In un articolo sul giornale Avvenire, Lella Golfo, ex deputata del Pdl, nonché fondatrice e presidente della fondazione Marisa Bellisario, che si occupa di pari opportunità (sì, proprio di pari opportunità), lancia una “laica” provocazione sulla legge 194/78. Ne sentivamo veramente il bisogno.

La proposta sarebbe quella di sospendere il diritto di aborto nel nostro Paese per cinque anni, giusto il tempo di risolvere, o quantomeno tamponare, il problema della denatalità in Italia.

Le domande che affliggono Lella Golfo riguardano il contributo alle pensioni, alla produttività e addirittura alla necessità di costruire un’economia green e sostenibile. Per tutto questo, e per tanto altro ancora, la soluzione perfetta potrebbe essere, quindi, proprio quella di impedire alle donne di abortire, sostenendole economicamente, al fine di risolvere quella “sfiducia e pessimismo” che sembrano la causa unica delle nostre interruzioni volontarie di gravidanza.

Aborto: lo stigma che ci spinge a sentirci in colpa se non ci sentiamo in colpa

Ora, poco conta la fattibilità della proposta in sé, quanto piuttosto ci dovrebbe interessare analizzare alcuni elementi di contesto che ci facciano comprendere, semmai ce ne fosse bisogno, che i nostri diritti di autodeterminazione sono continuamente sotto attacco.

Il rapporto tra aborto e denatalità è una vecchia storia, che oltre a essere ariete di sfondamento di molta della propaganda anti-choice, è stata anche oggetto di una proposta di legge della Lega nel 2019, che riguardava il riconoscimento della soggettività giuridica del concepito. Di fatto, se non si chiede di mettere in discussione la legge 194 è perché al momento non ci sono i presupposti per farlo (al momento, sottolineo, ma non sarà così sempre ed è bene che ci prepariamo a questa ipotesi), si fa in modo di lavorarla, depotenziarla, fino ad annullarne la portata, e dunque gli effetti.

Di fatto, il legame tra aborto e natalità risulta assolutamente strumentale e pretestuoso: in primo luogo, l’aborto è in continuo decremento nel nostro Paese, tanto che secondo i dati del 2018 (gli ultimi a nostra disposizione), il numero di IVG è diminuito del 5,5% rispetto al 2017. La stima percentuale non permetterebbe, dunque, di rifondare le sorti del Paese.

Ma ancora più interessante è comprendere come l’aborto sia il capro espiatorio perfetto per non interrogarsi, e interrogare, soprattutto, quelle che sono le politiche di welfare di questo Paese, che se da un lato continua a lamentarsi del fatto che nascano pochi bambini, dall’altro investe poco e niente delle proprie risorse per garantire e favorire una genitorialità sostenibile.

Sarà bene, allora, partire da questa laica provocazione, per rinfrescarci la memoria, e laicamente ricordare come secondo i dati Istat sul primo lockdown in Italia, sono state quasi 99mila le donne che si sono ritrovate senza un lavoro. E ancora, dei 444mila occupati in meno registrati in tutto il 2020, il 70% erano donne.
Questo perché, semmai avessimo avuto bisogno di una pandemia mondiale per comprenderlo, non esistono adeguati strumenti di sostegno e accompagnamento, soprattutto per le donne, che si trovano troppo spesso a dover scegliere tra lavoro produttivo e lavoro di cura.

Ma in questo fantastico gioco di paradossi, seppure tutte le misure venissero adottate e messe in campo, e per tutte non intendiamo soltanto “una casa e un lavoro”, che per Lella Golfo parrebbe rappresentare la panacea di tutti i mali, quanto valgono invece la nostra volontà e i nostri desideri?

A occhio e croce direi davvero poco. Infatti, questa osservazione, che nei fatti è l’ennesimo attacco a una legge dello Stato, che fino a prova contraria si identifica come una pratica medico-sanitaria e un diritto sancito, non tiene assolutamente conto di quello che noi donne vogliamo per la nostra vita.

L’aborto è scelto per i motivi più disparati: per qualcuna non è il momento giusto, per qualcun’altra non ci sarà mai un momento giusto per diventare madre, per altre ancora l’aborto rappresenta una liberazione e una risorsa a cui poter attingere.

Ma secondo questo tipo di visione e di narrazione, il nostro corpo non è altro che una perfetta macchina da incubazione, pronto a sacrificarsi per donare alla Patria (con la maiuscola, così attribuiamo la solennità del caso) splendidi figli che diano seguito alla nobile stirpe italica. Attenzione, breve parentesi, perché i bambini li vogliamo, ma soltanto da donne italiane e nati in Italia, per il resto continuiamo a dire no allo “Ius Soli” e al diritto di cittadinanza per migliaia tra bambini e bambine che si sentono italiani, ma che per il nostro Stato continuano a essere degli stranieri.

Tornando a noi, poco conta la nostra volontà, soprattutto se il ruolo da vestire lo impone per noi la società e la cultura dominante. Mi vuoi madre per risolvere il problema della natalità? Eccomi. Mi vuoi invece lavoratrice, pronta a dichiarare durante un colloquio di lavoro che la maternità non rientra tra le mie aspirazioni? Sono pronta. I ruoli da vestire, nella tragedia della società patriarcale, sono ben fissati, e a noi donne sta il compito di prestarci con flessibilità alle esigenze del momento.

Quella dell’accesso all’aborto è una questione estremamente seria, e questa provocazione, che di primo acchito potrebbe anche farci sorridere, in realtà ci fa comprendere in maniera ancora più chiara ed evidente quanto i nostri diritti, su tutti i fronti, siano in costante pericolo.

E non parlo solo di aborto, perché non è semplicemente quello l’oggetto del contendere; qui si parla del valore delle nostre vite, delle nostre scelte, della possibilità di continuare a esistere come persone, soggettività storicamente marginalizzate. È una questione cruciale, di vitale importanza, e non credo di esagerare nella rappresentazione.

Su una cosa mi trovo concorde con l’affermazione di Lella Golfo, ovvero sulla necessità di riflettere, anche a partire dalla sua laica (?) provocazione, su dove stiamo andando e su che direzione vogliamo prendere. Perché la libertà di avere figli dovrebbe equivalere alla stessa libertà di non averne, di scegliere cosa è meglio per la propria vita, e soprattutto di deciderci se è il momento di andare finalmente avanti, oppure dobbiamo continuare a discutere sulle libertà fondamentali delle persone.

Oppure ancora meglio, propongo laicamente per cinque anni di sospendere articoli, dibattiti e proposte di legge in cui venga messo in discussione il diritto di abortire e di decidere sulla nostra salute riproduttiva. Si fa per provocare, no?

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