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O lottiamo contro la violenza sulle donne o celebriamo Bernardo Bertolucci

Se oggi qualcuno ha Ultimo tango a Parigi da acclamare e da guardarsi non è grazie al genio artistico di un regista e di un attore. La realtà è che abbiamo il nostro capolavoro perturbatore e sovversivo perché è stato girato sulla pelle di una donna, che oggi in molti tendono a dimenticare.

È morto Bernardo Bertolucci. È successo il giorno dopo la Giornata contro la violenza sulle donne, in cui chiunque si è sentito in dovere di mettere un like alla foto di qualcuno con una riga di rossetto sotto un occhio, condividere un meme per dire no alla violenza sulle donne, indignarsi sotto il post della madre di una ragazza uccisa che racconta come la giustizia non sia sempre così giusta, soprattutto con le vittime.

È morto Bernardo Bertolucci e sì, è vero, Bernardo Bertolucci è stato un gigante del cinema, “l’ultimo grande regista del cinema italiano” – ha scritto qualcuno che, c’è da sperare, si sbagli -, ed è normale, nel senso di fisiologico, che l’artista venga celebrato.

C’è da interrogarsi, invece, su chi, sui propri profili personali, ieri ha speso parole di condanna ferma contro la violenza sulle donne e oggi, con la stessa convinzione, celebra il Bernardo Bertolucci uomo.

C’è chi lo definisce un gentiluomo, chi lo ringrazia per il suo impegno sociale, chi ne mette in risalto la delicatezza d’animo e la gentilezza. E poi c’è persino chi, proprio con la foto della scena del burro di Ultimo tango a Parigi, ne celebra il coraggio di essere sovversivo.
Come se un’amnesia collettiva avesse preso tutti riguardo alle dichiarazioni del regista sulla vera natura di quella scena iconica, con Marlon Brando e Maria Schneider, che di fatto fu la ripresa di una reale violenza concordata tra il regista e l’attore, ai danni di un’inconsapevole e ventenne attrice.

Fu lo stesso regista a raccontarlo in una trasmissione televisiva, precisando sì di essere dispiaciuto ma, attenzione, non pentito, perché, disse:

Per ottenere qualcosa penso che si debba essere completamente liberi. Non volevo che Maria recitasse la sua umiliazione, la sua rabbia, volevo sentire la rabbia e l’umiliazione di Maria. Quando Maria è morta, ho pensato, Dio, sono così dispiaciuto di non essermi scusato con lei per quello che Marlon e io le facemmo con quella scena, decidendo di non avvertirla. Il suo senso di umiliazione era reale, ma penso che quello che la offese davvero è che non le fu permesso di prepararsi a quella scena come un’attrice. In seguito credo che mi abbia odiato per il resto della sua vita.

Nessuna persona intelligente è per i processi mediatici, ma stupisce vedere come ognuno di noi sia in grado di utilizzare, con tanta facilità e noncuranza, due pesi e due misure, assolvere, condannare, invocare forche o perdonare gli stessi fatti a intermittenza, a seconda di chi li abbia commessi.
Se serviva, ecco ancora una volta la conferma che ci sono uomini intoccabili, contro i quali non si può alzare la voce.

Nessuna parola può togliere nulla alla caratura artistica e all’arte di Bernardo Bertolucci, però, per favore, spendiamone una per dare valore alle priorità o usiamo la coerenza di non parlare più, indignati, di violenza contro le donne.

Perché nessuna pretesa artistica e nessun mostro sacro possono giustificare una scena di violenza reale su una donna. Perché la vittima non è – come è accaduto anche in questo caso, tanto per cambiare – solo un effetto collaterale.
Qualcuno spenda una parola per Maria Schneider, perché negare, nonostante le parole dell’attrice, che ci sia una responsabilità precisa nelle nevrosi, nelle crisi psichiatriche, nelle scelte autodistruttive di questa donna – peraltro in seguito licenziata da un altro set perché si rifiutò di girare scene di nudo -, significa ancora una volta sminuire la vittima o, peggio, non crederle o ritenere la sua la reazione esagerata di un donna in preda all’isteria.

Se oggi qualcuno ha Ultimo tango a Parigi da acclamare e da guardarsi non è grazie al genio artistico di un regista e di un attore. La realtà è che abbiamo il nostro capolavoro perturbatore e sovversivo perché è stato girato sulla pelle di una donna, che oggi in molti tendono a dimenticare.

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