Brandon Bernard: giustiziato a 40 anni, il condannato più giovane. La scelta di Trump

È stato giustiziato Brandon Bernard, il condannato a morte più giovane da 70 anni a questa parte. L'ultimo colpo di coda dell'amministrazione Trump è la fine della moratoria che da 16 anni aveva sospeso le esecuzioni capitali.

L’ultimo colpo di coda del presidente uscente Donald Trump è un’improvvisa impennata delle condanne a morte negli stati USA in cui la pena capitale è ancora in vigore; nella notte del 10 dicembre si è tenuta quella di Brandon Bernard, finora il detenuto più giovane a essere giustiziato in quasi 70 anni – ricordiamo George Stinney, ucciso sulla sedia elettrica nel 1944 addirittura a soli 14 anni – morto alle 21:27 nel carcere di Terre Haute, in Indiana, nonostante i tantissimi tentativi fatti per salvargli la vita, respinti dalla Corte Suprema.

La vera storia di George Stinney jr, condannato a morte a 14 anni

Quella di Bernard è la nona condanna a morte eseguita da luglio, ovvero da quando il procuratore generale William Barr ha messo fine a sedici anni di moratoria federale sulle esecuzioni, e non sarà neppure l’ultima: da qui al 20 gennaio, quando ci sarà la cerimonia ufficiale di insediamento del neo eletto presidente Joe Biden, sono previste altre quattro esecuzioni capitali. È la prima volta, in 130 anni di storia, che vengono programmate nel periodo tra una presidenza e l’altra, e, se dovessero essere eseguite tutte, Trump si guadagnerebbe il poco invidiabile titolo di presidente americano ad aver presieduto a più esecuzioni in più di un secolo.

Chi era Brandon Bernard

L’ultimo condannato a morte aveva solo diciotto anni quando, nel giugno del 1999, assieme a una baby gang sequestrò e uccise la coppia composta da Todd e Stacie Bagley.

La banda li aveva rapinati e poi, dopo averli messi nel portabagagli della loro auto, l’allora diciannovenne Christopher Valva (giustiziato a settembre) aveva sparato a entrambi, dando poi l’ordine a Bernard di incendiare la macchina.

La linea di difesa dell’uomo sostenne che l’incendio fu appiccato dopo che la coppia era ormai morta, chiedendo quindi l’ergastolo al posto della pena di morte, ma l’accusa sostenne invece che Stacie Bagley fosse ancora viva nel momento in cui la loro auto venne incendiata.

Nonostante in carcere Bernard si sia dimostrato un detenuto modello, studiando e dedicandosi al volontariato e a programmi di sensibilizzazione proprio per tenere i giovani lontani dalle gang, e nonostante la stessa procuratrice che aveva proposto la condanna a morte avesse poi ritrattato, chiedendo che fosse trasformata in carcere a vita, questo non è stato sufficiente a commutare la sua pena.

Avendo imparato così tanto dal 2000 a oggi sulla maturazione del cervello umano e avendo visto Brandon crescere e diventare un adulto umile e pieno di rimorsi assolutamente capace di vivere pacificamente in prigione, come possiamo sostenere che sia parte di quel piccolo gruppo di criminali che devono essere condannati a morte?

Aveva scritto la procuratrice in un editoriale per l’Indianapolis Star; persino star e politici, da Cory Booker a Kim Kardashian, si sono mobilitati per salvargli la vita, e ben cinque membri su nove dei sopravvissuti della giuria originale del processo ha chiesto la commutazione di pena. Tutto inutile.

Le ultime parole di Brandon Bernard prima di ricevere l’iniezione letale sono state

Mi dispiace, sono le uniche parole che posso dire che catturino completamente come mi sento oggi e come mi sono sentito quel giorno.

I dati sulla pena di morte

Nonostante i dati abbiano fatto registrare un incoraggiante calo nel numero delle condanne capitali, restano ancora molte le esecuzioni in tutto il mondo: almeno 657 le esecuzioni nel 2019 e 2300 le condanne a morte comminate, come testimonia l’annuale report di Amnesty International, con l’esclusione di quelle cinesi, dove i dati sulla pena capitale sono tuttora segreto di Stato.

Negli Stati Uniti la prima condanna capitale dopo la fine della moratoria fortemente voluta dall’amministrazione Trump è invece stata quella del suprematista bianco Daniel Lewis Lee, accusato di aver ucciso un’intera famiglia, compresa una bimba di otto anni, nel 1996.

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