La storia di Wendy Duff che sceglie di morire in Svizzera dopo aver perso il figlio

Farà sicuramente discutere la decisione della 56enne britannica di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera; sta bene, ma non riesce ad andare avanti dopo aver perso il figlio quattro anni fa.

C’è un caso inevitabilmente destinato a riaccendere il dibattito, già estremamente divisivo, sul fine vita e sugli eventuali limiti da mantenere per concedere il diritto al suicidio assistito.

È quello della 56enne britannica Wendy Duff, ex operatrice sociosanitaria delle West Midlands, che ha pagato 10 mila sterline e ottenuto l’approvazione dalla clinica svizzera Pegasos per porre fine alla sua vita; la donna sta bene, è in salute, ma ha affermato di non trovare più alcuna ragione per vivere da quando, quattro anni fa, suo figlio è rimasto ucciso per un tragico incidente domestico.

Così Duff ha affidato al Daily Mail quelle che risuonano come le sue ultime volontà: “Voglio morire, ed è quello che farò. La mia vita, la mia scelta”.

“Vorrei che questo fosse possibile anche nel Regno Unito, così non dovrei andare in Svizzera”, ha poi aggiunto; la sua storia è arrivata al grande pubblico proprio in concomitanza con la presunta decadenza del disegno di legge sull’eutanasia in Gran Bretagna, in discussione al Parlamento dall’ottobre del 2024; è infatti quasi certo che il disegno di legge sui malati terminali adulti non sarà votato al termine del dibattito alla Camera dei Lord che si dovrebbe svolgere nel pomeriggio di oggi, 24 aprile, pur essendo già passato alla Camera dei Comuni.

Negli stessi istanti in cui la proposta di legge decadrà Wendy Duff dovrebbe sottoporsi alle pratiche che, a molti chilometri di distanza, porranno fine alla sua vita.

Suo figlio, Marcus Dolman, è morto a soli 23 anni dopo essere rimasto soffocato mentre stava mangiando un pomodoro. “Potrei gettarmi da un cavalcavia o da un palazzo, ma questo lascerebbe chiunque mi trovasse a fare i conti con quella scena per il resto della vita”, ha aggiunto la 56enne, che già tempo fa ha tentato di togliersi la vita rischiando di restare invalida. Della sua decisione sono stati informati i familiari, quattro sorelle e due fratelli, mentre la stampa inglese ha raccolto le testimonianze dei parenti di chi, nella clinica svizzera scelta dalla donna, ha preso la stessa decisione.

La Pegasos Swiss Association, fondata nel 2019 a Basilea, si presenta, leggendo dal sito ufficiale, come “un’organizzazione senza scopo di lucro” e aggiunge che “ritiene che sia un diritto umano di ogni adulto razionale e sano di mente, indipendentemente dal proprio stato di salute, scegliere le modalità e i tempi della propria morte”.

Non c ‘è bisogno di essere malati terminali, per accedere ai suoi servizi, quindi, ma è sufficiente avere più di 18 anni, essere giudicati “mentalmente lucidi” e pagare. Sempre secondo la stampa britannica gli abitanti di Roderis, borgo in cui sorge la clinica, hanno depositato una petizione con centinaia di firme per chiederne il trasferimento, con un numero di suicidi che oscillerebbe tra i 200 e i 300 all’anno.

Del resto, è la stessa legge svizzera sul fine vita ad avere una zona grigia che può prestarsi a interpretazioni diverse; l’articolo 115 del Codice penale svizzero autorizza infatti l’assistenza al suicidio, ma solo “se non motivata da interessi egoistici”, una definizione che, tuttavia, in taluni casi può basarsi solo sul calcolo delle spese. “Sono casi che noi non accetteremmo mai – ha detto a Rts Jean-Jacques Bise, presidente di Exit Svizzera romanda, fra le più grandi organizzazioni di aiuto al suicidio, come riportato da La Stampa – Da noi, la richiesta deve essere motivata, ripetuta e validata da un medico”.

 

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