondamentale è comunicare con loro e ascoltarne gesti, parole e silenzi. Cercare di creare occasioni per condividere spazi e tempi con loro è un’altra preziosa abitudine che contribuirà a migliorare il rapporto, eliminare le distanze che il gap generazionale può inevitabilmente creare e genererà complicità e fiducia.

Le barriere tra genitori e figli sono oggi ancora più solide anche per via dell’era digitale in cui viviamo che spesso amplifica all’ennesima potenza la distanza con le generazioni più giovani. La realtà virtuale in cui i giovani di oggi sono inevitabilmente immersi è però un aspetto che è necessario monitorare con estrema attenzione. Del resto, mai come in questa epoca storica, il mondo virtuale si sta purtroppo sostituendo sempre più a quello reale. Ecco perché i luoghi di incontro come la scuola e il mondo dello sport, di cui oggi sentiamo ancora fortemente la mancanza, sono più che semplici luoghi di apprendimento: sono veri e propri pezzi di vita che consentono ai più giovani di sviluppare sentimenti e comportamenti fondamentali per la formazione della loro personalità e per l’apprendimento del vivere sociale.

Rivolgersi a famigliari, conoscenti di fiducia e ad altri genitori nel caso di dubbi e sospetti è poi un altro gesto da compiere: cercare informazioni, indagare e avere un quadro chiaro è fondamentale per non lasciarsi sfuggire dettagli essenziali che potrebbe portare a situazioni gravi. Chiedere aiuto è in questi casi il primo passo da compiere. Il primo esperto a cui possiamo rivolgerci è il proprio pediatra o medico di famiglia, che, valutata la situazione e verificata la necessità, potranno poi suggerirci il nome di un professionista della salute mentale e orientarci verso un percorso di cure adeguate: dalla psicoterapia, come la terapia cognitivo-comportamentale, al trattamento farmacologico appropriato.

Allo stesso modo, è bene insegnare ai più giovani di non tenere per sé ipotetici sfoghi di coetanei, perché queste grida di aiuto possano essere ascoltate e trasformarsi in forme di aiuto concrete. Spesso, infatti, sono propri i compagni di scuola e i coetanei ad accorgersi dei disagi dei loro amici.

Molto poi possono fare gli educatori. In particolare, perché possano effettivamente essere intercettati potenziali situazioni a rischio, è bene che vi siano figure professionali con una adeguata e specifica formazione, come ad esempio il personale ATA – personale amministrativo, tecnico e ausiliario degli istituti e scuole di istruzione primaria e secondaria.

Le norme richieste dall’OMS per contrastare il fenomeno

In un recente rapporto dal titolo, Oms, Preventing suicide. A global Imperative, l’Organizzazione mondiale della sanità ha stilato un piano preciso di interventi per poter contribuire a contrastare in maniera efficace il fenomeno dilagante dei suicidi tra i giovani. Queste le norme principali che propone:

  • fornire informazioni in maniera responsabile, da parte dei media, evitando di presentare i casi di suicidio, soprattutto di persone famose, con troppa enfasi o con l’uso di un linguaggio sensazionalistico, e avendo cura di non descrivere in modo esplicito e dettagliato le modalità suicidarie né di mostrare fotografie o video;
  • garantire un inasprimento delle norme in materia di disponibilità di armi da fuoco nelle case private e delle procedure di ottenimento delle licenze;
  • favorire interventi strutturali per limitare l’accesso a luoghi come ponti, ferrovie, balconi in luoghi pubblici e palazzi alti;
  • limitare la disponibilità di farmaci che vengono comunemente utilizzati da chi compie il suicidio, informare i pazienti e famigliari sui rischi del trattamento con i farmaci e sottolineare l’importanza di aderire ai dosaggi suggeriti dal personale sanitario;
  • contribuire a diffondere una nuova sensibilità culturale che combatta lo stigma che circonda il disagio mentale e il dolore emotivo, con campagne di sensibilizzazione che favoriscano una maggiore conoscenza di queste tematiche e che agevolino l’accesso ai servizi di supporto da parte di chi vive momenti di grave sofferenza.
  • formare gli operatori della sanità che appartengono a figure non-specialistiche sulla valutazione e comprensione e gestione del comportamento a rischio suicidario;
  • prevedere incontri di follow up per le persone che hanno tentato il suicidio e fornire supporto a livello di comunità.

La situazione attuale aggravata dalla pandemia da Covid-19

Come accennato in apertura, la situazione pandemica che stiamo vivendo ha aggravato ulteriormente una situazione già complessa e a rischio, soprattutto tra gli adolescenti, a tutti gli effetti i veri dimenticati di questo periodo.

Essendo drasticamente ridotto il ruolo di sport e scuola, in questo periodo vengono meno dei preziosissimi ammortizzatori dei fattori di rischio, e a soffrirne sono soprattutto i soggetti più fragili o provenienti da famiglie o situazioni disfunzionali e problematiche. Il confronto, la socialità e le relazioni sono, in questi casi soprattutto, essenziali e imprescindibili.

Le conseguenze di questa situazione così complessa non si sono purtroppo fatte attendere: come dichiara a Repubblica, Stefano Vicari, primario dell’unità operativa complessa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, in questi mesi si è registrato un aumento di episodi di autolesionismo o in alcuni casi di tentativi di suicidio tra bimbi ed adolescenti. Un fenomeno che il medico imputa anche in parte alla nuova realtà che ci ha imposto il Covid-19:

È anche a causa del Covid-19 e di questo periodo (con o senza lockdown) se sono aumentati atti autolesionistici e suicidari che hanno segnato una crescita di disturbi mentali sia nei ragazzi che nei bambini: irritabilità, ansia, sonno disturbato. A ottobre ad oggi, quindi dopo la prima ondata Covid, abbiamo registrato un aumento dei ricoveri del 30% circa. Fino ad ottobre avevamo il 70% dei posti letto occupati (8 in tutto), oggi il 100%. Nel 2011 abbiamo avuto 12 ricoveri per attività autolesionistica, a scopo suicidario e non, mentre nel 2020 oltre 300, quindi quasi uno al giorno.

Vicari parla anche della necessità di una rete assistenziale di cui si facciano portavoce prima di tutto i servizi territoriali e della comunità, del ruolo essenziale e insostituibile che svolge la comunità – scuola e dell’urgenza di un modello economico virtuoso che consenta alle famiglie di trascorrere più tempo con i propri figli.

Bisogna investire in salute mentale, non solo per quanto riguarda i posti letto, ma anche nei servizi territoriali, organizzare una rete reale di assistenza, uno sportello psicologico all’interno delle scuole, per intercettare precocemente un livello di sofferenza. La scuola deve rimanere aperta, per dare ai ragazzi la possibilità di relazioni in carne ed ossa con coetanei e docenti. Bisogna inoltre tutelare la famiglia, con un modello economico che lo consenta e che permetta ad entrambi i genitori di passare maggiore tempo in presenza con i propri figli.

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