Hanno fatto discutere, e non poteva essere altrimenti, le parole del professor Alessandro Barbero, storico, accademico e docente all’università del Piemonte Orientale che, intervistato da La Stampa in merito alla serie di sue lezioni intitolate “Donne nella storia: il coraggio di rompere le regole”, ha voluto affrontare il tema del gender gap con un’uscita decisamente provocatoria.

Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda. Non ci si deve scandalizzare per questa ipotesi, nella vita quotidiana si rimarcano spesso differenze fra i sessi. E c’è chi dice: ‘Se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore’. Ecco, secondo me, proprio per questa diversità fra i due generi.

Le parole del professore, però, non sono che una semplificazione di una questione decisamente più complessa e che difficilmente si può ricondurre a una mera questione di “differenze strutturali”; perché, se è vero che le donne mancano di aggressività e spavalderia, ci sarebbe da chiedersene il motivo, che molto spesso deriva da un’educazione di partenza che insegna alle bambine, fin da piccole, a “stare al loro posto”. Insomma, differenza strutturale sì, ma creata a livello sociale e culturale, non naturale e insita nell’essere femminile.

Backlash effects: se le donne devono "maschilizzarsi" per essere prese sul serio

Di pari passo a questo punto vi è anche quello, altrettanto di matrice socioculturale e derivante dall’educazione acquisita, del pregiudizio, per cui, a parità di competenze, nel mondo del lavoro la corsia preferenziale è riservata agli uomini, vuoi per ragioni “fisiologiche” (le donne potrebbero chiedere il congedo mestruale, oppure fare figli e quindi richiedere maternità, gravidanza a rischio eccetera, mentre l’uomo, pur diventando genitore, resta più “libero”), che per palesi preconcetti in base ai quali l’uomo è giudicato più affidabile.

Ecco, al di là delle ragioni antropologiche e culturali, nell’esame di queste “differenze strutturali”, da un divulgatore come Barbero non ci si sarebbe aspettati ignorasse questi fattori che, giocoforza, interessano anche le donne che non hanno le caratteristiche da lui espresse. Ha ben riassunto il punto Silvia Grasso, di Gropius House.

Fonte: instagram @_gropiushouse_

Posizione molto decisa di biasimo alle parole di Barbero anche quella della giornalista e addetta stampa del Parlamento Europeo Valentina Parasecolo.

Partendo dal presupposto che le donne spavalde e determinate vengono giudicate, in ordine sparso “acide, mestruate, insopportabili” o che, se si vuol loro fare un complimento, si ricorre ancora a definizioni come “sei una donna con le palle”, si capisce che il problema non sta nella personalità “dimessa” delle donne, ma nello squilibrio della struttura sociale stessa, che ha sempre visto all’uomo come al meglio cui aspirare.

Ed è da qui che dovremmo ripartire.

“Se così è, allora è solo questione di tempo. Basterà allevare ancora qualche generazione di giovani consapevoli e la situazione cambierà”, chiosa il professore rispondendo alla giornalista de La Stampa che gli domanda se il gender gap non sia piuttosto dovuto al fatto che il mondo è stato finora maschiocentrico. Una prospettiva ottimista, che ha però del vero, ma occorre farlo sul serio quindi e controbattere persino a un professore come Barbero ricordando che queste presunte “differenze strutturali” sono il frutto di anni di educazione sbagliata e maschilista, che ha sempre chiesto alle donne di fare un passo indietro. Non si può più ignorarlo.

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